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Dopo le elezioni regionali

Germania: Assia, la Merkel e l’ora di guardare all’Europa

28 Ott 2018 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Poteva andare peggio nell’ Assia per la cancelliera Angela Merkel. Come poteva andare peggio un paio di settimane fa nelle elezioni in Baviera. Certo, i partiti della grande coalizione di governo a Berlino, Cdu/Csu/Spd, non se la passano bene di fronte ai segnali del loro progressivo calo nelle elezioni regionali. Ma la tendenza politico-elettorale è ormai quella e forse varrebbe la pena cominciare a governare e a guardare un po’ al di là del contingente.

Ad esempio guardando all’Europa. E’ dal 24 settembre dell’anno scorso, data delle elezioni nazionali tedesca, che stiamo aspettando che si risolvano i problemi della signora Merkel per cominciare a discutere del futuro dell’Unione. E ogni volta si è costretti a rinviare.

Ora, ad esempio, si aspetta il congresso della Cdu di dicembre per capire se Angela Merkel sarà o meno confermata leader del suo partito. Ma nel frattempo si avvicinano le elezioni del Parlamento europeo che da tutti vengono considerate come un punto di svolta o almeno di cambiamento nei destini dell’Ue.

In effetti è la prima volta nella storia dell’Unione che una campagna elettorale per il Parlamento di Strasburgo inizia con tale anticipo e, soprattutto, tratta temi europei, anche se in salsa nazionale (o nazionalista). Le forze anti-Ue stanno cercando di trovare una piattaforma comune e delle alleanze per riuscire a rovesciare la maggioranza, Partito popolare europeo/ Socialisti democratici, che ha dominato pressoché tutte le passate legislature.

Ormai i partiti che si richiamano alla supremazia della nazione contro Bruxelles si sono insediati quasi ovunque, dall’Olanda alla Polonia, dalla Svezia all’Ungheria, e se ancora, a vedere i sondaggi, non rappresentano una maggioranza in Europa, possono minacciare di diventarlo nei prossimi mesi se qualcuno non li frena.

C’è tuttavia da constatare che, a guardare al di là della loro continua crescita, è abbastanza difficile intravvedere nei partiti nazionalisti interessi comuni. Se, ad esempio, ci soffermiamo sugli interlocutori di Matteo Salvini è molto improbabile individuarne uno solo che condivida in toto la sua linea: con il suo collega Heinz-Christian Strache in Austria non c’è terreno comune né sulle politiche di austerità (sostenute dall’Austria) e neppure sull’immigrazione, con le ricorrenti minacce di Vienna di chiudere il Brennero, e tanto meno sulla doppia cittadinanza da concedere ai cittadini di lingua tedesca dell’Alto Adige.

Lo stesso discorso vale per il ministro tedesco Horst Seehofer, che non transige sulla disciplina per l’Euro né sulla questione dei cosiddetti immigranti secondari. E così via con gli altri ‘partner’ di Salvini, da Orbàn alla Le Pen. Unico tema aggregante: la superiorità della nazione e l’uso delle istituzioni europee, in particolare la Commissione, come utile capro espiatorio di tutti i mali nazionali.

Una battaglia non perduta, se non prevale l’ambiguità
Queste strutturali contraddizioni delle destre europee, più o meno estreme, dovrebbero fare comprendere alla forze politiche pro-Unione che la battaglia per il Parlamento europeo e per il futuro dell’Unione non è persa in partenza, ma che vi è ancora tempo e modo per rispondervi.

Il guaio è che su quel fronte, popolari e socialisti europei, si vede ben poco movimento. O meglio, prevale l’ambiguità. Ciò vale in modo particolare per il Ppe: la Merkel, anche se controvoglia, poco prima delle elezioni in Baviera ha indicato in Manfred Weber il candidato a guidare il Ppe nelle elezioni. Weber, membro della Csu, cattolico, sostenitore dei valori cristiani, alleato del cancelliere austriaco Kurz, non vuole perdere il “cristiano” intransigente Orbàn. Così condanna al Parlamento europeo il suo regime illiberale, ma mantiene il suo partito, Fidesz, all’interno del Ppe.

Sul fronte pro-europeo si delineano poi i ‘Macronaiani’ che stanno cercando, attraverso l’iniziativa ‘Reinvent Europe’ di formare un fronte anti-nazionalista. Per ora hanno agganciato un vecchio liberale belga come Guy Verhofstadt e il premier olandese Mark Rutte: non è granché di fronte all’ ‘armada’ nazionalista. Tentativi si stanno facendo verso gli spagnoli di Ciudadanos, ma anche versp i socialisti del premier Sanchez, i polacchi di Piattaforma civica (del presidente Ue Donald Tusk), e a titolo personale con Matteo Renzi.

Per la Germania il presidente francese pensa ai Liberali e magari ai Verdi. Ma dove sta Angela Merkel? E’ da più di un anno,  come dicevamo, che Macron l’aspetta. Chiaramente senza la Merkel il fronte pro-europeo nasce irrimediabilmente zoppo, anche perché a forza di aspettare Macron s’è nel frattempo sindebolito internamente e la sua vocalità europea si è un po’ persa per strada.

Non bastano davvero i frequenti incontri fra i due leader come quello del 19 giugno al Castello di Mesenburg o il più recente il 7 settembre a Marsiglia. Da essi escono pezzetti di un programma, piccole idee, nessuna proposta davvero strategica. C’è da chiedersi che cosa passi per la testa della Cancelliera. Ormai è all’ultima legislatura di governo e la sua grande ambizione dovrebbe essere quella di passare alla storia dell’Europa, come fece il suo predecessore Helmut Kohl.

Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi e se davvero assisteremo ad un soprassalto di volontà, pur in una situazione difficilissima per l’Unione. Una sola ultima notazione: l’Italia è per ora del tutto assente da questo eventuale fronte pro-europeo.