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Europa: dallo smarrimento al riscatto della politica

8 Ott 2018 - Alberto Cerri - Alberto Cerri

“Quello di un’Europa sempre più unita è precisamente l’impossibile che dobbiamo tentare con tutte le nostre forze. E se si pensa al mondo che cambia e ribolle intorno a noi viene spontaneo chiedersi: Europa, se non ora, quando?” (Giorgio Napolitano).

Se dovessi raccontarlo nella forma di un noto mito platonico, potrei certamente affermare di aver scelto, tra i numerosi “paradigmi delle vite” che il generoso grembo di Lachesi mi offriva, il destino dell’europeista convinto. Insieme a me, Lachesi aveva voluto che la stessa sorte fosse offerta a molti altri fedeli compagni, tutti accumunati da un unico orizzonte di responsabilità condivisa. Oggi, quella responsabilità condivisa è il motore del nostro agire in difesa dell’Europa.

È fuori d’ogni dubbio che il progetto europeo stia attraversando un momento di profonda crisi esistenziale, e che il carattere strutturale della crisi richieda un onesto sforzo di comprensione. La realtà contemporanea è divenuta infatti straordinariamente complessa, senza che noi fossimo in grado di opporvi un’adeguata capacità di analisi. Il risultato è quello che vediamo: un’anacronistica regressione che avviene in uno stato di smarrimento collettivo.

Di questa regressione, la battuta d’arresto del progetto di integrazione europea rappresenta uno dei campi di prova più evidenti. Essa non riprenderà senza prima l’ammissione di essersi smarriti nella disorientante complessità della nostra epoca

La crisi dello Stato-nazione
Nazionalismi aggressivi, xenofobia e chiusura delle frontiere ci sembrano categorie fuori dal tempo, forse appartenenti a un passato che molti europeisti credevano archiviato. E anche a ragion veduta, dato che il processo di integrazione europea le escluderebbe per definizione. È doveroso pertanto interrogarsi sul motivo del loro ritorno, andando alla radice del problema: l’erosione dello Stato-nazione. Il paradigma di Westfalia agonizza, per inadeguatezza, di fronte alle sfide globali del XXI secolo: i disperati movimenti migratori, i cambiamenti climatici e le indifferenti dinamiche del mercato e della finanza globale escludono soluzioni di carattere nazionale.

Ma c’è dell’altro. Con l’avvento della globalizzazione, la deregolamentazione delle forze di mercato e l’internazionalizzazione dei flussi hanno provocato un mutamento nei rapporti di forza tra politica ed economia, fino a rendere la politica ancilla economiae.

Posta in condizione di sudditanza e limitata nella capacità di intervento, la politica si è rivelata incapace di gestire le crescenti interdipendenze globali, che hanno progressivamente sottratto agli Stati-nazione una componente cardine della loro sovranità nazionale: la sovranità economica.

Come controspinta, gli Stati-nazione hanno bilanciato questo vuoto di sovranità attraverso l’esercizio di una robusta sovranità culturale. Il progressivo attecchimento dell’autoritarismo in Europa dimostra una realtà politico-sociale ormai radicata, che ha saputo cementare la propria ragion d’essere e nella letargia delle sinistre europee e nello sfruttamento di quella che Martha Nussbaum chiamava “emozione primitiva”[1], la paura.

La convinzione infondata di un’invasione in corso e dei rischi di perdita della propria identità culturale porta alla luce un contesto in cui “la retorica e la politica lavorano sulle idee di cosa sia pericoloso, rilevando il pericolo dove davvero c’è, ma anche costruendo la percezione del pericolo dove non c’è”.

La crisi antropologico-culturale
Uno dei terreni di scontro su cui si gioca la tenuta di legittimità del progetto europeo è senza dubbio la sfida migratoria, la cui portata ci impone una reinterpretazione in senso estensivo del concetto di allargamento, che da classico concetto territoriale (secondo l’articolo 49 Trattato sull’Unione europea) diviene con tutta evidenza demografico.

La questione migratoria non può dunque ridursi ad un semplicistico discorso di “regolazione”; il problema deve essere affrontato da una prospettiva più ampia e complessa, mettendo al centro l’integrità di quel complesso di valori culturali e sociali cui l’Unione si informa e che ora sembra aver smarrito (o dimenticato).

La storia europea, costruita sull’armonizzazione delle differenze tra popoli, e l’evoluzione del suo diritto, dilatato per includere la tutela dei diritti umani e la libera circolazione delle persone, si infrangono oggi contro lo spesso vetro dell’ipocrisia, contro l’immagine di un’Europa virtuosa solo sulla carta. “Continuare a ripetere che i fondamenti morali della costruzione europea, il suo carattere distintivo […] stanno nella promozione dei diritti dell’uomo e contemporaneamente negare gli obblighi che la difesa di questi diritti comporta, è per una istituzione politica uno dei mezzi più sicuri per perdere la propria legittimità”[2] fa notare con spirito critico Étienne Balibar.

La crisi politica
In un contesto in cui l’economia, la finanza e il diritto si aprono ad un’avanzata interdipendenza, la politica ristagna su base nazionale. Il vuoto di una politica all’altezza del cambiamento sistemico in corso, in grado di governare un’economia insubordinata e consapevole di dover ritornare ai singoli, continuerà a produrre quel disordine complesso di cui si è provato a dare conto in queste poche righe.

La politica è il rimedio allo stato confusionale europeo, purché cessi di essere pavida nei confronti delle ingenti difficoltà del nostro tempo e metta a fuoco l’interesse europeo. L’Unione europea non può tardare oltre nel prendere le distanze dalla tecnocrazia che è divenuta, fatta di austerità e severi conti di bilancio, per divenire un’arena politica di confronto dialettico. La politica ha una responsabilità collettiva, quella di farsi europea. Per noi europei e per quelli che lo vogliono diventare.

[1] M. C. NUSSBAUM, Emozioni politiche, Società editrice il Mulino, Bologna, 2013, p. 385.

[2] cfr. É. BALIBAR, Crisi e fine dell’Europa?, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2016, p. 173.

Foto di copertina © Flickr/European Youth Event