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I numeri della rilevazione

Eurobarometro: alto il sostegno all’Ue, Italia la più euroscettica

26 Ott 2018 - Virginia Volpi - Virginia Volpi

A maggio 2019 si chiude una stagione europea, è tempo di bilanci – non decreti – e previsioni. Vediamo i risultati del sondaggio Eurobarometro condotto dall’Unione nei 28 Paesi membri su un campione di poco più di 24 mila intervistati.

Si parte dalla domanda delle domande: Europa sì o Europa no?

Se domani ci fosse un referendum, Lussemburgo e Irlanda voterebbero per stare nell’Unione all’85%, seguiti dall’ 83% degli intervistati svedesi e dall’82% di quelli tedeschi.

Tra i più scettici si classifica terzultima la Croazia che, entrata in Europa nel 2013, vi rimarrebbe solo per il 52%; penultima la Repubblica Ceca col 47% di Remain; ultima l’Italia.

Come voteresti se si tenesse un referendum sull’appartenenza del tuo Paese all’Ue?

Nel nostro Paese, solo il 44% degli interpellati voterebbe per rimanere nell’Ue, mentre il 24% opterebbe per l’Italexit e il 32% si asterrebbe (è la più alta percentuale di disertori delle urne registrata negli Stati membri).

Nonostante questo, secondo l’Eurobarometro, il sostegno nei confronti di Bruxelles è ai massimi storici: il 62% degli intervistati ritiene che l’appartenenza del proprio paese all’Unione europea sia cosa buona e giusta, e il 68% crede che il proprio Paese ne abbia tratto benefici.

Svetta nuovamente il Lussemburgo, all’87% convinto che sia un bene far parte dell’Unione; a seguire, con l’85%, l’Irlanda che dopo il referendum sulla Brexit ha rafforzato il suo sentimento di appartenenza; terza, con l’81%, la Germania.

Al centro della graduatoria, dati che fanno ben sperare: la Polonia e l’Ungheria si scoprono europeiste, rispettivamente, al 70% e al 60%. Da ricordare, in questo contesto, che nei confronti di Varsavia si è per la prima volta tentata l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 7 del Tratto sull’Ue per violazione dei valori fondamentali dell’Unione; primato in cui dopo poco è stata seguita da Budapest.

Che ci sia un popolo che si sente rappresentato più dalle istituzioni europee che dai governi nazionali?

Londra fa meglio di Roma
Ultime della lista, ancora una volta, la Repubblica Ceca col 39% e l’Italia con il 42%. Dunque, persino il Regno Unito fa meglio dell’Italia, attestandosi al 48%. Non a caso, il 20 ottobre scorso, 670 mila persone si sono riversate nelle strade del capoluogo britannico per chiedere un referendum sull’esito dei negoziati sulla Brexit.

Già nel giugno 2016, i risultati del referendum sull’uscita dall’Ue mostrarono come i giovani, benché recatisi alle urne in misura minore rispetto alle altre fasce di età, erano in percentuale più favorevoli all’Ue rispetto ai più anziani. Nel report dell’Eurobarometro ritroviamo questa dinamica: cittadini più giovani e con un livello di istruzione più alto sono più europeisti.

In generale l’Italia si discosta, in negativo, dalla media europea.

Se il 62% dei cittadini comunitari è favorevole all’Unione europea, i cittadini italiani si fermano al 42 %, con un 37% che considera l’adesione “né un bene, né un male”. Se il 68% degli oltre 24 mila campionati dall’Eurobarometro pensa che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’adesione all’Ue, fra gli italiani solo il 43% lo crede.

Come giudichi l’appartenenza del tuo Paese all’Ue?

Così l’Italia è l’ultimo Paese per soddisfazione e il primo per insoddisfazione: il 45% degli intervistati italiani ritiene infatti che il nostro Paese non abbia tratto alcun vantaggio dall’Ue.

Si è letto in questi giorni che l’Italia vuole l’euro ma non l’Ue. Certo, il 65% degli intervistati italiani è favorevole alla moneta unica, sopra la media europea del 61%, e solo il 26% è dichiaratamente contro, sotto la media europea del 33%.

Ma si deve notare che la media dell’Eurobarometro è calcolata su tutti i 28 Paesi dell’Unione europea, non solo sui 19 dell’Eurozona. A fare peggio dell’Italia in questa classifica, infatti, sono prevalentemente Paesi che non hanno adottato l’euro come Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Danimarca, Regno Unito.

I temi della campagna elettorale
Se circa metà degli intervistati dei 28 Stati membri pensa che l’immigrazione debba essere il tema principe della campagna elettorale in vista del rinnovo del Parlamento europeo del maggio prossimo, la voce degli italiani si attesta su un 71% – con una crescita di 5 punti rispetto all’aprile scorso -, secondi solo a Malta col 76%.

A seguire, dati italiani in linea con quelli europei: nel podio ci sono “economia e crescita” e “lotta alla disoccupazione giovanile”.

In linea generale, per gli intervistati la campagna elettorale deve basarsi su problemi considerati più urgenti e “vicini” ai cittadini in modo da tastare con mano, e nel breve periodo, i risultati. Si deve risolvere la questione immigrazione e spingere sulla crescita economica.

Non c’è il clima
“Promozione dei diritti umani” e “lotta al cambiamento climatico” non entrano in partita nel semestre preelettorale. Ma, per il 46% degli intervistati, la protezione dei diritti umani dovrebbe essere al vertice dei valori da difendere.

Eppure non va dimenticato che temi come il cambiamento climatico e le migrazioni sono strettamente concatenati e coinvolgono non solo l’intera Europa, ma il mondo.

Il recente rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), firmato da 91 ricercatori di 40 Paesi – a ulteriore dimostrazione della globalità del fenomeno – ci mette in guardia: se non riusciamo a contenere l’innalzamento della temperatura sotto 1,5 gradi, le conseguenze potrebbero essere drammatiche: i mari saliranno, le metropoli costiere come New York verranno sommerse, le barriere coralline si estingueranno. Di pari passo con il riscaldamento globale aumenterà la povertà. E di conseguenza lo spostamento di migranti verso aree più benestanti.

Il report si chiude con “Quello che abbiamo fatto è stato spiegare cosa le nazioni del mondo devono fare come una collettività; non entriamo nello specifico, non analizziamo ciascun Paese individualmente”. Le sfide che ci troviamo di fronte hanno portata globale e non c’è altra soluzione che affrontarle insieme, superando gli egoismi nazionali.

Foto di copertina © Soeren Stache/DPA/ZUMAPRESS.com