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Efficienza e credibilità in gioco

Difesa indifesa: l’Italia, il governo, le promesse, i tagli

22 Ott 2018 - Michele Nones - Michele Nones

Il governo giallo-verde sembra orientato a effettuare un consistente taglio degli investimenti nel settore della difesa per fare fronte all’esigenza di finanziare le promesse elettorali. In realtà, queste proposte sono sempre state nel dna pentastellato, come si è visto nella scorsa legislatura, ma alcuni pensavano o speravano che, non essendo previste nel ‘contratto di governo‘, potessero essere accantonate, anche grazie all’aspettativa di una resistenza leghista che, però, per ora non è stata molto combattiva.

Il ‘governo del cambiamento’ pare, quindi, volere ripercorrere la strada già seguita in passato dai tanto vituperati governi di ogni altro colore dell’arcobaleno, che hanno utilizzato gli investimenti della difesa come ‘bancomat’ per fare quadrare altri conti. Con le stesse motivazioni di sempre: sono fra le poche spese comprimibili (a differenza degli stipendi e di quelle necessarie per il funzionamento della macchina statale) e direttamente gestite da un’unica Amministrazione centrale (a differenza di altre che coinvolgono Enti pubblici, Regioni, ecc.), ma, soprattutto, possono essere spacciate come non indispensabili (considerando la mancanza di una cultura della sicurezza e difesa in Italia).

Chi decide che cosa
Il mantra e la giustificazione di molti politici pentastellati è: “Stiamo aggredendo gli sprechi”. Ma questo si traduce nel tagliare alcuni programmi di investimento che finiranno così con l’essere ridotti e/o allungati nel tempo. Ovviamente, in un Paese democratico, governo e Parlamento possono sempre decidere di ridurre le spese per la sicurezza e difesa, ma dovrebbero tenere conto delle conseguenze sul piano operativo, industriale, tecnologico, internazionale. E che, in generale, il sistema della difesa deve essere gestito in modo equilibrato.

Spese per il personale, il funzionamento e l’ammodernamento non sono tre variabili indipendenti: devono trovare un bilanciamento, mantenuto costante per un periodo adeguato. Avere i militari in servizio, ma non poterli addestrare ed equipaggiare, è il più pericoloso degli sprechi. La storia, soprattutto quella italiana, lo ha confermato innumerevoli volte.

Per di più, i probabili tagli rischiano di essere decisi a livello politico sulla base di scelte ideologiche e di un’evidente ignoranza sulle complesse problematiche della difesa. Ogni rimodulazione del sistema della difesa dovrebbe, invece, avvenire sulla base di un piano complessivo elaborato dai vertici militari sulla base delle indicazioni di massima del decisore politico (che poi se ne deve assumere le responsabilità verso l’intero Paese). Sono i ‘tecnici’ che possono concretamente metter mano alla macchina, mentre le intromissioni della politica  a un livello eccessivo di dettaglio possono avere effetti devastanti.

Perché non tagliare gli investimenti
Prima di tagliare gli investimenti della difesa, il governo dovrebbe considerare per lo meno queste implicazioni.

  • Aspetti operativi. Una delle principali debolezze della nostra difesa è quella di non disporre di un ventaglio di equipaggiamenti adeguati ed efficacemente integrabili. La loro età varia dentro ogni tipologia e fra le diverse tipologie. La loro effettiva disponibilità è limitata dalla mancanza di pezzi di ricambio e di manutenzione. Ridurre ulteriormente le spese per gli investimenti significa ridurre l’efficienza e l’efficacia delle Forze Armate e, in un momento in cui lo scenario dei rischi e delle minacce continua ad essere pericoloso, significa ridurre la sicurezza del nostro Paese. Un esempio per tutti viene dal mancato avvio del programma di ammodernamento dei sistemi missilistici di difesa aerea: fra breve non saremo più in grado di colpire velivoli ostili né sul territorio nazionale, né sul mare, né nelle aree di interesse, venendo meno anche agli impegni assunti con i nostri alleati.
  • Aspetti tecnologici. Alcuni sistemi di difesa italiani sono obsoleti e ormai inefficaci, prossimi ad essere ‘rottamati’. Se non se ne sviluppano di nuovi attraverso programmi internazionali o nazionali, perdiamo le competenze tecnologiche e industriali, con gli inevitabili tagli occupazionali e le mancate assunzioni di personale qualificato. Saremo costretti in seguito ad acquistare all’estero quanto ci serve o a rinunciare a determinate capacità militari.
  • Aspetti economici. Ridurre gli investimenti nel settore della difesa mentre si teorizza una crescita economica del nostro Paese e si sollecitano le aziende controllate dallo Stato (fra cui i due primi gruppi della difesa, Leonardo e Fincantieri, che, insieme, ne coprono due terzi) a investire di più, è una contraddizione in termini o, più brutalmente, è come segare una delle gambe della sedia su cui siamo seduti. Peggio ancora, questi tagli colpirebbero programmi di ammodernamento già avviati con il rischio di sprecare i finanziamenti già erogati lasciando incompiuto lo sviluppo di determinate capacità militari.
  • Aspetti internazionali. Se vengono coinvolti programmi di collaborazione internazionale, bisognerà accordarsi con i partner e tenere presente le conseguenze sul piano dell’affidabilità del nostro Paese. Stati Uniti e Regno Unito dovrebbero essere messi in cima alle nostre priorità, soprattutto se si vuole perseguire l’obiettivo di avere un’alternativa che bilanci l’asse franco-tedesco. Anche recentemente questo governo ha confermato con gli alleati, bilateralmente e nel quadro Nato, l’impegno ad aumentare le spese per la difesa, puntando a un quasi raddoppio entro il 2024. Ridurle nel prossimo anno senza giustificazioni plausibili significa perdere credibilità.

Come nella favola di Esopo rischiamo di fare la fine della cicala nei confronti della formica. Sul piano elettorale ‘cantare’ è più pagante, ma investire risorse per il futuro garantisce la sopravvivenza. Le spese per la difesa e la sicurezza servono per prevenire e gestire emergenze e crisi che nessuno vorrebbe si verificassero. Ma, se queste poi avvengono, avere mantenuto o  no le capacità per reagire fa la differenza.