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L'Europa Arlecchino e i due padroni

Cina: con gli Usa verso un’altra potenza imperiale

31 Ott 2018 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

Per decenni ci siamo illusi sul fatto che gli Usa, pur essendo di fatto uno dei due poli che dominavano il mondo, garantendone nel contempo la sicurezza, non sarebbero mai divenuti una vera potenza imperiale, con tutto ciò che di buono e di cattivo il termine imperiale comporta. Fortissima è risultata quindi la nostra delusione nel momento in cui, rimasti soli in cima alla collina delle nazioni, gli Stati Uniti hanno rinunciato a buona parte dei veli, sposando ufficialmente quell’ideologia neo conservatrice che identificava nel nuovo secolo il secolo dell’Impero Americano. Gli approfondimenti strategici d’oltre oceano si sono così riempiti di riferimenti alla esperienza dell’antica Roma post augustea, mentre gli alleati europei degli Usa, sconcertati, iniziavano a chiedersi se i valori comuni per tanto tempo sbandierati non fossero in realtà altro che un cavallo di Troia che nascondeva nel proprio interno soltanto l’egoistico ‘America first’ dell’attuale presidente Donald Trump.

L’ascesa della Cina
Ammaestrati da questa amara esperienza è abbastanza logico il fatto che l’attuale ascesa della Cina, protesa a costruire un futuro di rinnovato bipolarismo mondiale, venga seguita con sospetto profondamente venato di apprensione.

Se infatti è già difficile per coloro che non sono abbastanza grandi per fare la storia e che devono quindi unicamente subirla dover essere costretti ad accettare la presenza di un Grande Fratello, a volte decisamente troppo ingombrante, cosa accadrà quando i Grandi Fratelli saranno due, e due di pari forza?

Per consolarci, e soprattutto per rassicurarci, continuiamo a ripeterci in merito in tutte le possibili sedi, e con una tale frequenza da trasformare la frase in un mantra, come “la Cina non abbia mai avuto in tutta la sua millenaria storia mire espansionistiche ed imperiali che si proiettassero al di là dei propri confini”.

I punti da tenere in considerazione
Coscientemente o meno trascuriamo così almeno quattro punti che dovrebbero invece entrare in linea di conto.
Il primo riguarda il fatto che per secoli la Cina abbia continuato ad espandersi, fino a raggiungere quelli che essa considerava come i confini naturali del ‘mandato del Cielo’ confidato agli imperatori. Soltanto nel momento in cui quel risultato poteva essere visto come acquisito essa ha poi mutato la propria politica, cessando di essere espansionista e divenendo invece conservatrice.

Il secondo consiste nel fatto che i suoi confini attuali non coincidono con quelli della massima espansione dell’Impero, ma hanno subito invece, nel recente secolo di umiliazione cinese, pesanti amputazioni ratificate da quelli che ancora oggi in Cina sono conosciuti come i trattati ineguali.

Anche se non sono ancora palesi aspirazioni revanscistiche non è però raro potere comprare a Pechino carte geografiche che indicano le linee di frontiera quali esse dovrebbero essere secondo i cinesi, e non quali esse ancora sono nella realtà geopolitica dell’area. E non bisogna dimenticarsi come il ricordo del passato sia riaffiorato in superficie con estrema rapidità ai tempi degli scontri dei cinesi con i sovietici in Siberia, sulle rive dell’Amur e dell’Ussuri.

Il terzo punto riguarda il fatto che da un certo momento in poi l’Impero non si sia mai spinto oltre i propri confini semplicemente perché pensava che non ne valesse la pena. Una idea in cui gli imperatori vennero confermati dalla grande spedizione navale che nel quindicesimo secolo raggiunse l’Africa e tornò raccontando come oltre le frontiere non vi fosse altro che barbarie e nulla che facesse pensare alla proficuità di scambi commerciali o intellettuali.

Infine vi è da considerare come la Cina sia stata sino a poco fa un sistema autosufficiente, che disponeva al proprio interno di tutte le risorse e le conoscenze necessarie per vivere e progredire. Una condizione che è radicalmente diversa da quella di cui il Paese fruisce attualmente. Inutile quindi chiedersi se la Cina assumerà prima o poi anche essa un atteggiamento e una mentalità imperiale.

Pechino tra mentalità imperiale e politica declaratoria
Tale mentalità infatti già esiste e traspare chiaramente dal modo in cui il nuovo imperatore, Xi Jinping, si sta muovendo sulla scena mondiale . In fondo la macroscopica iniziativa mirante alla rinascita della via della seta altro non è che uno straordinario progetto di espansione imperiale che protende attraverso l’Asia due braccia, di cui l’una in direzione dell’Africa e l’altra in direzione dell’Europa, e che non lascerà alla fine agli Usa altro che il controllo dei mari e quello delle Americhe. E anche ciò appare dubbio!

Per il momento quella che non appare imperiale e’ certamente la politica declaratoria di Pechino, ancora ben memore degli avvertimenti di Deng Tsiao Ping, che raccomandava di mantenere il profilo molto basso fino a che non si fosse diventati abbastanza forti da potersi liberamente ergere in tutta la propria statura.

Così la grande avventura di One belt, One road viene costantemente presentata ammantata dalla mistica di una operazione multilaterale destinata a rivelarsi vincente per tutti i partecipanti. I tempi inoltre non vengono mai forzati, in accordo a quella strategia orientale secondo cui il tempo migliore per realizzare un progetto è quello in cui si presenteranno le condizioni più idonee per poterlo fare. E non importa se per procedere occorrerà disporre della pazienza di attendere per tempi che potranno anche rivelarsi lunghi!

Da considerare in ogni caso come anche la politica declaratoria potrebbe cambiare prima del previsto lasciando il posto ad un palese China first nel momento in cui alla generazione attualmente al potere a Pechino succederà la prossima generazione, quella dei prodotti della politica del figlio unico, cresciuti al centro delle attenzioni di tutta una famiglia e quindi abituati – nell’assoluta assenza di ogni resistenza o contrasto familiare – all’idea di imporsi senza esitazioni ogni volta che lo ritengano opportuno.

Andiamo dunque inevitabilmente verso una situazione in cui ci ritroveremo, come Arlecchino, servi di due padroni ma privi di quell’arguzia e di quella adattabilità alle circostanze che costituiscono la grande difesa della maschera?
Si tratta di un punto interrogativo molto pesante, cui probabilmente potremmo opporre una risposta negativa soltanto se saremo capaci di trovare in una eventuale reazione corale dell’Unione europea, la forza necessaria per rimanere soggetti, evitando di farci trasformare in meri oggetti della storia.