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Knesset vs Corte Suprema

Israele: deriva tra diritto, diritti e democrazia

24 Ago 2018 - Leone Radiconcini - Leone Radiconcini

Il 7 maggio, il presidente della Corte Suprema di Israele Esther Hayut ha dichiarato che “il ramo giudiziario è sotto un brutale attacco senza precedenti che pone una reale minaccia al suo potere ed alla sua indipendenza”. Hayut si riferiva all’approvazione all’unanimità, da parte della commissione ministeriale per la legislazione, della Override Clause che prevede la possibilità di superare le decisioni della Corte Suprema da parte della Knesset, con un voto a maggioranza assoluta di 61 rappresentanti su 120.

Mentre il sistema giudiziario israeliano si trova ad affrontare questa problematica situazione, il diritto internazionale non gode di un trattamento particolarmente migliore da parte delle autorità dello Stato ebraico. Lo scorso maggio, a seguito delle proteste da parte palestinese contro lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, l’Idf, cioè le forse di difesa israeliane, hanno deciso di utilizzare proiettili veri per reprimerle, causando un elevato numero di morti. Diversi analisti hanno considerato tale scelta completamente estranea ai metodi previsti dal diritto internazionale circa l’utilizzo di una forza commisurata alla minaccia.

Questi due casi assieme identificano un problema fondamentale per il futuro di Israele, ossia il rischio del completo tracollo dello stato di diritto e conseguentemente del sistema democratico.

Sovranismo vs. Corte Suprema
Un precedente articolo di questa rivista evidenziava quali fossero i rischi della deriva antidemocratica in Israele dovuti alla situazione demografico-politica. Oggi questi rischi si stanno velocemente concretizzando in chiare misure legislative volte a un aspetto fondamentale: la possibilità di escludere la minoranza araba dal controllo politico-istituzionale del Paese.

Al momento, la Override Clause è ferma nel suo processo di approvazione, ma è probabile che una maggioranza politica possa essere rintracciata per il definitivo inserimento di tale provvedimento nelle Leggi Fondamentali israeliane. Tale fatto costituirebbe un colpo fortissimo alla democrazia israeliana per due motivi:

  • L’azione della Corte Suprema – posta in essere soltanto nel 1992 – è sempre stata volta alla tutela dei diritti umani: nello specifico, essa può dare parere negativo rispetto alle leggi promosse dalla Knesset nel caso in cui esse non rispettino i diritti protetti dalle Leggi Fondamentali. Fatto che nella pratica ha visto l’abrogazione dell’esiguo numero di 18 leggi in 26 anni. Pertanto lo spirito della Override Clause sembra quello di lasciare carta bianca alle azioni della Knesset, sottoponendo completamente il potere giudiziario (indipendente per definizione) a quello legislativo.
  • Un secondo aspetto di modifica delle Leggi Fondamentali è quello della possibilità di espellere un parlamentare dalla Knesset con un voto favorevole di 90 membri della stessa. Come ha fatto notare l’ex ministro laburista Yossi Beilin, tale norma, anche se non è esplicitamente scritta, è volta all’esclusione dei membri arabi dell’unica camera israeliana, di modo da garantire l’unità etnica nel controllo politico-istituzionale del Paese.

Se alla situazione descritta si aggiunge l’approvazione della ‘Legge sulla Nazionalità’ lo scorso 19 luglio, che definisce Israele come lo stato nazione del popolo ebraico, si ottiene la prospettiva di un quadro legislativo chiaramente indirizzato all’esclusione degli arabi. Inoltre, quello israeliano è un sistema parlamentare monocamerale,  che ha pertanto nella Corte Suprema il contrappeso rispetto alla maggioranza governativa del ramo legislativo. Spogliando il giudiziario dei suoi poteri si arriverebbe ad uno strapotere del governo e della sua maggioranza, impossibile da contrastare anche nel caso di approvazione di norme che violino esplicitamente i diritti umani.

 Sovranismo vs. diritto internazionale e vs diritti umani
Le azioni di protesta promosse da Hamas sono sfociate nelle ultime settimane in atti di aperta ostilità, con reciproci attacchi tra la striscia di Gaza ed Israele. Bisogna però risalire ai primi sviluppi di tale dinamica a inizio maggio, quando le proteste avevano un contenuto meno violento di quello dimostrato più di recente. Israele, in quel caso, ha scelto di mettere in primo piano la tutela del proprio Stato, attraverso l’uso di una forza particolarmente asimmetrica che evidenzia un distacco delle scelte israeliane dal diritto internazionale.

Come espresso dall’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, da Amnesty International ma anche da testate giornalistiche israeliane e professori universitari, la scelta dell’Idf non ha rispettato quegli standard del diritto internazionale che sono ritenuti imprescindibili dalle democrazie occidentali al fine di tutelare i diritti fondamentali degli individui e non soltanto gli interessi nazionali.

Tale scelta, oltre a confermare un trend piuttosto chiaro da parte delle autorità israeliane di distanziamento dalla comunità internazionale e dalle democrazie europee, ha anche il non secondario effetto di allontanare l’opinione pubblica internazionale dalla legittimità delle azioni di Israele, le quali sono sempre state giustificate come funzionali all’autodifesa, ma in questo caso sono apparse chiaramente sproporzionate alla minaccia. L’effetto a lungo termine del perpetuare queste scelte crea una dinamica viziosa per la quale Israele, al fine di tutelarsi dalle moltissime minacce che lo circondano, fa uso della violenza, a volte in modo sproporzionato, comportando una condanna da parte della comunità e delle organizzazioni internazionali, ciò a sua volta causa una percezione di isolamento da parte israeliana che spinge il Paese a tutelarsi sempre di più con azioni violente, e così via.

Il mancato rispetto da parte israeliana del diritto internazionale e la crisi istituzionale fra Knesset e Corte Suprema sembrano essere espressione di un comune denominatore: il desiderio di una componente delle istituzioni e dell’opinione pubblica di non doversi sentire vincolati dai diritti umani nel momento in cui c’è in gioco la sicurezza dello Stato israeliano. Il conflitto fra questi due aspetti sta divenendo sempre più chiaro, al punto da mettere in dubbio le strutture fondamentali del sistema democratico israeliano. La strada verso la strutturazione di una società divisa e non rispettosa dei diritti umani sembra ormai essere quale scelta dallo Stato ebraico, strada che darebbe un ulteriore colpo alle democrazie occidentali che non godono affatto di buona salute.