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Dialettica tra conservatori e riformisti

Iran: rafforzare, e non affossare, le aperture al cambiamento

21 Ago 2018 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

Anche l’ Iran, come altri Stati nel mondo, è un Paese complesso da un punto di vista sociale. I vari gruppi etnolinguistici che lo popolano (tra gli altri, curdi, afghani ed arabi), assieme ai seguaci di diverse religioni – ci sono minoranze ebraiche, zoroastriane, musulmano-sunnite e varie espressioni del cristianesimo, in un Paese che, come noto, è a maggioranza sciita duodecimano (branca maggioritaria dello sciismo, ma minoritaria nell’Islam) – convivono, non sempre pacificamente, all’interno di una cornice che custodisce un’identità persiana millenaria.

Al contrario di altri Paesi, tuttavia, l’organizzazione politica dell’ Iran è una delle realtà più difficili da analizzare – vuoi a causa della laboriosità della sua formazione, vuoi per i suoi vari nuclei di influenza –, la cui genesi deve essere rintracciata principalmente nella trasformazione dottrinale instaurata recentemente dalla rivoluzione khomeinista.

L’organizzazione politica iraniana
Il sistema politico venutosi a creare dopo la fine della monarchia Pahlavi nel 1979 è un complesso di centri di potere, e contro-potere, atti a preservare la continuità della Repubblica islamica attraverso il mantenimento in auge della posizione della Guida suprema. Questi agirebbe in sostituzione temporanea del dodicesimo Imam (Mahdi), che si troverebbe al momento in ciò che viene definito “grande occultamento”, dal quale si attende il messianico ritorno alla fine dei tempi.

Sviluppatasi concretamente negli anni antecedenti alla rivoluzione, tale evoluzione è figlia di un mutamento didascalico nato durante un periodo storico intellettualmente vivace, lungo il quale lo sciismo venne persino contaminato da tendenze marxiste o terzomondiste (si pensi all’influenza di Jean-Paul Sartre o di Frantz Fanon su Ali Shariati), in un mélange intricato, ma affascinante, di filosofia politica e religiosa.

Infatti, prima del 1979, il clero aveva adottato a lungo un “quietismo” politico (taqiya), intervenendo saltuariamente nel secolo antecedente per difendere gli interessi storici nel settore dell’educazione o per partecipare alla Rivoluzione costituzionale dei primi del ‘900. Nonostante ciò, come ricordano alcuni osservatori: “Akhund-e siyasi (political cleric) remained a term of abuse until followers of Khomeini turned it into a virtue by separating the corrupting features of participation in the world from the moral ones”, e concependo una dottrina islamista, il Velayet-e faqih,  che pone la Guida suprema, ed il clero, in una posizione dominante.

La Costituzione del 1979 ha poi dato vita, o ha modificato, un altro insieme d’istituzioni: oltre all’Assemblea degli Esperti, il Consiglio dei Guardiani e il Parlamento, ci sono dunque i militari. Tra questi, vi è l’esercito regolare, le milizie Basij (diramazioni paramilitari locali con il macro obiettivo di creare una base sociale per la Repubblica Islamica, penetrando la società iraniana) e poi la Guardia rivoluzionaria, deputata alla protezione della rivoluzione da minacce interne ed esterne al Paese e con un’ala armata, le forze Qods (al-Quds, Gerusalemme), che ha l’obiettivo generale di “esportare la rivoluzione” all’estero.

Queste componenti interagiscono fra loro nei dettami di una Costituzione che professa la fede nella legge islamica e, in maniera ben più sfumata, nei principi democratici. In tal contesto gli equilibri sono delicati e gli spazi di riforma possibili, seppur raramente definitivi.

Le sfumature politiche iraniane e l’attuale scenario
Ciò aiuta a mettere a fuoco il ruolo che gli attori internazionali possono giocare nel rafforzamento o nell’indebolimento (diretto o indiretto) delle forze politiche/religiose dell’ Iran; ed è qui che si inserisce il corrente dibattito sul ruolo regionale del Paese. Da una parte, la postura tendenzialmente aggressiva del clero e degli esponenti dell’Irgc contro Israele, alcuni stati Arabi e gli Stati Uniti; dall’altra, un esecutivo moderato che, attraverso la firma del Jcpoa del 2015, ha tentato di riportare l’ Iran “all’interno” della comunità internazionale.

In uno dei suoi scritti, Karim Sadjadpour riporta le considerazioni di alcuni importanti esponenti politici iraniani secondo i quali le passate aperture di Obama verso l’ Iran avrebbero messo in seria difficoltà la Guida suprema, che fa del “morte all’America” uno dei suoi principali strumenti di legittimazione. Nelle parole di Sadjadpour: “If we can’t make nice with Barack Obama who is preaching mutual respect on a weekly basis […], it’s going to be pretty obvious that the problem lies in Tehran, not Washington.”

Tale evidenza ci porta a presupporre che, un modo per arrestare concretamente l’effettiva minaccia iraniana per alcuni Stati della regione, sia proprio quella inversa dall’attuale leva di behavioural change adottata da Washington. Infatti, questa sta agendo direttamente sulle forze politiche moderate, che si trovano ancor più in difficoltà ad ostacolare le iniziative in tema di missili balistici – o di sostegno a milizie regionali – dell’Irgc, che rimane di fatto sotto la supervisione della Guida suprema.

L’importanza del ruolo dei moderati
Nonostante alcuni osservatori – specialmente statunitensi d’ispirazione neoconservatrice – tendano ad affermare il contrario, sintetizzando frettolosamente spesso con una vena spiccatamente ideologica, le sfumature fra le diverse realtà politiche iraniane esistono. Il regime, infatti, non è esclusivamente “degli Ayatollah”.

Esso è composto anche da politici che fanno della diplomazia uno strumento chiave della politica estera: Hassan Rohani, un moderato conservatore con dottorato in legge islamica a Glasgow, è l’esempio, assieme al ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif (il quale ha compiuto tutti gli studi universitari tra San Francisco e Denver), di come, pur essendo in una posizione di congenita debolezza data la struttura istituzionale iraniana, una parte della sfera politica della Repubblica Islamica – con il sostegno di una importante porzione della popolazione – possa apportare un concreto, seppur all’apparenza limitato, cambiamento.

Ad esempio, i moderati stanno cercando di ratificare un trattato internazionale che adeguerebbe la legislazione iraniana agli standard dell’organizzazione Financial Action Task Force in relazione al finanziamento di attività terroristiche e corruzione; un importante passaggio vuoi per arrestare sospette operazioni finanziarie in supporto a gruppi designati generalmente, a torto o a ragione, terroristi, vuoi per attirare investimenti nel Paese. Tuttavia, sia i parlamentari conservatori che il Consiglio dei Guardiani stanno cercando di bloccare questo tentativo.

In definitiva, cogliere queste aperture dell’ Iran significa lavorare diplomaticamente affinché si rafforzino – e non si affossino – gli attori favorevoli ad un cambiamento: spetterà poi al tempo dire di quale natura, se avverrà, questo sarà.