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Alla ricerca d'un premier

Italia: governo, diplomatici, politici e l’arte della mediazione

20 Mag 2018 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

Vale la pena notare come nella ricerca di premier “di garanzia”, “terzi” o “neutri” che dir si voglia – come anche di ministri magari tecnici ma competenti -, il Quirinale e i “quasi vincitori” – impegnati nella formazione d’un governo dopo le elezioni del 4 marzo – abbiano rivolto la loro attenzione a una categoria, quella dei diplomatici, poco avvezza a simili esposizioni politico-mediatiche, al contrario delle varie corporazioni amministrativo-giurisdizionali tradizionalmente alla ribalta in occasioni del genere.

Che per governare non basterà la conoscenza dei problemi (di per sé una questione non da poco), ma sarà ancor più vitale muoversi sul piano internazionale senza cadere nelle trappole della superficialità e dell’inesperienza, va da sé. Ma l’epoca in cui questa capacità, così come la conoscenza delle lingue e l’uso di mondo, erano prerogativa esclusiva dei diplomatici è finita da tempo.

Oggi le lingue le parlano più o meno tutti e l’intreccio di rapporti sempre più complessi fa sì che la consuetudine con l’estero sia diventata generale. Certo, quella diplomatica resta una delle branche della pubblica amministrazione in cui criteri di selezione rigidi hanno permesso di mantenere una buona professionalità e una ragionevole meritocrazia: tramontata l’epoca di trine e courbettes, i diplomatici italiani non sono solo più preparati, ma riflettono le diverse componenti della società civile ben più di quanto accadesse in passato.

La funzione e l’arte della mediazione negoziale
Ma è questa la vera ragione? O non sta piuttosto nel fatto che la funzione dei diplomatici oggi – aldilà del permanere di stereotipi polverosi, cui la stessa “carriera” resta un po’ autolesionisticamente affezionata – è soprattutto quella della mediazione negoziale? Quella cioè di cogliere i punti di possibile contatto fra realtà diverse e spesso contrapposte, grazie a un’esperienza e a una tecnica che permettono di andare oltre la forma – che costituisce comunque un fondamentale strumento del mestiere – per sfruttare gli spazi di movimento: una funzione poco “glamour” forse, ma indispensabile non solo a livello bilaterale, ma soprattutto nei diversi contesti multilaterali, a partire da quello europeo, dove pregiudizi e percezioni culturali strutturalmente diverse rischiano di fare velo.

Una funzione che permette di interpretare correttamente le sfumature di pensiero che da angoli visuali diversi acquisiscono un peso deformato. Un piccolissimo esempio? Nei giorni scorsi i “quasi vincitori” si sono scagliati contro il Financial Times, accusato di inammissibili interferenze per un editoriale in cui si parlava di “nuovi barbari”. Chi lo aveva letto forse non sapeva bene l’inglese; o, forse, il difetto stava in una comprensione errata degli strumenti retorici della stampa anglosassone. Quell’editoriale cominciava come d’abitudine oltremanica con una provocazione – i “nuovi barbari” appunto –, per poi nella sostanza affermare che il voto democratico andava sempre rispettato e che sbagliava chi contestava il buon diritto dei vincitori a governare, aldilà delle riserve sul loro programma. La tesi di Di Maio e Salvini, appunto…

L’abdicazione, o la difficoltà, della politica a mediare
Ma quella della mediazione non dovrebbe essere la caratteristica fondamentale della politica? Ancor più necessaria adesso, quando la sfida è di tradurre un’alleanza-ossimoro in una compagine in grado di affrontare i problemi più urgenti del Paese, trovando via via i punti di convergenza possibili fra le priorità apparentemente inconciliabili degli uni e degli altri, i paletti del capo dello Stato e le aspettative contrastanti di un’opinione pubblica sottoposta ad un preoccupante esperimento di sostituzione della democrazia rappresentativa con quella della rete, dietro cui si annida lo spettro di derive che con la democrazia poco hanno a che fare?

Certo, la mediazione in sede internazionale sarà fondamentale per cercare di difendere posizioni nazionali di per sé problematiche; e i nomi che sono stati fatti rappresentano il meglio di quanto possa offrire la diplomazia italiana (in cui acquista peso sempre maggiore una componente “romana” che di per sé ne modifica in profondità la natura). Ma non è qui il cuore del problema e non è ricorrendo all’expertise di chi del mondo ha esperienza e mestiere che potranno essere risolte le contraddizioni.

Alla fine dei conti al governo non andrà probabilmente un diplomatico, ma resta la preoccupazione, dinanzi a quella che appare come una ammissione implicita da parte della nuova classe politica della difficoltà di farsi carico in prima persona non di programmi e contratti, ma della loro traduzione in consenso di governo. Mediando, appunto. Chissà che non si debba finire – come dice un film ora in circolazione – per sperare di morire tutti democristiani…