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Democrazia e rischio apartheid

Israele: demografia, ebrei ed arabi pari sono

3 Mag 2018 - Leone Radiconcini - Leone Radiconcini

È stato durante la riunione del 26 marzo della commissione per gli Esteri e la Difesa della Knesset che il colonnello Uri Mendes, vice-direttore dell’amministrazione civile che coordina le azioni israeliane nei territori palestinesi, ha portato all’attenzione del Parlamento israeliano le nuove informazioni sulla demografia in Terra Santa. Fra il Giordano e il Mediterraneo, il numero di arabi ed ebrei è ormai pari. Una notizia particolarmente rilevante di cui l’ala conservatrice della Knesset ha rifiutato per lungo tempo di tenere conto, sostenendo, forse in mala fede, che la popolazione araba fosse assai inferiore a quella ebraica.

I nodi politici del fattore demografico
Il dato proviene dal Coordinator of Government Activities in the Territories (Cogat), che è un’amministrazione civile a gestione militare, fatto che rende difficile per la la destra israeliana non tenerla in considerazione: gli arabi distribuiti fra Israele, la West Bank e la striscia di Gaza sono 6.5 milioni, come gli ebrei che vivono fra Israele ed i territori occupati. Se a ciò si aggiunge il fatto che il tasso di natalità della popolazione araba è maggiore di quello della popolazione ebraica, ci si trova di fronte ad una situazione particolarmente delicata che richiede una profonda discussione in Israele rispetto al futuro dello Stato e dell’unica democrazia del Medio Oriente.

Gli ebrei verranno a breve a costituire una minoranza rispetto alla popolazione araba concentrata in Terra Santa. E’ bene pertanto valutare quali possibili scenari potrebbero prendere forma nel futuro prossimo, considerando le due opzioni che Israele ha di fronte a sé:

1 – Israele sostiene la creazione di uno stato palestinese autonomo.

2 – Israele annette nel proprio territorio la West Bank (ed eventualmente anche la striscia di Gaza) e di conseguenza la popolazione che vi vive.

I dialoghi relativi alla soluzione dei due Stati sembrano essere arenati dal 2014, se non prima. E risulta difficile che possano riprendere a breve, visto il sostegno dimostrato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu agli insediamenti ebraici nei territori della West Bank e la completa assenza di segnali, da ambo le parti, che possano indicare una qualche volontà di dialogo sul tema. Nonostante ciò, la creazione di due Stati sembra rimanere l’unica valida alternativa per evitare di compromettere i caratteri fondamentali dello Stato di Israele: la democrazia e l’ebraismo.

Il dilemma tra democrazia ed ebraismo
Se infatti si analizzano le conseguenze derivanti dall’eventuale annessione dei territori palestinesi, si arriva alla conclusione che, in tale situazione, uno dei due caratteri deve venire a mancare affinché l’altro sopravviva. Nello specifico, se il legislatore israeliano riterrà fondamentale preservare la democraticità dello Stato, e di conseguenza conferire diritti politici alla popolazione araba integrata in Israele, ciò non potrà che compromettere l’essenza ebraica dello Stato, venendo ad essere gli ebrei una minoranza all’interno della propria nazione. Considerate le premesse sioniste alla base della nascita di Israele, e tuttora fondamentali, sembra impossibile che l’ebraicità dello stesso, e tutto l’annesso apparato legislativo, possano essere messe in dubbio.

L’alternativa alla compromissione dell’ebraicità è la compromissione della democrazia. Al fine di preservare la definizione confessionale dello Stato, la popolazione araba potrebbe non godere dei diritti politici. Tale fatto comporterebbe la creazione di un vero e proprio regime di apartheid, con cittadini di serie A, gli ebrei, minoranza che controllerebbe politicamente tutte le istituzione, e cittadini di serie B, gli arabi, che si ritroverebbero privi di una adeguata rappresentanza. Inoltre tale differenziazione non si esprimerebbe esclusivamente nella forma di diritti negati, ma anche nei metodi necessari a tenere separate le due categorie di cittadini. Pur ritenendo questo scenario ancora molto lontano, la sua plausibilità aumenta con il passare del tempo.

Le conseguenze delle scelte per Israele
L’argomentazione demografica è stata a lungo parte della narrazione proposta dai sostenitori della soluzione dei due Stati. Ciò non significa però che essa sia faziosa o parziale. Anzi, oggi appare come un dato di fatto da cui non è più possibile prescindere. Eppure non sembra che ci siano particolari riprese del dialogo, né la volontà di ritirarsi unilateralmente dagli insediamenti come fece il premier Ariel Sharon dalla striscia di Gaza nel 2005.

Il rischio pertanto che l’espansione israeliana sfoci in un’annessione completa dei territori palestinesi sembra essere sempre più plausibile, con tutte le conseguenze precedentemente considerate. Se Israele divenisse realmente uno Stato che fa uso dei metodi di apartheid, per la paura dell’esplosività demografica della popolazione araba, ciò porrebbe fine allo stato di diritto in Israele e dunque anche alla possibilità di definire democratica l’unica realtà del Medio Oriente che fino ad oggi ha fatto di ciò vanto.

Internamente, tale scelta porterebbe a un esacerbarsi del conflitto e a un avvelenamento della società stessa, come l’esempio del Sud Africa ha dimostrato. Internazionalmente, ne risentirebbero le relazioni con gli Stati occidentali – che da sempre sostengono l’importanza della diffusione dei principi e dei valori delle liberal-democrazie nella regione -. E tale fatto conferirebbe anche una fortissima argomentazione a tutti i detrattori di Israele ed agli antisemiti, la cui forza, negli ultimi tempi, è decisamente aumentata.