IAI
Domenica le elezioni

Colombia: presidenziali, opportunità e stabilità

24 Mag 2018 - Luca García - Luca García

Il 2018 per l’America latina può essere l’anno zero. E’ evidente la condizione di inerzia e di generale normalizzazione che coinvolge la regione. Senza spinta politica, senza un nuovo e originale progetto di sviluppo e integrazione questa parte del mondo è destinata a un ruolo client globale. Le presidenziali in Messico, Colombia, Venezuela e Brasile possono effettivamente rappresentare un’opportunità per cercare di invertire la rotta o comunque segnare il limite allo stato di torpore e di complessivo immobilismo.

Colombia: opportunità e stabilità
Le gerarchie nella Regione sono cambiate; oggi, senza dubbio, è la Colombia il Paese, per dimensioni macroeconomiche, più dinamico e attrattivo. I risultati in termini di crescita e riconoscimento internazionale sono evidenti: +4,3% del Pil annuo; un indice di stabilità economica pari a 33 – da Paese sviluppato – attribuito dal Global Competitive Index; una solida infrastruttura 4G e, per quanto riguarda la sicurezza degli investimenti, il rating internazionale è pari o superiore a quello dell’Italia, in particolare per l’indice Moody’s sugli investimenti a lungo termine in valuta straniera.

L’Unione europea, dopo l’accordo di libero scambio del 2012, ha nel 2015 eliminato il visto di ingresso dei cittadini colombiani nella area Schengen, intensificando gli accordi di cooperazione in tema di giustizia e sicurezza. L’eliminazione della doppia imposizione fiscale e l’istituzione di zone franche, in cui si produce pagando solo un’imposta fissa del 20% senza Iva e senza dazi di import-export, ha fatto lievitare l’interscambio commerciale Italia-Colombia a 1,3 miliardi di euro all’anno.

Ingegneria, costruzioni, energia, macchine e tecnologia agricola e di mobilità sono i settori che assieme al comparto sicurezza  hanno una strategica e funzionale convergenza.

Elezioni 2018: il conflitto è finalmente nella politica
L’11 marzo la Colombia ha votato per il rinnovo del Congresso e per la Consulta presidenziale: le prime elezioni in pace dopo lo storico accordo con la guerriglia delle Farc (i negoziati con l’ Eln sono in corso a Quito) e, soprattutto, il voto che  ha determinato la griglia dei candidati a succedere al presidente Juan Manuel Santos, premio Nobel per la Pace.

Dalle urne esce un Paese che tra mille ferite, resistenze e contraddizioni sta metabolizzando la normalità del processo democratico e l’inserimento delle ex forze rivoluzionarie nell’opinione pubblica.

L’uribismo, cioè l’eredità di Alvaro Uribe, presidente dal 2002 al 2010, è vivo e conserva un forte consenso emozionale e di interessi; l’ex presidente  è risultato il senatore più votato con oltre 857.000 suffragi e il suo partito (Centro Democratico al 16%) ha conquistato la maggioranza relativa in un Congresso alquanto frammentato.

Il dato della frammentarietà o meglio della pluralità dei partiti che formano il nuovo Congresso segna la fine dell’aristocratico modello di alternanza tra liberali e conservatori, traducendo una società più complessa e moderna.

Sostanzialmente viene confermata la coalizione moderata che ha sostenuto il presidente Santos e i negoziati di pace, composta dal  Partito Cambio Radical dell’ex vicepresidente Germán Vargas Lleras con il 14% , dal  Partito Conservatore colombiano con il 12,5%  e dal Partito della “U” fondato proprio da Santos.

Se il partito delle Farc ha ottenuto uno scarso consenso, entrando in Parlamento grazie all’aliquota (10 seggi) prevista dagli accordi, la sinistra e tutte le forze progressiste raggiungono il miglior risultato della storia repubblicana, con i Verdi che raddoppiano i seggi al Senato (10) e la Coalizione della Decenza di Gustavo Petro che ottiene quattro senatori e, soprattutto, con l’affermazione dell’ex guerrigliero come primo competitor del candidato uribista Ivàn Duque alle presidenziali.

La rivalità tra Gustavo Petro e Alvaro Uribe
Tra Petro e Uribe vi è una lunga rivalità personale e ideologica; Ivàn Dunque, quarantenne avvocato, è il delfino dell’ex presidente; condizione che lo limita molto, fino alla definizione più cattiva di “titère” (burattino) del suo mentore, impedendogli un’agibilità politica al di fuori del mondo “uribista” caratterizzato da una visione fortemente identitaria e neo-isolazionista.

Gustavo Petro, viceversa, ha una storia personale vertiginosa: con un bisnonno paterno italiano e garibaldino, giovanissimo alterna periodi di studi economici e clandestinità nell’M-19 fino al 1985 quando viene arrestato dall’esercito, torturato e internato per due anni; dopo un’amnistia viene eletto senatore e come capo dell’opposizione denuncia le zone grigie della “parapolitica”. ossia le collusioni tra politica, para-militarismo e narcos. Eletto nel 2012 sindaco di Bogotá – in un mandato tribolato e controverso -, contribuisce con il progetto di “Bogotá Humana” a rimodulare la dimensione internazionale della capitale, riproponendola nel ruolo di guida e di avanguardia del Paese.

Contro Petro, Uribe ha scatenato una violenta campagna di paura, identificandolo come “castrochavista” e prospettando una deriva ‘venezuelana’ con la sua elezione. Petro e Uribe si detestano, rappresentano mondi, visioni e dimensioni sociali incompatibili. Ambedue sono personalità divisorie, ma necessarie nel percorso di transizione perché esistenti e legittime.

L’ultimo sondaggio del 9 maggio sulle intenzioni di voto di YanHaas SA registra un importante incremento di consensi per l’ex sindaco di Bogotá, che sale al 28%, mentre Iván Duque si conferma stabile intorno al 38%; sempre lontani gli altri contendenti. È evidente la polarizzazione tra le due proposte alternative, ed è improbabile una vittoria al primo turno, risultando determinante nel ballottaggio la capacità a includere e persuadere senza emarginare il conflitto come condizione di emergenza.

Gli importanti risultati macroeconomici, specie in termini di stabilità, reputazione e opportunità si muovono parallelamente alla resilience del Paese, all’attitudine a compensare in dialettica democratica i tentativi di rottura, le delegittimazioni e le resistenze dei vecchi e consolidati privilegi.

Qualsiasi processo di transizione convive con elementi contraddittori e di precarietà: i mali di questo bellissimo e magico Paese sono tanti e di non immediata soluzione, ma il corpo-paese nella sua esposizione più avanzata – nuova borghesia, giovani, cultura e grandi contesti urbani – ha consolidato una solida e riconosciuta dimensione civile.

Non può piovere per tutta la vita” scriveva Gabriel García Márquez pensando al suo paese. Oggi la Colombia finalmente discute di sé e nulla sembra essere scontato.