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Il Vertice di Sofia

Balcani Occidentali: da Salonicco a Sofia, adesione a Ue fluttuante

20 Mag 2018 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

Dopo 15 anni, il Vertice di Sofia, richiamando quello di Salonicco del 2003, avrebbe dovuto dare un nuovo slancio al processo di allargamento verso la regione dei Balcani occidentali composta da Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia. La dichiarazione congiunta del Vertice è stata invece vaga, esprimendo un supporto inequivocabile alla “prospettiva europea” dei sei Paesi, che però è ben lontano dall’aperto sostegno all’adesione registrato a Salonicco, dove si era sottolineato chiaramente  come il futuro dei Balcani fosse all’interno dell’Unione europea.

Il Vertice di Sofia non ha portato quindi ai risultati sperati per chi pensava a un rilancio politico del processo di allargamento tramite un sostegno formale da parte dei leader dei Paesi membri. Prospettiva quest’ultima che era di fatto poco credibile. In un momento in cui l’Ue è sulla via della ripresa, nessun leader vuole fare passi falsi. Soprattutto visto che la legittimità del progetto europeo è ancora traballante e il consenso sociale verso l’allargamento è basso. Se nel 2003 solo il 35% dei cittadini europei si opponeva ad un allargamento contro il 46% favorevole, nel 2017 il 47% è contrario a fronte solo di un 42% che è invece ancora favorevole.

Una dichiarazione realistica
Una dichiarazione diversa da quella fatta non sarebbe quindi stata realistica. Se alcuni leader, come la cancelliera Angela Merkel in Germania o il cancelliere Sebastian Kurz in Austria hanno apertamente sostenuto il cammino dei Balcani verso l’Ue, altri come il presidente francese Emmanuel Macron, hanno parlato di un semplice ancoramento della regione all’Ue. In altre parole, c’è molta più cautela da parte dei governi europei. Una dichiarazione diversa da quella fatta non avrebbe goduto del sostegno universale dei Paesi membri che temono una reazione negativa da parte dei propri elettori o non sono convinti che la regione sia pronta dal punto di vista istituzionale, economico e dello stato di diritto a diventare membro a tutti gli effetti dell’Unione europea.

Nonostante tutto, secondo la dichiarazione finale del Vertice, l’Ue è comunque determinata a rafforzare e intensificare il suo impegno a tutti i livelli per sostenere la trasformazione politica, economica e sociale dei Balcani occidentali, al fine di facilitarne il processo di adesione. In effetti, ci sono diverse ragioni che giustificano l’impegno europeo a continuare a sostenere un futuro  allargamento ad est.

Le ragioni geo-politiche dell’allargamento ai Balcani
Dal punto di vista geopolitico, il problema di avere una regione all’interno dell’Europa che non è membro dell’Ue  pone seri rischi alla sicurezza dei Paesi membri stessi.  Se la via migratoria dei Balcani che dalla Grecia e dalla Macedonia attraversava la Serbia per raggiungere l’Ungheria o la Croazia è chiusa, nel corso del 2018 c’è il rischio che si apra una nuova via, visto l’aumento di migranti da Pakistan, Afghanistan, Siria, Algeria, Libia e Marocco che tramite la Bosnia cercano di entrare in Croazia.

Allo stesso tempo, la radicalizzazione religiosa di alcune frange della popolazione balcanica, così come il problema dell’immigrazione interna alla regione verso l’Ue, non sono problemi da sottovalutare. L’Unione europea è anche consapevole delle ingerenze esercitate sulla regione da parte di altre potenze, come la Russia, la Cina, che sta investendo molto in Serbia nell’ambito del progetto ‘One Belt One Road’, la Turchia e gli stessi Paesi del Golfo. E’ quindi necessario dare delle prospettive serie e realistiche ai Paesi della regione.

Le considerazioni e le prospettive economiche
Da un punto di vista economico, se i Paesi della regione raggiungeranno la media del Pil pro-capite europeo nel giro di 60 anni, essi rappresentano un mercato in potenziale crescita, che se incentivato tramite una migliore connettività potrebbe di fatto portare ad un reciproco beneficio.  C’è però anche una ragione che va al di là del cosiddetto senso pratico, ma che è di natura più ideologica.

L’Unione europea deve dimostrare a se stessa e al mondo di essere in grado di esercitare un peso maggiore nell’arena internazionale iniziando dai propri confini. Se nel Mediterraneo la sfida è ancora aperta, i Balcani, con un Pil pari a quello di tutta la Slovacchia e una popolazione inferiore a quella della Romania, non possono  rappresentare una sfida così improponibile per l’Ue, nè un rischio per la sua stabilità, e sono quindi un banco di prova dove l’Unione europea non può e non deve fallire.

Il superamento dei contrasti fra i singoli Paesi
In questo frangente, il superamento dei contrasti tra i singoli Paesi è un primo importante passo. Da un lato la Grecia ha bloccato per anni la candidatura all’adesione macedone per le questioni legate al nome Macedonia, che è quello di una provincia greca e che per Atene non può essere utilizzato dal Paese balcanico. Sebbene un accordo tra il premier greco Alexis Tsiparas e quello macedone Zoran Zaev debba concretizzarsi a breve, la questione non sembra ancora di facile soluzione.

D’altro canto, e forse più seriamente, rimane ancora aperto il caso del Kosovo, che non è riconosciuto da alcuni Paesi europei, in primis la Spagna, ma anche Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania.  Ciò rende impossibile persino l’inizio dell’iter perché il Paese possa un giorno divenire candidato all’adesione.

Inoltre, rimangono ancora molte questioni interne ai Balcani che devono essere risolte.  La stessa Serbia, che, così come ipotizzato dalla strategia sull’allargamento  del febbraio 2018, potrebbe ambire a diventare membro entro il 2025, deve prima di tutto concretizzare un accordo per normalizzare le sue relazioni con il Kosovo.

In conclusione, se non si può più parlare di allargamento senza se e senza ma, di fatto un impegno concreto nel promuovere una maggiore connettività economica e le riforme dello stato di diritto, anche se giudicato poco poetico, è forse l’unica via pratica e percorribile per creare le condizioni necessarie a garantire l’adesione a questi Paesi. E’ evidente che non ci saranno più “processi di adesione alla 2004”, quando l’economia mondiale stava crescendo e la caduta dell’Urss aveva elevato il modello politico ed economico occidentale a unico funzionante al mondo.

L’allargamento in chiave post-crisi sarà forse più tecnico, più puntiglioso e più cauto, ma non per questo non avverrà. A fronte di un effettivo impegno da parte dei leader regionali, che devono implementare le riforme necessarie e comunicarne l’importanza ai propri cittadini,  l’Ue e i suoi Paesi membri devono essere pronti ad investire nella regione e a sostenere, al di là della stabilità politica, che è sempre tanto cara a Bruxelles, riforme democratiche e dello stato di diritto.