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Come evadere dal conflitto

Siria: la speranza attraverso la cultura con nuovi simboli

4 Apr 2018 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

Quali le prospettive siriane in un’epoca post-califfale? Raqqa – la ‘capitale’ del sedicente Stato islamico –  è stata liberata nell’ottobre 2017, eppure le cronache giornaliere evidenziano in questo inizio 2018 le urgenze e le tragicità correnti che tuttora attraversano la Siria.

Due le direttrici sotto specifica osservazione. A Nord, la tensione strategica e permanente tra Turchia e galassia curda, come testimoniato dalle vicende dell’enclave di Afrin e dallo ‘scontro’ tra Francia e Turchia circa il ruolo delle forze democratiche siriane (Sdf), curdo-arabe. A Sud, la situazione del distretto di Ghouta, alla periferia della capitale Damasco, dove l’esercito di Bashar Al-Assad ha proseguito nei giorni scorsi nella sua avanzata territoriale sulle città ‘ribelli’, sfruttando anche le divisioni interne ai diversi gruppi opponenti (da Ahrar al Sham sino al gruppo Jaysh al Islam).

In mezzo a tutto ciò, emergono le gravissime situazioni umanitarie, caratterizzate da una sommatoria di internally ed externally displaced persons /refugees (segnatamente verso Giordania e Libano) e da una diffusa insicurezza alimentare. Dall’esterno, le narrative dialettiche tra Stati Uniti (in dichiarato attuale disimpegno) e Federazione russa. La complessità siriana si arricchisce poi con il settarismo alauita e la proiezione extra-territoriale di Hezbollah, al punto che le rappresentazioni e le distorsioni di lettura sembrano non conoscere più confini.

Numeri, percezioni, narrazioni: le metriche dell’iper-conflitto siriano
Sette anni di conflitto in Siria hanno causato – secondo alcune stime – la morte di oltre 300.000 persone, mentre il conflitto è ormai entrato nel suo ottavo anno, dopo essere esploso nel marzo del 2011. Una magnitudine impressionante, eppure relativamente silente, non avendo avuto la spettacolarità visiva dell’11/9/2001. Un evento puntuale ad altissimo impatto emotivo, che agli occhi dell’homo videns contemporaneo è ancora vivido. Pur essendo, dimensionalmente, 100 volte inferiore in termini di morte e distruzione prodotta.

Tra linee rosse varcate, accennate, superate, fiumi di colloqui tra Ginevra, Losanna e Astana, editoriali presidenziali russi scritti sul New York Times (editoriale di Putin nel settembre 2013), disinformazione e difficoltà di verifiche indipendenti sulle fonti primarie di notizie, foto, video e tweet, le vicende siriane di questi ultimi anni inoltre hanno prodotto una incredibile contaminazione di visioni e contro-narrazioni.

Tra caratterizzazioni umane, identità multiple e tecnologie belliche
Il professor Olivier Durand – associato di dialettologia araba all’Università Sapienza di Roma – nel testo a più mani del 2010 Corso di Arabo Contemporaneo per Hoepli evidenziava le differenze culturali, attitudinali e antropologiche tra gli abitanti della città di Damasco e quelli di Aleppo. Dopo otto anni di conflitti, migrazioni e diffusione di nuove geografie umane, quanto questa caratterizzazione è ancora attuale ed esplicativa dell’essere dei due grandi centri urbani siriani?

Passando alle relazioni extra-areali, secondo fonti stampa di Sarajevo altri foreign fighters bosniaci avrebbero perso la vita nel mese di marzo in terra siriana, combattendo nelle file dell’organizzazione terroristica del sedicente Stato islamico. In base ai dati delle autorità bosniache fino al dicembre scorso si sarebbero uniti all’Isis ben 280 cittadini bosniaci.

Muovendo dall’uomo alla tecnologia bellica, a febbraio la Russia ha schierato in Siria quattro velivoli di quinta generazione Su-57 in una continua e assertiva ‘fighter-jet diplomacy’. Nel contempo, con ‘l’altra mano’ della diplomazia in ‘giacca e cravatta’, Turchia, Iran e la stessa Russia continuano i loro negoziati diplomatici sulla Siria, come dimostra l’ incontro di Ankara di mercoledì 4 aprile. Un vero e proprio caleidoscopio di approcci a prisma.

Dalla storia al futuro
Cosa aspettarsi per il futuro meno prossimo? Per provare a rispondere a questa domanda, partiamo dal passato. Il sistema di potere siriano negli anni di Hafez Al-Assad (1970-2000) è stato caratterizzato, secondo alcuni studiosi, da un coacervo di poteri differenti e diffusi, tra dimensione visibile (Partito Baath) e invisibile (servizi di sicurezza), formale (amministrazione) e informale (clan). Era (anche) la Siria di Alois Brunner, il criminale nazista rifugiatosi all’ombra di Damasco.

Per provare a superare le multiple linee di frattura odierne, bisognerà completamente cambiare paradigma. In una visione ‘neo-costruttivista’ – secondo l’insegnamento del politologo Alexander Wendt – delle relazioni internazionali e delle relazioni umane sul terreno. La Siria sarà cosa deciderà di essere prima di tutto nelle proprie rappresentazioni di sé e dell’altro, in modo socialmente costruito. Ciò al netto, ovviamente, delle pur pesantissime influenze esterne di vari attori regionali e globali.

In questa auspicata tensione ideale, valori positivi e unificatori interni potrebbero essere dati da eccellenze della cultura siriana, come quella del poeta Adonis (pseudonimo di Alī Ahmad Sa’īd Isbir), già Premio Goethe nel 2011 e più volte candidato al Nobel per la letteratura. O dai professionisti impegnati nei settori dell’economia e dello sviluppo, come Abdullah Dardari, ex-vice primo ministro siriano per gli Affari economici, ora operante quale consigliere per la ricostruzione dell’area Mena (Middle East North Africa) con la Banca Mondiale. Ricordando anche che il compianto genio di Apple Steve Jobs (1955-2011) ha avuto un padre biologico siriano – Abdul Fattah Jandali –  nato nel 1931 a Homs, in Siria.

Questo cambio di prospettiva, oltre le categorie divisive, dovrebbe in definitiva prevedere l’adozione di nuovi e più estesi concetti di lealtà e appartenenza. Per dirla con le parole espresse dal presidente statunitense John F. Kennedy alle Nazioni Unite nel 1963: “an higher sense of loyalty to the concept of a mankind living on a small planet, in a way which put us closer and closer together”.