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Verso le elezioni europee 2019

Parlamento europeo: la via delle coalizioni al ‘governo’ Ue

23 Apr 2018 - Pier Virgilio Dastoli - Pier Virgilio Dastoli

Se non ci saranno elezioni anticipate, la prossima scadenza elettorale ‘nazionale’ in Italia è già fissata per il 26 maggio 2019, quando si rinnoverà il Parlamento europeo. Sarà ‘nazionale’ non solo in Italia, ma nella maggior parte dei 27 Paesi dell’Unione con liste bloccate nazionali: così avverrà anche in Francia, dove il presidente Emmanuel Macron ha rapidamente modificato la legge elettorale europea per garantire al suo movimento En Marche la fetta più importante dei deputati europei, se gli elettori francesi non gli volteranno le spalle dopo 700 giorni di governo (l’elettore, si sa, è mobile come la donna del Rigoletto) e se lui avrà nel frattempo chiarito a quale famiglia politica vorrà aderire o se tentare piuttosto di crearne una tutta nuova.

La Brexit e i suoi effetti sulla composizione del Parlamento europeo
Come sappiamo, la Brexit avrà come conseguenza l’uscita dei deputati britannici che oggi dominano nel gruppo conservatore e nel gruppo fondato dallo Ukip con i deputati pentastellati – ai quali si aggiunge una pattuglia consistente di 13 eletti laburisti nel gruppo socialista.

Il Parlamento europeo ha inopinatamente respinto la proposta di costituire una circoscrizione europea in cui eleggere i 73 seggi lasciati liberi dalla Brexit e ha poi distribuito 46 seggi fra i nuovi Stati membri che entreranno nel 2024 e 27 seggi fra gli Stati “meno rappresentati”, con un beneficio di tre nuovi eletti per l’Italia che passerà da 73 a 76  deputati.

Secondo proiezioni del febbraio 2018, fatte sulla base delle ultime elezioni nazionali, il Ppe dovrebbe rimanere il primo gruppo, scendendo però da 217 a 179 deputati, seguito dal Pse (da 189 a 142), dall’Alde (da 68 a 102, nel caso in cui En Marche si unisca alla famiglia liberale, diventando così di gran lunga la delegazione nazionale più consistente), dalla Sinistra (da 52 a 66), dai Conservatori (da 74 a 47, egemonizzati ormai dai paesi di Visegrad con i polacchi in testa), dall’ex gruppo euroscettico di Farage-Grillo (da 45 a 42 con i pentastellati in posizione dominante), dal gruppo di estrema destra Le Pen-Salvini (da 37 a 41) e infine dai Verdi (da 51 a 33), con 27 eletti per ora ‘senza famiglia’.

L’opposizione (motivata?) a possibili iniziative transnazionali
Si tratta di proiezioni in parte ipotetiche perché non tengono conto delle elezioni italiane del 4 marzo, delle possibili trasmigrazioni fra famiglie politiche o della costituzione di nuove famiglie transnazionali che potrebbero ispirarsi all’esperienza di En Marche o risultare da iniziative di rottura degli equilibri tradizionali, come Diem25 di Yannis Varoufakis, in rotta di collisione con gli euro-ostili di Melenchon, Lafontaine e Fassina, ma ormai antagonista del suo ex-compagno di partito Tsipras, e in cerca di alleati in Germania (Die Linke), in Spagna (Podemos) e in Italia (De Magistris).

La Commissione e il Parlamento europeo hanno già aperto un fuoco di fila contro possibili iniziative transnazionali affermando – in contrasto con l’articolo 10 del Trattato di Lisbona – che esiste un partito  europeo solo se rappresenta la somma di partiti nazionali. Sarebbe interessante conoscere un parere motivato della Corte di Giustizia, che in tema di gruppi parlamentari ha adottato in passato sentenze innovative.

Parlamento e Commissione, intreccio di nomine e scambi di favori
La composizione del prossimo Parlamento europeo sarà strettamente legata alla questione dei leader delle istituzioni europee e in particolare al metodo degli Spitzenkandidaten introdotto alle elezioni europee del 2014. Grazie (o a causa) di tale metodo, il Ppe – che, pur perdendo voti e seggi, si confermò primo partito europeo – conquistò di nuovo la presidenza della Commissione europea per il lussemburghese Jean-Claude Juncker, detronizzato in patria da una coalizione Liberali-Socialisti-Verdi dopo 18 anni di governo cristiano-popolare. Juncker prese il testimone dal non indimenticabile decennio del popolare portoghese Manuel Barroso.

Apparentemente fu una vittoria ‘democratica’ del Parlamento europeo contro il Consiglio europeo, ma a Bruxelles tutti sanno che Juncker fu spinto da Angela Merkel a candidarsi a nome del Ppe nel congresso di Dublino del febbraio 2014, contro  la candidatura del francese Michel Barnier. La Merkel è stata poi compensata dalla nomina del fedele Martin Selmayr prima a capo di gabinetto e poi – con una procedura rocambolesca – a segretario generale della Commissione.

Popolari e socialisti non potranno più formare nel prossimo Parlamento una ‘grande coalizione’, perché non avranno più i numeri. Per evitare di perdere il controllo delle prossime nomine, Cdu e Spd – azionisti di maggioranza relativa nei loro gruppi europei – affermano in modo strumentale che la democrazia europea si difende se si afferma il principio secondo cui il partito di maggioranza relativa deve ottenere la presidenza della Commissione europea. Cosicché il candidato del Ppe che sarà designato al Congresso di Helsinki l’8 novembre 2018 sarà automaticamente il presidente della prossima Commissione europea.

Coalizioni in vista delle elezioni europee?
C’è una via alternativa a questo  stato di cose: essa passa dalla creazione di coalizioni prima delle elezioni europee, con una scelta di candidati unici di coalizione eventualmente attraverso primarie fra i candidati designati dai partiti di un eventuale accordo di programma.

Sarebbe possibile immaginare in tal modo di raccogliere intorno a un “patto per la legislatura” forze politiche e movimenti pronti a battersi per far cambiare rotta all’Unione europea verso un’Europa sovrana, solidale e democratica?