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50 anni dopo

MLK: da apostolo della non violenza a icona del business

19 Apr 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

A 50 anni dal suo assassinio, Martin Luther King non può rischiare di essere inquadrato come un’icona senza tempo e letto a senso unico come un buonista della non violenza. Al Campus dell’Università di Torino, l’americanista Massimo Rubboli,  con Paolo Naso, docente a La Sapienza e uno tra i maggiori studiosi di MLK, e Kerhinde Andrews della Birmingham City University,  ha ricordato il recente spot pubblicitario di Fca con le parole di King a sostegno della vendita del pick up Ram 1500. Nel claim  “Built to serve” il succo di un sermone in cui il pastore battista diceva che “se vuoi essere riconosciuto come il più grande, devi servire gli altri”.

Era il 4 febbraio 1968 ad Atlanta, in Georgia. Due mesi dopo, MLK sarebbe stato ucciso, a Memphis, nel Tennessee. Eppure nel tritatutto del business è finito anche lui.  Un processo di canonizzazione da mercato  prodotto dai media, attirati dal suo suggestivo linguaggio biblico. Oggi la riflessione attorno al suo pensiero religioso-politico richiede meno emotività e più la necessità di rileggere la parabola umana di questo pastore battista alla luce della sua eredità.

La strategia della non violenza una rivoluzione negli Usa
“E’ stato un grande soggetto politico negli Anni ’60 –  dice Naso –. Nessun leader oggi può essere paragonato a lui. La strategia della non violenza fu una rivoluzione negli Usa. Per la prima volte si sperimentano forme di protesta già attuate in Sud Africa, in India”. Una strategia che come uno tsunami moltiplicò gli atti di disobbedienza civile, uno fra tutti quello, tutt’altro che improvvisato, di Rosa Parks il 1 dicembre del 1955.

C’è un’ampia bibliografia sull’argomento e su come il giovane King, pastore a Montgomery, nell’Alabama, studioso di Hegel e Kant, intriso della tradizione puritana da un lato e radicato nella tradizione delle chiese battiste nere, abbia coniugato il gandhismo con il cristianesimo, ma abbia anche saputo rivolgere il suo sguardo oltre la questione etnica.

Una figura che resta un punto di riferimento forte
King resta il rappresentante del più grande movimento di popolo contro la discriminazione razziale e per le libertà civili e, a riprova di quanto il problema sia ancora vivo negli States, la sua figura è tuttora un punto di riferimento forte. Se si pensa ai fatti di cronaca che negli ultimi anni hanno registrato un’ escalation di vittime di colore durante gli interventi della polizia (secondo la Mapping Police Violence la possibilità per i neri di venir uccisi, sebbene disarmati, dagli agenti è tre volte superiore a quella dei bianchi e secondo il Guardian nel 2017 sono stati 136 le vittime afroamericane), risuonano nella mente le parole di King: “Oggi sappiamo con certezza che la segregazione è morta. L’unica domanda che rimane è quanto costoso sarà il funerale”.

La somma di quel conto è ancora aperta. Tuttavia il lascito di King non si esaurisce nella lotta antirazziale, la non violenza, l’impegno per la pace che gli è valso il Nobel e neppure nelle rivendicazioni sui diritti civili. Kerhinde Andrews dice bene quando si sofferma su come la visione politica di King sia mutata e con essa il suo rapporto con Malcom X.

Il peso della guerra nel Vietnam sul pensiero di MLK
Se restò differente la rispettiva connotazione religiosa e la posizione sul ricorso alla violenza, la guerra in Vietnam  fu traumatica e “radicalizzò l’impostazione di King”.  Se all’inizio – ha osservato Kerhinde Andrews – i due approcci erano ben distinti, quello decisamente rivoluzionario di Malcom X che puntava a scardinare il sistema di potere, e quello che credeva nella legislazione americana come grimaldello per realizzare l’uguaglianza delle libertà, con il tempo s’incontrano. Com’è – si chiese King – che ragazzi bianchi e neri, mandati a ottomila miglia di distanza, uccidono e muoiono insieme per “una nazione che non è stata capace di metterli a sedere nelle stesse scuole”?

Veniva incrinata un’intera visione dell’America come terra promessa. La stessa visione che oggi appare del tutto cancellata dalla politica di Trump. Eppure qui è il nocciolo della auto-rappresentazione americana. King intendeva dare attualità a quella promessa: il popolo afro-americano come il popolo uscito dall’Egitto che trova la libertà nel nuovo Paese. Come il leader puritano John Winthrop, che sbarcato nel 1630 in America disse: “Noi saremo come una città sulla collina”. E’ il mito fondativo .

Dall’integrazione razziale a quella economico-sociale-politica
L’ integrazione razziale era parte del sogno americano perché dentro la Dichiarazione d’indipendenza. Una narrazione che, fino a un certo punto, accomuna tutti. Naso, Rubboli, Andrews così come, nel dibattito, Daniel Bender dell’Università di Toronto e molti altri, hanno rimarcato “fino a un certo punto”. Fino a quando il discorso passa dalla lotta contro la segregazione, quella sì vinta, al sistema economico-sociale-politico.

Il discorso nella chiesa di Riverside Drive a New York, luogo del protestantesimo liberal, nel 1967 è tanto importante quanto I have a dream nel ’63. Dopo due anni dal diritto di voto, il razzismo non era ancora stato debellato. E non lo è tuttora. Non bastano le leggi. L’invettiva di King contro il militarismo, il colonialismo, s’associava alla richiesta di cambiamenti più radicali e all’appello al coraggio rivolto alla componente liberal della politica e delle chiese.  Coraggio che non ci fu.

Il New York Times parlò di “errore del dottor King” e lui tornò ad essere sorvegliato speciale dell’Fbi. Le chiese stesse si spaccarono e quello che lui aveva chiamato “il fronte della coscienza”, bianchi e neri insieme, era ormai lontano. King, il “nuovo Mosè” iniziò a parlare sempre di più di equa distribuzione delle ricchezza. Ormai la parola d’ordine era la lotta alla povertà. Il 4 aprile del 1968, a Memphis, per sostenere lo sciopero dei netturbini sottopagati, il sogno ritornò nel cassetto. Due mesi esatti dopo, il 5 giugno di quell’anno fra i più violenti d’America, veniva ammazzato a Los Angeles Robert Kennedy.

Oggi gli Stati Uniti, di fatto multietnici e multireligiosi, con una netta prevalenza di cristiani e le loro oltre 50 denominazioni battiste, faticano a ritrovare quel sogno americano “che – predicò King – non diverrà realtà se privo del più ampio sogno di un mondo di fraternità, di pace e di buona volontà”.