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Casa Bianca (di nuovo) nel caos

Usa: Trump licenzia Tillerson ed è ‘Tempesta su Washington’

19 Mar 2018 - Stefano Graziosi - Stefano Graziosi

E’ sempre ‘Tempesta su Washington’. No, non stiamo parlando del celebre film di Otto Preminger, ma del caos che è tornato a esplodere in seno alla Casa Bianca. Dopo un periodo di (relativa) calma, l’Amministrazione Trump è ripiombata nel subbuglio causa il siluramento di Rex Tillerson. L’evento non era inaspettato, visto che – da mesi – circolavano voci sui rapporti complicati tra il presidente Usa Donald Trump e il segretario di Stato.

Trump-Tillerson: storia di un feeling mancato
Eppure, le cose erano iniziate ben diversamente. Subito dopo avere conquistato la Casa Bianca, il miliardario aveva meditato a lungo su chi avrebbe dovuto guidare il Dipartimento di Stato. All’epoca, i nomi più quotati sembravano essere quelli dell’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney e dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani: due profili tendenzialmente inclini a una politica estera grintosa e interventista. Ma alla fine la scelta cadde su una figura profondamente differente, quella di Tillerson. Il presidente del colosso petrolifero Exxon era difatti fautore di un approccio stile Realpolitik: moderato, cauto e tendente ad una linea di stampo kissingeriano. D’altronde, le motivazioni alla base di questa nomina risultavano molteplici.

Innanzitutto, c’era l’esigenza, da parte di Trump, di imprimere una svolta alla politica estera statunitense, dopo una campagna elettorale condotta sull’onda di slogan tendenzialmente isolazionisti (o comunque molto critici verso le amministrazioni Clinton, Bush e Obama). Senza poi dimenticare la storica amicizia che legava Tillerson al presidente russo, Vladimir Putin, in un momento in cui Trump era fortemente intenzionato a intraprendere una politica di disgelo nei confronti di Mosca. In secondo luogo, si deve anche considerare che Tillerson veniva dal mondo del business: un modo, forse, per ribadire – da parte del neo-presidente – la distanza dal professionismo politico (per quanto il capo di Exxon avesse ricevuto ampi apprezzamenti da parte dell’ex segretario di Stato Condoleezza Rice e dall’ex segretario alla Difesa Robert Gates).

Le speranze vennero ben presto disattese. L’inesperienza politica ha reso difatti Tillerson un pesce fuor d’acqua rispetto alle dinamiche di Washington, mettendolo – tra l’altro – anche in contrasto con la burocrazia del Dipartimento di Stato, che difatti pare gli abbia remato pesantemente contro. Il suo fare misantropo e restio alla ribalta mediatica lo ha poi reso sempre più indigesto dalle parti della Casa Bianca. Non a caso, le relazioni personali con Trump si sono rapidamente guastate: svariati testimoni raccontano di vere e proprie scenate consumatesi all’interno dello Studio Ovale. Episodi che non avrebbero fatto altro che approfondire la distanza tra il presidente e il segretario di Stato. Anche perché, secondo i beninformati, Tillerson si sarebbe sentito scavalcato dal genero di Trump, Jared Kushner, soprattutto sulla strategia di risoluzione del conflitto israeliano-palestinese.

Trump-Pompeo: presagi di cambio di rotta
Al di là dello scossone in seno all’Esecutivo, bisognerà adesso osservare le mosse del nuovo segretario di Stato, Mike Pompeo. L’ex direttore della Cia sposa infatti un approccio politico radicalmente diverso da quello di Tillerson: si tratta di un falco interventista, particolarmente critico nei confronti della Russia e dell’Iran. Non è dunque escluso che la politica della Casa Bianca verso il Cremlino possa farsi più muscolare: e le stesse sanzioni recentemente comminate da Trump a Mosca sembrano del resto andare in questa direzione. Senza poi dimenticare che, anche sul versante della Corea del Nord, Pompeo non ha mai usato parole troppo tenere: sarà quindi interessante vedere quale strategia adotterà alla luce dell’incontro che dovrebbe avvenire a breve tra Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong-Un.

Insomma, almeno sulla carta, sembrerebbe imminente un deciso cambio di rotta, che potrebbe spiegarsi con una serie di ragioni. In primo luogo, è possibile che Trump voglia ‘sparigliare le carte’ sul fronte internazionale, imprimendo una svolta improvvisa alla politica estera dello Zio Sam. Al di là di questo, non si possono neppure escludere motivazioni da ricercare nelle dinamiche interne. Scegliendo un profilo come quello di Pompeo, è difatti possibile che Trump cerchi di gettare un ponte verso le correnti più tradizionaliste del Partito repubblicano, le stesse che, nelle ultime settimane, non hanno granché digerito alcune delle misure adottate dal presidente (a cominciare dai dazi).

Gina Haspel, una donna – la prima – alla guida della Cia
La scelta di Pompeo a capo del Dipartimento di Stato ha portato alla nomina di Gina Haspel a direttore della Cia: la prima donna della storia a ricoprire questo ruolo, la cui attribuzione non è comunque automatica. Il Senato potrebbe difatti bloccare l’investitura della Haspel, a causa del suo controverso passato: è accusata, in particolare, di avere condotto interrogatori usando tecniche di tortura (soprattutto il waterboarding) – elemento che potrebbe alienarle il voto della sinistra democratica e anche di alcuni repubblicani (a partire dal senatore, John McCain, da sempre oppositore della tortura) -.

Sul nome della Haspel, potrebbe però coagularsi una maggioranza bipartisan: gran parte dei repubblicani e molti democratici centristi hanno avuto parole di elogio nei suoi confronti. Senza dimenticare che, fra tante nomine generalmente molto politicizzate di Trump, la Haspel è tendenzialmente considerata un profilo tecnico e di esperienza. Ragion per cui, lo scoglio della ratifica senatoriale potrebbe alla fine essere superato.

La lista dei ‘silurati’ potrebbe allungarsi
Dopo tutti questi giri di valzer, la tempesta su Washington tenderà a placarsi? Non sembrerebbe. Pare infatti che altri due ministri siano sulla soglia del siluramento: il procuratore generale, Jeff Sessions, e il segretario dell’Energia, Rick Perry. Inoltre, come se non bastasse, secondo il Washington Post, anche il consigliere per la Sicurezza nazionale, H. R. McMaster, sarebbe in procinto di essere licenziato.

Una certa irrequietezza pervade i corridoi della Casa Bianca. E, in questo caos generale, la domanda più ovvia riguarda la coerenza dell’attuale presidente. Posto che storicamente tutte le Amministrazioni hanno avuto fasi di assestamento interno, in questa sembrano cadere decisamente troppe teste. Qual è la ragione di questa situazione? Basta dire che Trump è un lunatico umorale per spiegare tutto questo?

Che l’attuale inquilino della Casa Bianca abbia un temperamento a dir poco esuberante (unito a una forte inesperienza politica) non è un mistero. Ma potrebbe esserci dell’altro. Trump, cioè, potrebbe avere una strategia. Una sorta di baraonda organizzata, che gli permetta di continuare ad incarnare – agli occhi dei suoi elettori – un’immagine movimentista e di tenere al contempo sulla corda i propri ministri e consiglieri.

Una strategia, cioè, che gli consenta di interpretare la parte dell’uomo forte: pronto a silurare i subalterni incapaci, secondo i rodati princìpi dello “you’re fired”. Una strategia che trovi nel caos i fondamenti della propria essenza: perché è proprio il caos che impedirebbe le cristallizzazioni, oltre che il consolidarsi delle rendite di posizione. D’altronde, esempi di una tipologia di leadership simile la Storia ce li ha già offerti. Non fu proprio Mao a dire: “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione, quindi, è eccellente?”.