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Seconda Guerra Mondiale

MonteCassino: Grotta Foltin, una stele che fa discutere

17 Mar 2018 - Nando Tasciotti - Nando Tasciotti

E’ molto opportuno segnalare turisticamente la ‘grotta Foltin‘. L’ampia caverna, alla base delle pendici di MonteCassino, dov’era il comando tedesco del capitano Ferdinand Foltin, e la vicina area dell’ex hotel cosiddetto ‘Continental’, sono infatti tra i luoghi storici della ‘Battaglia di Cassino‘. E’ invece meno opportuno e, anzi, ingiusto farlo secondo le modalità che erano state decise negli ultimi giorni a Cassino e che, anche grazie alla pubblicazione di tanti articoli di questo genere, in particolare quello di Vittorio Emiliani su ‘il Fatto Quotidiano’ – sono state sospese e ufficialmente rinviate ‘a nuova data’. Determinante anche la protesta del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.

Nella locandina che annunciava l’inaugurazione (domenica 18 marzo, con l’intervento del sindaco Carlo Maria  D’Alessandro, poi schieratosi contro l’iniziativa, e la benedizione dell’abate di Montecassino, dom Donato Ogliari, che ha però precisato di non saperne nulla, di non avere ricevuto nessun invito e nessuna comunicazione) di una “stele a memoria e monito” compariva infatti anche l’immagine di un paracadute che rendeva evidente, oggettivo, il riferimento commemorativo alla 1^ Divisione paracadutisti che operò in quel luogo. Anche senza la specifica insegna militare dell’epoca, la simbologia e lo scopo di quel ‘monumento’ apparivano ben chiari all’intelligenza di tutti;  e, del resto, tra i suoi sponsor (assieme all’associazione Albergatori di Cassino) c’era un’associazione di paracadutisti tedeschi.

Le omissioni che offendono
Ciò che rende ingiusta quella “stele a memoria e monito” (e ferisce molte coscienze democratiche e alimenta polemiche) sono le omissioni. Non c’è infatti nulla che in qualche modo ricordi che:

– i nazisti, al comando di Hitler, stavano “occupando” quel luogo e tutta l’Italia non ancora liberata dagli Alleati anglo-americani, ed erano i responsabili primari (con l’Italia fascista di Mussolini) di tutti i lutti e le rovine non di una indistinta “furia cieca della guerra”, quasi un evento naturale, ma di “quella” guerra di aggressione, occupazione e sterminio di popoli voluta e iniziata da loro e quindi degli orrori e degli errori che ne sono derivati, anche da parte Alleata;

– che, in particolare, da quel luogo i paracadutisti tedeschi sparavano e uccidevano soldati alleati, cioè proprio coloro grazie ai quali abbiamo, tutti, libertà e democrazia, la possibilità di discutere e di essere liberamente in disaccordo;

– che anche gli appartenenti a quella Divisione si sono macchiati, prima e dopo Cassino, di stragi orrende e inumane di civili, anche donne e bambini.

Ciò, per completezza storica, appunto di “memoria e monito”.

La motivazione della ‘riconciliazione’
Di solito, queste iniziative in certi settori vengono motivate con la “riconciliazione”.  Dopo oltre 70 anni, in realtà, ci sarebbe solo da riconoscere – da parte di chi si attarda – che la Seconda Guerra Mondiale è stata voluta e provocata da regimi infami, e voltar pagina. E’ quel che hanno già fatto da tempo in Germania, con la Legge Fondamentale del 1949; da noi è un capitolo chiuso, con il varo della nostra Costituzione nel ’48.  Siamo infatti già da tempo solidamente amici e alleati del popolo tedesco e della Repubblica federale di Germania e – di fronte ai risorgenti e pericolosi nazional-populismi o ‘sovranismi’ – specie chi è nato nel Cassinate trae le ragioni di impegno per una maggiore ed efficiente unità europea proprio dalla conoscenza diretta di quel che – durante la guerra, ma anche nell’immediato dopoguerra – ha visto con i propri occhi, perché non si ripeta più.

Gli obiettivi ‘riconciliatori’ dei promotori di quella stele sarebbero stati sintetizzati da una targa in tre lingue collocata sotto il paracadute: “In Memoria e Monito di tutti i Soldati caduti nel 1944 durante la sanguinosa Battaglia di Cassino e delle Vittime Civili di quella terribile guerra”. E’ una frase ambigua, per la sua estensione … ad ampio spettro. E potrebbe comparire, tale e quale, per assurdo, anche sotto qualche stele che qualche associazione di reduci marocchini – i marocchini costituivano il grosso delle forze francesi impegnate su questo fronte, ndr – decidesse di venire a sponsorizzare per “riconciliarci” per le “marocchinate” – come sono qui conosciute le donne che subirono violenze dalle truppe alleate, una vicenda rievocata dal film La Ciociara, ndr -!

I simboli che dividono e le parole che unificano
I morti non sono tutti uguali, e il loro ricordo non suscita gli stessi sentimenti proprio perché – in vita – le azioni sono state diverse. Sono forse ugualmente degni della stessa ‘pietas’  Madre Teresa di Calcutta e Jack lo Squartatore?, Hitler e Anna Frank?, Mussolini e Matteotti?, il carabiniere che recentemente, a Cisterna di Latina, si è suicidato dopo aver distrutto la sua famiglia, e le sue povere due bambine da lui uccise? Anche i fedeli –  pur sorretti dalla ‘pietas’ cristiana e cattolica – in chiesa hanno rumoreggiato vistosamente contro il parroco che aveva chiesto di pregare anche per  un padre così spietato.

Nel caso della ‘Grotta Foltin’, chi è morto per servire – con convinto fanatismo, o per semplice condivisione o per forzata obbedienza –  un’ideologia, un regime e ‘valori’ di aggressione, occupazione e sterminio non può essere messo sullo stesso piano ‘commemorativo’ e suscitare la stessa ‘pietas’ di chi è caduto proprio per opporsi a quei valori e atti e ci ha dato la libertà; o di chi,  tra i civili, è morto a causa di quella guerra che – come tante altre di aggressione e conquista –  non avrebbe dovuto mai essere avviata – e così non ci sarebbero state neanche la distruzione di Montecassino, di Cassino, le stragi, le ‘marocchinate’ e tutto il resto – Auschwitz, per tutto -.

I simboli – anche un paracadute – dunque “parlano”.  E allora, se – anziché limitarsi ad un’asettica targa di indicazione storico-turistica – si vuol proprio mettere in quel luogo qualcosa “a memoria e monito’, occorrerebbe sforzarsi di dare evidenza simbolica alla “dicotomia intrinseca”, al “crudele quesito” di cui aveva parlato Irmgard Maria Fellner, vice-ambasciatrice della Repubblica federale di Germania, nella cerimonia al cimitero militare tedesco a Caira (una frazione di Cassino) lo scorso 19 novembre: “I caduti – si era chiesta, proprio in mezzo a quelle 20 mila tombe di soldati germanici – sono stati vittime o colpevoli di un regime tedesco criminale, oppure sono stati entrambi? Penso anche alla disperazione che avrà colto alcuni caduti in punto di morte, sopraffatti dal dubbio di avere rappresentato un regime ignobile. Penso anche alla vergogna collettiva di noi tedeschi di fronte alla storia. Sì, è un difficile atto di equilibrismo, soffermarsi vicino alle tombe di questi uomini che hanno dato la loro vita per il loro Paese sapendo, allo stesso tempo, che non possiamo essere orgogliosi di questo sacrificio, anzi che non è ammesso esserne orgogliosi”.

Sono parole di grande sofferenza umana, ideologica, e di straordinaria efficacia democratica. Fanno riflettere tutti. Sono parole di onestà storica che, ovviamente,  anche noi italiani dovremmo sapere pronunciare nei confronti dei greci, degli etiopi, dei somali, ecc., di tutti quelli che gli italiani sono andati ad aggredire a casa loro; così come dovrebbero fare tutti quelli che, in ogni parte del mondo, vìolano i diritti universali dell’uomo e dei popoli.

E quelle parole dovrebbero anche indurre i promotori di quella stele a un’ulteriore riflessione su come quel simbolo, quel paracadute, possa alterare anche le migliori intenzioni e ferire altre coscienze,  e quindi a ripensare l’opportunità e le modalità di un’iniziativa che – richiamando anche nostalgici di quei regimi infami –  produrrà (e sta già producendo) effetti opposti a quelli riconciliatori.