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Un rapporto del Cnr

Mediterraneo: quando la demografia insegue la crescita

22 Mar 2018 - Eloisa Gallinaro - Eloisa Gallinaro

Mediterraneo uguale migrazioni e instabilità. Null’altro. Tra il disinteresse di alcuni e l’interventismo interessato di altri, e’ questa l’istantanea bidimensionale di un’area spesso ridotta – nella percezione dei più – alla sola Sponda Sud, stagnante o addirittura immobile. Ma una prospettiva meno superficiale rivela qualche sorpresa, come si legge nell’ultimo ‘Rapporto sulle economie del Mediterraneo’ curato dall’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del Cnr e presentato in questi giorni. E così si scopre che i mutamenti demografici e sociali vanno più veloci di quanto si pensi e che il quadro del mercato del lavoro – analizzato in dettaglio dal direttore dell’Istituto Salvatore Capasso e da Yolanda Pena-Boquete – presenta analogie insospettate tra le due sponde, con una disoccupazione che in entrambi i casi colpisce i gruppi più fragili della popolazione: giovani e donne.

Giovani e lavoro: un’equazione che non torna
In quattro casi la mancanza di lavoro per la  fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni supera il 45%, ma è sorprendente vedere in quali Paesi. Il primato negativo spetta alla Bosnia-Erzegovina con il 66% di disoccupati giovani, dietro viene la Libia (50%), tallonata dalla Spagna (49,4%) e dalla Grecia (49,2%). Sorprese anche per ciò che riguarda il  tasso di occupazione che in Italia (42,6%) è inferiore a quello dell’ Egitto (43,1%), del Marocco (44,4%) e perfino della Libia (43%).

Le ragioni sono però molto diverse. E se nei Paesi più avanzati vanno ricercate nella stagnazione delle economie o nei complicati sistemi di reclutamento della forza lavoro, nelle economie della Sponda Sud – tutt’altro che omogenee tra di loro – è la demografia a giocare un ruolo rilevante. Qui la crescita c’è stata, e in alcuni casi è stata elevata, come pure  il declino del tasso di fecondità in Paesi come per esempio la Tunisia e il Marocco, ma non sono bastati a compensare l’aumento della vita media che ha creato una classe di individui in età lavorativa – tra i 15 e i 64 anni – sempre più ampia. In Tunisia è il 70% della popolazione, il 67% in Marocco e il 65 % in Algeria. Percentuali che aumenteranno da qui al 2030 con l’ipotesi di un incremento continuo della speranza di vita – sottolinea Barbara Zagaglia, autrice del capitolo sul tema demografico -.  Tanto per fare un esempio, solo per mantenere costanti i già bassi tassi di occupazione la Tunisia dovrà aggiungere ogni anno dai 281mila ai 392mila posti di lavoro. “Se questi obiettivi non saranno soddisfatti, la strada della migrazione sarà assicurata”.

Migranti economici e la paura da cancellare
Ed ecco il punto. La pressione dei migranti  ‘economici’ che viene da quest’area e dall’Africa subsahariana, insieme alla fuga di chi scappa dalla guerra, dalla Siria in primis, si trasforma nel  peggiore degli incubi della Sponda Nord e di un’Europa divisa tra incapacità e malafede. Soluzioni? Prima di tutto occorre “cancellare il Mediterraneo dalle paure della nostra gente”, osserva Romano Prodi nel dibattito al Cnr su ‘L’area mediterranea tra disoccupazione,  emigrazione e nuove opportunità di sviluppo economico’, puntando il dito sulla “mancanza di un progetto politico per il Mediterraneo” da parte dell’Europa che spesso si limita – e non è una semplificazione eccessiva – a “osservare la lotta sciiti-sunniti o inter-sunnita”. “Il problema dell’immigrazione è diventato così dominante da far sorvolare sullo sviluppo”, aggiunge Prodi che vede una via d’uscita in “una grande politica,  come abbiamo fatto a Est”, che comprenda anche “università miste, una banca del Mediterraneo” e, soprattutto un “mercato mediterraneo” che “sarebbe il grande salto” anche se, ovviamente,  “nessun Paese del Sud sarà membro dell’Ue”.

Punti di vista consonanti e contraddittori
Una visione condivisa dall’ambasciatore del Marocco in Italia Hassan Abouyoub,  che parla di “inadeguatezza e fallimento” dell’approccio utilizzato finora, nel quale “l’unico parametro è stato l’immigrazione”, quando invece serve un “modello che ci faccia entrare in una fase comune di governance”. La spinta può anche venire dal’ “integrazione dei Paesi dell’area” che per l’Algeria è  una “priorità “ e il settore energetico “può esserne il motore”, secondo l’ambasciatore algerino Abdelhamid Senouci Bereksi. È necessario “continuare le politiche di vicinato per costruire un’economia integrata”, è l’idea di Senén Florensa i Palau, console di Spagna a Roma.

Difficile spiegarlo a quei membri dell’Unione arroccati in trincea, come il gruppo di Visegrad, e a leader come il premier ungherese Viktor Orban che in piena campagna elettorale, in vista del voto dell’8 aprile, ha colto l’occasione della festa nazionale il 15 marzo per ribadire che “la posta è di conservare la patria o di perdere tutto”, spiegando ai sostenitori la sua visione del confronto elettorale.I candidati del partito di governo (l’Unione civica ungherese Fidesz) dovranno affrontare in ogni collegio “un candidato appoggiato da George Soros ( il filantropo americano è accusato di voler far invadere l’Europa dai migranti musulmani), candidati apolidi, nemici della nazione”.

Le iniziative dell’Ue e le decisioni in prospettiva
In un quadro di questo tipo, il Rapporto sulle economie del Mediterraneo riconosce che le nuove strategie di policy, fra cui il Migration Compact lanciato dall’Ue, “costituiscono uno sforzo importante per una migliore gestione  dei processi migratori indotti dalla mancanza dì opportunità di lavoro”.  Ma il problema è che, nella migliore delle ipotesi,  per vederne i risultati bisognerà aspettare qualche generazione. E nel frattempo i Paesi più direttamente interessati perché più vicini – come l’Italia – continuano a cercare una sponda vera nella distratta Europa.

Qualche giorno fa a Bruxelles la Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione europea ha organizzato il,primo di una serie di incontri su come rafforzare la risposta dell’Ue nella gestione dei flussi lungo il Mediterraneo centrale e nello sviluppo di alternative economiche nei Paesi di origine e di transito. Per l’ambasciatore Maurizio Massari è necessario un “salto politico” che superi “l’approccio emergenziale” e va tenuto ben presente che il rifinanziamento dell’accordo Ue-Turchia e del fondo fiduciario per l’Africa sono “profondamente interconnessi”.  Segnali di un nuovo corso sembrano arrivare dal presidente francese Emmanuel Macron, convinto che entro giugno bisogna “assolutamente arrivare a una soluzione per la politica europea sull’asilo”, come ha sottolineato dopo l’incontro con  la cancelliera tedesca Angela Merkel. Bisognerà ora vedere se sul rinnovato asse franco-tedesco peseranno di più le proposte italiane o le barricate ungheresi.