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Belfast senza governo

Irlanda del Nord: stallo politico sul riconoscimento della lingua

25 Mar 2018 - Jessica Ní Mhainín - Jessica Ní Mhainín

C’era un tempo in cui l’irlandese si parlava su tutta l’isola. Una realtà mutata a metà del XIX secolo, dopo un lungo periodo contraddistinto dalla colonizzazione inglese, dall’emigrazione di massa e da una carestia che colpì principalmente la popolazione contadina.

Oggi 1,7 milioni persone nella Repubblica d’Irlanda parlano irlandese, lingua celtica che è il primo idioma ufficiale del Paese e una delle ventiquattro dell’Unione europea.

Nell’Irlanda del Nord, porzione del Regno Unito che comprende circa il 17% dell’isola d’Irlanda, un decimo della popolazione dichiara di parlare irlandese. Ma i recenti tentativi di dare uno status ufficiale alla lingua hanno causato uno stallo politico. Belfast è infatti senza governo dall’inizio dell’anno scorso.

Dall’accordo di pace del Venerdì Santo 1998 in poi, i governi dell’Irlanda del Nord sono stati guidati congiuntamente dal più grande partito nazionalista (Sinn Féin, che sostiene la causa di un’Irlanda unita) e da quello unionista (Dup, leale alla Corona britannica e che a Westminster sostiene il governo conservatore di Theresa May). Una condizione che si è resa ancora più necessaria dopo le elezioni del marzo 2017, quando i primi hanno ridotto a un seggio la distanza dai secondi nel Parlamento nordirlandese.

Negoziati impantanati
Lo Sinn Féin ha allora posto come condizione necessaria per tornare a far parte di un governo di coalizione con gli unionisti il riconoscimento per via legislativa di uno status ufficiale alla lingua irlandese.

Secondo i nazionalisti repubblicani, una tale legge garantirebbe parità di trattamento per tutti i cittadini dell’Irlande del Nord. Il Dup è però scettico rispetto al “programma per l’uguaglianza” dello Sinn Féin, che lo storico ex leader Gerry Adams nel 2014 aveva definito come “il cavallo di Troia dell’intera strategia repubblicana”, nella speranza di capitalizzare consenso a fronte dell’intransigente posizione degli unionisti.

Sebbene l’irlandese sia principalmente associato al nazionalismo, la lingua non appartiene strettamente ai repubblicani: Linda Ervine, un’unionista protestante, è ad esempio fra i più noti attivisti per il riconoscimento dell’uso della lingua irlandese nell’Irlanda del Nord.

E tuttavia lo Sinn Féin ha sempre cercato di rivendicare la lingua come bandiera dei repubblicani nordirlandesi. Quattro anni fa, il partito aveva pure creato un programma di finanziamento per mandare gli studenti ad approfondire l’apprendimento dell’idioma nelle regioni di lingua irlandese e l’aveva intitolato a Bobby Sands, membro dell’Ira – l’organizzazione paramilitare nazionalista – morto a causa di uno sciopero della fame nel 1981.

La nuova presidente dello Sinn Féin, Mary Lou McDonald (che ha preso il posto di Adams), ha di recente concluso un discorso con lo slogan “tiocfaidh ár lá!” (“arriverà il nostro giorno!”), che si riferisce al desiderio di una futura Irlanda unita. Per molti, un motto inestricabilmente legato alla violenza repubblicana.

Lotta politica e protesta sociale
La politicizzazione della lingua irlandese da parte dello Sinn Féin è stata ripresa nella cultura nazionalista. Alla fine dello scorso anno, una canzone in irlandese dal titolo C.E.A.R.T.A. (“diritti”) è stata rilasciata da una band nordirlandese chiamata Kneecap. Il nome del gruppo è un riferimento implicito a una forma di ferimento del ginocchio, pratica effettuata principalmente da gruppi paramilitari repubblicani durante il trentennio dei “Disordini” del conflitto nordirlandese (1968-1998).

La canzone parla di stupefacenti, ma include anche diversi insulti anti-unionisti. Si riferisce alla “stupida folla” di Maghaberry, città prevalentemente unionista vicino a Belfast, e appella in modo spregiativo il Servizio di Polizia dell’Irlanda del Nord (Psni), chiamandolo con il vecchio nome di “Ruc”, la Royal Ulster Constabulary accusata di collusione con i gruppi paramilitari unionisti e sostituita nel 2001.

Anziché stigmatizzare la politicizzazione dell’irlandese da parte dei repubblicani, le azioni del Dup hanno invece contribuito a lasciare la questione linguistica al monopolio dei nazionalisti. Nel 2014, un deputato del Dup aveva ad esempio rifiutato di scusarsi dopo aver deriso pubblicamente chi parlava irlandese nell’Assemblea di Belfast, mentre nel 2016 un’imbarcazione di proprietà del ministero dell’Ambiente vedeva cambiare il proprio nome dall’irlandese Banríon Uladh al corrispettivo inglese Queen of Ulster, nel passaggio da un ministro dello Sinn Féin a uno del Dup.

Un conduttore televisivo dell’Irlanda del Nord ha recentemente chiesto ai rappresentanti unionisti perché si sentano “così terrorizzati” da una legge che darebbe uno status ufficiale all’irlandese. Alcuni hanno detto che la temono perché minaccia la loro cultura britannica; altri hanno fatto riferimento alla paura che tale legge introdurrebbe delle quote riservate per lingua negli uffici pubblici. Qualcuno si è persino spinto a suggerire che il provvedimento normativo finirebbe per tradursi in una forma di “pulizia etnica”, capace di eliminare la popolazione protestante dall’Irlanda del Nord. L’accresciuta sfiducia tra nazionalisti e unionisti è evidente.

I rischi legati alla Brexit
Le divisioni fra le due compagini politiche sono state ulteriormente aggravate dai negoziati in corso sulla Brexit. Lo Sinn Féin, come anche il governo di Dublino, ha accolto con favore la bozza di accordo resa pubblica a febbraio che prevede di mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue, in tal modo tutelando l’integrità dell’isola e scongiurando un hard border fatto, tra l’altro, di posti di blocco alla frontiera con la Repubblica d’Irlanda.

Un’infrastruttura di confine sarebbe senza dubbio un obiettivo facile per un ritorno delle azioni di protesta dei paramilitari repubblicani: il mantenimento di una frontiera aperta è quindi un segnale che vuole contribuire a garantire la pace e la sicurezza nell’isola. Ma insieme al governo britannico, il Dup ha respinto il trattato preliminare proposto da Bruxelles, accusato di minacciare l’integrità costituzionale del Regno Unito. Alcuni membri del Parlamento si sono persino spinti ad accusare l’Unione europea di cercare di “annettere” l’Irlanda del Nord.

Le aspettative che lo Sinn Féin e il Dup ripongono nei negoziati sulla Brexit sono inconciliabili, eppure le due parti impegnate nei negoziati per tornare a dare a Belfast un governo di unità nazionale continuano a essere distratte dallo status da riconoscere a una lingua minoritaria.

Il divario ideologico tra i due è tale che ha portato alcuni analisti a chiedersi se un governo nordirlandese possa mai più formarsi. Un fallimento del Dup e dello Sinn Féin nell’opera di riconciliazione nazionale a vent’anni dall’Accordo di pace del Venerdì Santo vorrebbe dire un disastro per l’Irlanda del Nord.

Foto di copertina © Sergi Reboredo/DPA via ZUMA Press