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L'incontro tra Kurz e Orban

Austria/Ungheria: migranti, d’accordo per tolleranza zero

6 Feb 2018 - Massimo Congiu - Massimo Congiu

Come dimostra il recente incontro svoltosi a Vienna tra il premier austriaco Sebastian Kurz e il premier ungherese Viktor Orbán, c’è identità di vedute tra Austria e Ungheria sulla politica da adottare contro l’immigrazione illegale. Le parti sono per una linea dura basata sullo scrupoloso controllo dei confini e sulla tolleranza zero nei confronti di chi cerchi di superare “furtivamente” le frontiere di Schengen. Del resto il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó sintetizza chiaramente la posizione del governo di cui fa parte: “Non accettiamo e non accetteremo mai l’immigrazione clandestina”; fenomeno che, a detta di Orbán, l’ Ungheria ha saputo fronteggiare con successo grazie ai provvedimenti presi dai suoi governanti per gestire l’emergenza. Kurz è sulla stessa lunghezza d’onda e, in occasione dell’incontro con il suo omologo magiaro, ha fatto riferimento all’aiuto che la polizia austriaca dà a quella ungherese per sorvegliare i confini orientali.

La chiusura della rotta balcanica e la convergenza del Gruppo di Visegrad
Orbán sottolinea l’importante ruolo svolto dai due Paesi nella chiusura della rotta balcanica, ossia di un circuito che, fa notare il premier ungherese, aveva messo in crisi il Vecchio Continente. Per Orbán, del resto, è necessario bloccare i flussi migratori di popoli che, con la loro entità numerica e diversità, quanto a composizione culturale, minacciano la sopravvivenza dell’Europa cristiana.

Su questo i due leader sono d’accordo; condividono tale preoccupazione e il bisogno di tutelare un’identità europea sulla quale, peraltro, c’è ancora molto da discutere. La posizione del primo ministro di Budapest, in ambito migranti, coincide con quella degli altri membri del Gruppo di Visegrád (V4) che all’unisono respingono il sistema dei ricollocamenti voluto dall’Ue. Su questo il V4 beneficia della solidarietà di Kurz che guarda con benevolenza al Gruppo e immagina per l’Austria un ruolo di ponte fra esso e l’Occidente per smorzare l’ormai nota tensione esistente fra le parti.

Divergenze sul nucleare e sull’opzione russa ungherese
La convergenza mitteleuropea sui temi di interesse comune ai due Paesi, però, è piena solo quando si parla di flussi migratori verso l’Europa. Vienna, ad esempio, non condivide la svolta nucleare del governo Orbán, consistente nell’ampliamento della centrale di Paks, situata a un centinaio di chilometri dalla capitale. Si tratta di un accordo raggiunto all’inizio del 2014 tra Budapest e Mosca per la costruzione, da parte russa, di due nuovi reattori destinati ad aggiungersi ai quattro già esistenti nell’impianto costruito negli Anni Settanta con tecnologia sovietica. Il tutto con un credito da parte russa pari a 10 miliardi di euro, per un valore pari all’80% del progetto.

L’intesa aveva presto fornito nuovi motivi di discordia interna, con un’opposizione che criticava e critica tuttora il governo per avere messo il Paese davanti al fatto compiuto, senza aver preventivamente aperto un dibattito pubblico sull’opportunità di questo investimento, e per aver venduto gli interessi nazionali alla Russia di Putin.

L’ Ungheria dipende dalla Russia per il petrolio e per il gas nelle misure rispettive dell’80% e del 75%. Questa dipendenza energetica va certo ad aumentare con l’investimento nel nucleare, ma il governo ungherese difende la bontà di questa politica che, a suo dire, fornirà elettricità a basso costo, coprendo l’80% del fabbisogno nazionale e creando possibilità di esportazione di energia anche verso Occidente. Al di là dell’aspetto energetico, l’opposizione accusa i governanti ungheresi di essersi allontanati dall’Europa per stringere pericolose alleanze con un paese retto da un sistema considerato tutt’altro che democratico e aperto.

Il problema degli ungheresi che lavorano in Austria
La scelta nucleare non piace all’Austria e costituisce uno dei motivi di frizione con l’ Ungheria. L’altro è quello del taglio ai sussidi destinati ai cittadini stranieri che lavorano in Austria ma che hanno lasciato i figli nel loro Paese. La misura coinvolge anche gli ungheresi. Secondo stime diffuse dal portale di informazione economica Portfolio, più di 72 mila connazionali di Orbán lavorano nella confinante Austria (sarebbero oltre 600 mila gli ungheresi emigrati all’estero per motivi economici).

Con questo provvedimento gli interessati vedranno pressoché dimezzata la somma annuale di 80 milioni di euro precedente il taglio. Su questo Orbán non sembra avere intenzione di chiudere un occhio e pare intenzionato a denunciare l’Austria all’Ue partendo dal presupposto che gli ungheresi impiegati in Austria e sottoposti agli oneri fiscali austriaci hanno il diritto di ottenere le stesse garanzie sociali dei connazionali di Kurz.

Fatte queste precisazioni va aggiunto che, secondo Orbán, i rapporti tra i due Paesi restano comunque buoni e sostanzialmente improntati alla disponibilità a collaborare. Sussistono però in particolare i due motivi menzionati in precedenza sui quali non sembra che le parti intendano venirsi troppo incontro.