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Ue tra Usa e Medio Oriente

Ue: Gerusalemme, l’Europa non è unita neppure stavolta

31 Dic 2017 - Eloisa Gallinaro - Eloisa Gallinaro

Chi si aspettava un fronte unito dell’Europa almeno su una questione di principio come quella di Gerusalemme è rimasto deluso anche questa volta. Dopo l’improvvida decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere la Città Santa capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata degli Usa da Tel Aviv, violando tutte le risoluzioni Onu e gli accordi sullo status quo, la posizione ferma  di Federica Mogherini  sembrava interpretare  un sentimento condiviso . Ma alla prima occasione utile, su quel grande palcoscenico della diplomazia internazionale che è l’Assemblea generale dell’Onu, la parte più conservatrice dell’ Europa non se l’è sentita di mettersi apertamente contro gli Stati Uniti e ha dato ambiguamente forfait astenendosi nel voto sulla risoluzione contro la decisione di Trump.

“So che Benyamin Netanyahu si aspetta che altri seguano la decisione del presidente Trump, di muovere l’ambasciata a Gerusalemme. Può tenere le sue aspettative per altri, perché da parte dell’Unione europea questa mossa non arriverà”, aveva scandito l’Alto rappresentante per la Politica estera Ue, l’11 dicembre a Bruxelles, al termine di un colloquio con il premier israeliano, che aveva dovuto ingoiare anche il mancato incontro con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Una posizione ribadita tre giorni dopo  a margine del Consiglio europeo dalla Mogherini, che non ha mai pensato di escludere gli Usa e gli altri partners (la Russia, l’Onu) da iniziative per riavviare il processo di pace, ma che su Gerusalemme ha mantenuto il punto.

Il percorso dei Paesi dell’Ue nell’Assemblea generale dell’Onu
Ma quando la vicenda è finita al Consiglio di Sicurezza,  con gli Stati Uniti isolati e costretti a mettere il veto su una proposta di risoluzione presentata dall’Egitto che mirava a invalidare la decisione del magnate presidente, è partita la controffensiva di Washington.  Una scatenata Nikki Haley, ambasciatrice Usa al Palazzo di Vetro, ha definito un “insulto” il voto unanime degli altri 14 e ha minacciato: “Non lo dimenticheremo”.  Detto fatto.  Due giorni dopo lo stesso Trump ha agitato lo spettro del taglio dei fondi all’Onu – poi effettivamente ridotti di 285 milioni di dollari – e degli aiuti ai Paesi  schierati a favore della risoluzione, senza ottenere grandi risultati, ma spezzando comunque l’isolamento e facendo breccia tra alcuni europei. Di fronte  all’Assemblea generale che ha votato a larghissima maggioranza la risoluzione (simbolica) di condanna dello strappo di Trump su Gerusalemme, Haley ha chiarito il concetto  Usa di diplomazia: non ci si mette contro chi paga perché “abbiamo l’obbligo di destinare le nostre risorse ad altri obiettivi più produttivi”.

I voti a favore della risoluzione (cioè contro Trump), sono stati 128 – compresi quelli della ‘Vecchia Europa’, Italia inclusa – i contrari nove e 35 gli astenuti. Tra questi ultimi Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Lituania, Romania, Croazia , che hanno incrinato il fronte europeo sempre più debole nei confronti degli Stati Uniti e non solo sul dossier Gerusalemme. Trump non ama il multilateralismo e non ritiene l’Europa un interlocutore, ma l’Unione da parte sua non riesce a trovare quel minimo di quadratura per accreditarsi come soggetto di riferimento almeno su quei teatri, come il Medio Oriente, dove si giocano partite che la riguardano da vicino.

Scontri tra leader innescati da considerazioni di politica interna
Ad emergere sono, di tanto in tanto, leader nazionali come il presidente francese Emmanuel Macron, personalità forte, ma più incline a occuparsi della Francia e dei suoi interessi che della proiezione esterna dell’ Europa. Nessuna sponda a Netanyahu, che ha incontrato a Parigi il 10 dicembre, al quale ha ribadito il disaccordo con la scelta di Trump e ha intimato di smetterla con gli insediamenti. E nessun appoggio ad Abu Mazen, nella capitale francese il 22 dicembre, al quale ha chiarito che non intende ripetere l’errore di Trump e che da parte francese non ci sarà alcun riconoscimento “unilaterale” della Palestina. Nessun cenno al ruolo dell’ Europa.

Angela Merkel, a parte la condanna dell’iniziativa americana, ha tenuto un basso profilo. In precedenza, l’unica volta che era entrata tangenzialmente nelle più ampie vicende mediorientali, lo aveva fatto per aprire prima e richiudere poi le porte ai migranti , in chiave rigorosamente interna.

Trump – hanno sottolineato molti analisti – è poco interessato alle sorti di quella parte di mondo, ma è pressato dal Russiagate e ha lo sguardo già rivolto alle elezioni di mid term del prossimo novembre, mentre medita sulle posizioni conquistate da Mosca nella Siria di Assad e sul gioco duro della Turchia di Erdogan, recalcitrante alleato atlantico, senza contare l’incubo Iran. Ottime ragioni per tenersi buona la destra filoebraica che costituisce il nucleo dei suoi elettori.

Nell’Europa dell’Est, tentazioni di compiacere Trump
L’ Europa, almeno apparentemente senza una strategia che non sia quella fallimentare di appoggiarsi sull’inutile Quartetto (Ue, Usa, Russia e Onu), gioca di rimessa. E, all’indomani del voto in Assemblea generale, nessuno ha chiesto conto ai Paesi dell’Est che hanno scelto di non partecipare al voto e a quelli, tra di essi, che si sono spinti all’astensione.

Liviu Dragnea, presidente dei socialdemocratici(Psd), partito di maggioranza nel governo romeno, ha evocato l’ipotesi di uno spostamento dell’ambasciata. “Credo – ha detto – che la Romania debba pensare in maniera seria a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme”.

E, a quanto riportato da alcuni media, la viceministra degli Esteri israeliana Tzippi Hotovely, ha affermato di avere indicazioni che anche Slovenia e Repubblica Ceca siano intenzionate a farlo. Sulle scelte di quest’ultima le interpretazioni sono differenti. In un’intervista al Corriere della Sera, lo scrittore israeliano Amos Oz ha commentato positivamente un’altra indicazione proveniente da Praga: quella di spostare, al momento opportuno, la sua ambasciata a Gerusalemme Ovest e in contemporanea di aprirne una, per la Palestina, a Gerusalemme Est.

Quello che ne esce è un quadro ambiguo e un film già visto. E se Federica Mogherini ha impresso un’accelerazione ben diversa dalla trita inconsistenza di colei che l’aveva preceduta a capo della diplomazia europea, la baronessa Catherine Ashton, resta il fatto che l’Europa cosi com’è incide poco o nulla sugli equilibri internazionali. Trump, a suo modo, ha ragione. Il famoso numero di telefono unico invocato da Henry Kissinger ora c’è, ma serve al più per convocare una video conferenza.