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Governance e corruzione

Africa/Ue: Vertice Abidjan, più problemi elusi che risolti

8 Dic 2017 - Francesca Caruso - Francesca Caruso

“Dai!, ragazzi: ma di che cosa stiamo parlando?”. Con una sola frase, Mohammed ‘Mo’ Ibrahim, il filantropo multimiliardario sudanese, è riuscito a screditare tutta una serie di promesse e di dichiarazioni che i rappresentanti europei e africani avevano fatto, prima di lui, durante la conferenza ad alto livello ‘Per un nuovo partenariato con l’Africa’ organizzata dal Parlamento europeo il 22 novembre, a una settimana del quinto Vertice AfricaUe di Abidjan. “Noi africani siamo consapevoli delle nostre responsabilità. Sappiamo che questa è la nostra battaglia, ma da parte vostra abbiamo bisogno di più trasparenza. Un politico africano di certo non si corrompe da solo, no?”.

Convinto che senza una buona governance l’Africa non ha futuro, ‘Mo’ Ibrahim ha spiegato che se l’Europa non decide di combattere l’esistenza dei paradisi fiscali dove i governanti africani nascondono i propri soldi (si stima che ogni anno i politici africani trafughino decine di miliardi di dollari) e il fatto che alcuni “businessman europei” corrompano quegli stessi politici, un partenariato tra Europa e Africa è praticamente inutile. Nonostante le più buone intenzioni.

Buona governance, paradisi fiscali e corruzione
Durante le tre tavole rotonde su pace e sicurezza, sviluppo economico e migrazioni, i dubbi sul fatto che questo partenariato Africa-Ue sia in grado di dare benessere e stabilità “ai giovani” (come vuole uno dei tanti slogan) di un continente che entro il 2050 avrà 2,5 miliardi di persone sono emersi da entrambe le parti: africani e europei. Durante gli interventi della tavola rotonda su ‘Democrazia, governance e diritti dell’uomo’, il congolese Denis Mukwege, vincitore del premio Sacharov per la libertà di pensiero nel 2014, ha dichiarato che sebbene “gli Stati africani siano coscienti che devono perseguire la lotta per la democrazia, l’Unione europea e le Nazioni Unite devono sostenerli”.

E uno dei modi per sostenerli sarebbe, come ha spiegato l’antropologo Jason Hickel subito dopo l’intervento di Muckege, attraverso una democratizzazione delle istituzioni internazionali per far sì che i Paesi africani abbiano lo stesso peso decisionale degli altri. Ancora oggi, per esempio, al Fondo Monetario Internazionale il potere decisionale riflette la posizione dei Paesi membri nell’economia globale. Inoltre, l’antropologo Hickel ha continuato la sua critica sulla stessa scia di ‘Mo’ Ibrahim sostenendo che “la lotta contro la povertà africana, che non è diminuita di molto se considera che il reddito pro capite si è alzato di poco rispetto agli Anni Settanta, passa anche attraverso una battaglia contro i flussi illeciti. Ci sono troppi soldi che partono dall’Africa e finiscono nei paradisi fiscali”.

Un Vertice che ha eluso i veri problemi
E se secondo alcuni “le Afriche non sono povere”, come ha spiegato Padre Albanese durante la conferenza di Bruxelles, “ma si sono impoverite”, il Vertice di Abidjan non ha affrontato alcune dei temi emersi durante la conferenza di Bruxelles né tanto meno ha posto al centro del dibattito una delle questioni più spinose sul partenariato Africa-Ue.

E’ la questione che riguarda gli accordi di partenariato economico (Ape) che, lo scorso febbraio, sono stati definiti dal presidente della Tanzania Magufuli come “una forma di colonialismo” e che sono, da quasi vent’anni, al centro delle critiche di politici, intellettuali e membri della società civile africana. Questi accordi di partenariato – che sanciscono il libero commercio tra l’Ue e i Paesi africani firmatari, eliminando quasi totalmente i dazi doganali sui beni (e non sulle armi e servizi) – sono l’esito dell’accordo di Cotonu (Benin) firmato nel 2000 dall’Ue e da 79 Paesi in via di sviluppo dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (Acp).

La vicenda degli accordi di partenariato economico
Presentato dall’Ue come un accordo che mira a “ridurre e in definitiva eliminare la povertà” ed a fare definitivamente entrare i Paesi Acp nell’economia mondiale, l’intesa di Cotonu Africa-Ue ha messo fine alla convenzione di Lomé del 1975, la convenzione che aveva inaugurato un nuovo modello di politica dello sviluppo attraverso nuovi meccanismi e istituzioni che rispondevano parzialmente alle richieste dei Paesi del Terzo Mondo. Lomé prevedeva infatti che i Paesi delle ex colonie europee potessero esportare le loro merci in territorio europeo, senza praticamente dovere pagare dazi (a eccezione di qualche prodotto sensibile per i produttori europei come lo zucchero o le banane). Ma a metà degli Anni Novanta, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ha chiesto il suo smantellamento perché troppo favorevole ai Paesi africani rispetto a quelli latino-americani, chiedendo di stipulare accordi fondati sulla reciprocità.

Per una decina d’anni i capi di Stato dell’Africa si sono rifiutati di firmare gli accordi bilaterali finali necessari per mettere in atto gli Ape. Ma, a a partire dal 2009, con l’adesione del Camerun e dell’Africa Centrale, diversi Stati africani si sono piegati. Nel 2014, 16 Paesi dell’Africa occidentale e dell’Africa australe hanno avviato i negoziati (il processo di firma è ancora in corso) e si sono conclusi positivamente i negoziati con quattro Paesi dell’Africa orientale. Tra questi, c’è anche il Kenya che, inizialmente s’era rifiutato di concludere l’accordo. Ma l’Ue aveva mostrato i muscoli minacciando di aumentare i dazi doganali sulle esportazioni del caffè, del the e dei fiori keniani.