IAI
Global Partnership for Education

Africa: bambine istruite per vincere la povertà sessista

25 Dic 2017 - Caterina Scuderi - Caterina Scuderi

Provate a pensare ad un Paese, una regione, un continente. Pensate poi alla condizione delle donne in quel Paese, quella regione, quel continente e domandatevi: esiste un posto nel mondo dove le donne hanno le stesse opportunità che hanno gli uomini? Nonostante secoli di battaglie femministe, purtroppo, la risposta ancora oggi rimane negativa.

E se è vero che ciò vale per le donne in ogni angolo del pianeta, le donne e le ragazze dei Paesi più poveri del mondo devono sopportare un doppio fardello: quello di essere nate sia donne sia povere. La povertà estrema (pari, secondo la Banca Mondiale, a un reddito inferiore a 1.9 dollari al giorno) colpisce infatti maggiormente le donne e le ragazze rispetto alle loro controparti maschili e da ogni punto di vista – sociale, economico, giuridico – le donne non si vedono riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. In altre parole, la povertà è sessista.

Sanità, economia e istruzione: i numeri
La vita è difficile per quasi tutti coloro che nascono nei Paesi più poveri del mondo, ma lo è in misura maggiore per donne e bambine. Partiamo, per esempio, dall’ambito sanitario. L’Aids colpisce in maniera sproporzionata le donne con ben il 74% delle nuove infezioni da Hiv in Africa registrate tra ragazze adolescenti. O ancora, le morti per tubercolosi tra le donne in Africa hanno raggiunto la cifra allarmante del mezzo milione nel 2014. Ed è bene ricordare che tanto l’Aids quanto la tubercolosi sono malattie prevenibili, malattie che possono essere evitate con le giuste precauzioni.

Passando all’ambito economico, si stima che in molti Paesi dell’Africa le donne guadagnano il 10-30% in meno rispetto agli uomini e che molte debbano rinunciare al lavoro per provvedere alle incombenze domestiche, come la raccolta di acqua potabile in taluni casi a decine di chilometri di distanza dal villaggio di residenza.

Ma uno dei dati che desta forse maggiore preoccupazione è il fatto che 130 milioni di bambine non si vedono riconosciuto il diritto all’istruzione, diritto alla base del raggiungimento del pieno potenziale umano.

Il migliore antidoto contro l’indigenza
130 milioni è un numero enorme. Se questa fosse la popolazione di un Paese, sarebbe la decima nazione più grande al mondo, grande quasi quanto Italia e Regno Unito messi insieme. Le conseguenze per queste bambine e ragazze sono pesanti. Le ragazze escluse dall’istruzione hanno maggiori probabilità di diventare spose bambine, sono più vulnerabili alle malattie come l’Hiv e hanno più probabilità di morire in giovane età.

Garantire l’accesso all’istruzione a tutte le bambine che si vedono negato questo fondamentale diritto è un investimento estremamente intelligente. Investire nell’istruzione femminile, infatti, recherebbe incalcolabili benefici non solo alle donne, ma anche alle loro comunità e ai loro Paesi, contribuendo ad un più celere superamento della povertà estrema. Come ci ricorda un proverbio africano, istruire un uomo vuol dire istruire un individuo; istruire una donna vuol dire istruire una famiglia e una nazione.

Dare priorità all’istruzione è forse più urgente ora che in qualsiasi altro momento della storia recente. L’Africa subsahariana è destinata a superare i 2 miliardi di abitanti entro il 2050, mentre nello stesso orizzonte temporale la sua popolazione in età lavorativa triplicherà raggiungendo quota 1 miliardo e 25 milioni di persone. Questa crescita esplosiva della popolazione in età lavorativa – abbinata al calo della fertilità e alla diminuzione dei tassi di mortalità infantile – può spazzar via la povertà estrema e generare un dividendo demografico con incalcolabili benefici economici. Potendo contare su una forza lavoro qualificata, istruita ed emancipata, l’Africa potrebbe diventare il motore della crescita globale. È un’occasione senza precedenti che tanto le nazioni africane quanto i paesi del nord del mondo non possono farsi scappare.

Gli aiuti allo sviluppo
Nonostante siano innumerevoli i dati che dimostrano che un Paese istruito è un Paese più sano, più ricco e più stabile e che l’istruzione universale e di qualità è uno dei migliori antidoti contro la povertà, la quota degli aiuti pubblici allo sviluppo destinati all’istruzione ha registrato un calo, passando dal 13% del 2002 al 10% del 2015. Ai fini del raggiungimento del quarto obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite – che si prefigge di garantire ad ogni bambino e ad ogni bambina un’istruzione di qualità entro il 2030 -, i Paesi donatori dovranno raddoppiare la quota di aiuti destinati all’istruzione e supportare meccanismi innovativi di finanziamento multilaterali che possano mobilitare ulteriori fondi per l’istruzione.

Tra questi meccanismi, il Global Partnership for Education, un fondo internazionale che promuove l’istruzione nei Paesi in via di sviluppo e il cui rifinanziamento sarà discusso il prossimo 2 febbraio dai Grandi della terra – tra cui l’Italia – a Dakar, in Senegal. Il 2018 offre dunque ai leader mondiali l’opportunità di segnare una svolta decisiva nell’emergenza educativa delle bambine, iniziando col finanziare integralmente il Partenariato mondiale per l’istruzione, come chiede una petizione di The One Campaign. Si tratta di una crisi globale che richiede una risposta urgente.

La disparità di genere non è una condizione immutabile da accettare con cieca rassegnazione. Parafrasando il celebre discorso che Nelson Mandela pronunciò a Trafalgar Square nel 2005 in occasione della manifestazione Make Poverty History, la disparità di genere non è naturale, almeno quanto la schiavitù e l’apartheid. È invece un prodotto della azioni umane e dalle azioni umane può essere superata e sradicata. E l’investimento nell’istruzione femminile è il primo passo nella giusta direzione.

Foto di copertina © Rick D’Elia/ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com