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Dimissioni non volontarie

Zimbabwe: scacco matto al presidente Mugabe, dopo 30 anni

22 Nov 2017 - Andrea Aversano Stabile - Andrea Aversano Stabile

A una settimana dal colpo di stato avvenuto in Zimbabwe nella notte tra il 14 e il 15 novembre per mano di Costantino Chiwenga, capo delle forze armate, il presidente Robert Mugabe ha presentato le sue dimissioni, cedendo di fatto la poltrona che occupava dal 1987. Nonostante gli ufficiali dell’esercito abbiano a più riprese ribadito che il presidente sarebbe tornato al suo posto una volta esautorati i suoi collaboratori con intenti “criminali”, la manovra effettuata ha condotto a un reale avvicendamento ai vertici del Paese.

La delicata situazione politica e familiare
In seguito agli avvenimenti dei giorni scorsi, lo Zimbabwe si trova a fronteggiare un vuoto di potere prevedibile alla luce della situazione politica particolare in cui si trova. Lo Zimbabwe, ufficialmente una Repubblica presidenziale, è stato governato per più di trent’anni dal regime autoritario di Robert Mugabe, che ha accentrato i suoi poteri rendendo inconsistente qualsiasi opposizione tramite l’utilizzo della forza e il costante ricorso a brogli elettorali. Alla guida del partito Zanu-Pf (Zimbabwe African National Union – Patriotic Front), l’ex capo di stato più anziano del mondo si apprestava a presentare la sua candidatura in vista delle elezioni generali del 2018 che, in caso di vittoria, gli avrebbero consentito di tenere le redini del paese fino all’età di 99 anni.

Proprio l’età di Mugabe ha più volte generato non poche perplessità sulla sua reale capacità di governare in maniera lucida, specie dopo la famosa gaffe del settembre 2015, quando dinanzi al Parlamento nazionale lesse esattamente le stesse parole pronunciate poche settimane prima nel discorso alla nazione. Allo stesso tempo, la graduale crescita di statura politica della seconda moglie del presidente, Grace Marufu, divenuta capo dell’ala femminista del partito e desiderosa di trasformare lo Zimbabwe in una monarchia ereditaria, per non rinunciare al suo stile di vita lussuoso, ha causato risentimenti in una larga parte della popolazione.

Il timore che la first lady Grace prendesse il posto del marito era divenuto reale nelle ultime settimane, con la situazione che è precipitata a causa dell’allontanamento dello storico collaboratore di Mugabe e vicepresidente del paese, il ‘coccodrillo’ Emmerson Mnangagwa, accusato di essere un pericolo per la guida politica. La rimozione dell’ex capo dell’intelligence dal suo incarico è stata pilotata dalla regia del gruppo G40 (Generation 40), ala del partito di governo che sosteneva l’ascesa di Grace Mugabe. Sarebbero stati proprio i membri del G40 i presunti “criminali” che le forze armate avevano intenzione di silurare nelle ore immediatamente successive al colpo di stato, come accaduto con il ministro delle Finanze Ignatius Chombo.

I problemi causati dall’era Mugabe
In questo contesto, le dimissioni di Mugabe dalla presidenza dello Zimbabwe sono l’occasione per un’attenta valutazione del suo operato, che ha causato non pochi problemi in diversi ambiti. In primo luogo, nonostante la ricchezza di materie prime e la presenza di miniere di diamanti abbiano indotto a definire lo Zimbabwe il “granaio d’Africa” degli Anni Settanta, le inappropriate riforme promosse dal longevo presidente hanno prodotto una grave crisi economica, culminata in un’iperinflazione che ha notevolmente accresciuto il livello di povertà della popolazione. In seguito all’esagerato aumento del livello dei prezzi, Mugabe ha sostituito la moneta locale con il dollaro americano: un correttivo che non ha risolto i problemi esistenti, dato che la scarsità di moneta cartacea circolante rende difficili i trasferimenti di denaro liquido.

Particolarmente critica è anche la posizione dello Zimbabwe sullo scenario internazionale, in virtù del fatto che l’indirizzo politico seguito dal suo presidente, specie in occasione dell’arresto del suo rivale Morgan Tsvangirai, al momento delle elezioni del 2008, ha condotto all’esclusione dell’ex Rhodesia dal Commonwealth britannico e a una rottura dei rapporti amichevoli con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Senza dubbio migliori sono le relazioni con la Cina, sebbene mosse dall’interesse della potenza asiatica per lo sfruttamento dei giacimenti di diamanti, e con i leader politici dei paesi limitrofi come la Namibia e il Sudafrica di Jacob Zuma.

In aggiunta, il presidente Mugabe ha anche destato molte critiche per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani dei cittadini zimbabwesi, non riuscendo a fronteggiare in maniera tempestiva ed adeguata l’epidemia di colera scoppiata nel 2008, come testimoniato dai rapporti dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Se si tiene anche conto delle evidenti responsabilità del leader politico all’epoca del massacro di circa 20 mila civili della popolazione Ndebele, perpetrato per mano delle forze armate nazionali negli Anni Ottanta, si comprende come l’allontanamento di Mugabe sia dovuto anche al venire a maturazione di una serie di complicazioni non confinate alla sfera puramente politica e personale.

Il riscatto dello Zimbabwe: speranze e incognite
Alla luce degli eventi che si sono susseguiti, la lunga parentesi di Mugabe alla presidenza dello Zimbabwe può dunque dirsi conclusa, sebbene egli abbia con ostinazione cercato di restare aggrappato con le unghie al suo scettro. In seguito alle sue dimissioni, si prospetta l’inaugurazione di una fase di transizione, guidata dal ‘coccodrillo’ Mnangagwa, fino alle elezioni del prossimo anno in cui il popolo sarà chiamato ad eleggere il nuovo presidente, assieme al nuovo Parlamento.

Per rendere effettivo il riscatto dello Zimbabwe, sia dal punto di vista politico che economico e sociale, è però necessaria una riforma costituzionale che possa garantire la fruizione delle libertà fondamentali dei cittadini e un maggiore pluralismo politico attraverso la reintroduzione della figura del primo ministro, abolita da Mugabe nel 2013. Tali sviluppi in materia istituzionale hanno bisogno di essere sostenuti dall’elezione di un leader che abbia la capacità di gestire in maniera sapiente le risorse offerte dal Paese e di risollevare l’attuale situazione economica.

Robert Mugabe, con l’eccezione della riforma del sistema scolastico, che ha portato lo Zimbabwe ad essere il primo Stato africano per tasso di alfabetizzazione, ha ampiamente dimostrato di non essere l’uomo giusto, così come non può esserlo il ‘traghettatore’ Mnangagwa, esponente dello stesso indirizzo politico del presidente dimissionario.