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Guerre dimenticate

Yemen: i fronti si spaccano, rischio ‘tutti contro tutti’

1 Nov 2017 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Giorno dopo giorno, il panorama politico dello Yemen si frammenta. Le alleanze mutano: potrebbe essere l’occasione insperata per un compromesso politico che fermi il grande conflitto tra la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e il fronte degli insorti; oppure l’inizio di un confuso ‘tutti contro tutti’ dagli imprevedibili esiti militari, nonché regionali. Dopo gli scontri armati, gli huthi e il network di potere dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh si sono impegnati a contenere le violenze, ma i sospetti e le accuse incrociate sono ormai quotidiane.

Ad Aden, il presidente del governo riconosciuto, Abdu Rabu Mansur Hadi, è sempre più debole: con un mandato ad interim scaduto nel 2014, Hadi deve fronteggiare l’ascesa degli indipendentisti del sud, tentati dal referendum. Intanto, gli Stati Uniti compiono i primi due bombardamenti contro campi di addestramento del sedicente Stato islamico in Yemen e gli Emirati Arabi Uniti portano avanti, nel sud, la strategia di ricostruzione delle forze di sicurezza yemenite, sempre più legate, però, ad Abu Dhabi.

Gli Huthi vs l’ex presidente Saleh
Due manifestazioni separate a Sana’a (24 agosto), poi le violenze (tre morti, fra cui un colonnello vicino a Saleh) presso un check-point controllato dagli huthi, ma vicino all’abitazione di uno dei figli dell’ex presidente: dentro la fazione ribelle, lo scontro non è più mascherabile. Ansarullah, il movimento politico degli huthi del nord, accusa gli alleati di trattare segretamente la fine delle ostilità con sauditi ed emiratini.

Saleh, per oltre trent’anni a capo di un regime tra i più neo-patrimoniali del Medio Oriente, lamenta il rapido arricchimento dei vertici huthi, nonché la marginalizzazione dalle cariche del “governo parallelo” di Sana’a, sotto la supervisione del comitato rivoluzionario, istituito da Ansarullah all’indomani del golpe e mai sciolto. Inoltre, l’ex presidente teme che gli huthi riducano la sua influenza in seno alle forze militari, suo feudo storico. La Guardia Repubblicana, già comandata dal figlio Ahmed Ali Saleh e dissolta da Hadi nel 2012, è in frantumi, mentre Ansarullah ha monopolizzato le posizioni apicali di brigate ribelli e ministero della difesa. Ora, il personale militare deve seguire, formalmente, l’addestramento religioso degli huthi.

Tentazioni d’indipendenza al Sud
La fazione anti-insorti non è mai stata coesa. Nella città di Aden, dove le istituzioni riconosciute si sono trasferite dopo il golpe del gennaio 2015, le contraddizioni interne stanno però esplodendo. Nel maggio scorso, Aidarous Al-Zubaidi, ex governatore di Aden licenziato da Hadi (ma sostenuto dagli Emirati Arabi), ha formato un Consiglio politico di Transizione (Stc) e poi un governo indipendentista. Ma c’è di più: in ottobre, Al-Zubaidi ha annunciato sia la costituzione di un’Assemblea nazionale, che l’organizzazione di un referendum per l’indipendenza del sud.

Dunque, è altamente probabile che in Yemen si apra un nuovo fronte armato, stavolta tra i pochi “filo-governativi” che ancora sostengono Hadi (sempre originario del sud, ma della regione di Abyan) e chi vuole un governo autonomo dalle istituzioni centrali.

EAU protagonisti, ruolo sempre più cruciale
Il ruolo degli EAU è sempre più cruciale. Le milizie tribali del sud (le Security Belt Forces, Sbf, di Aden e le Forze di élite delle regioni di Hadhramaut e Shabwa), che appoggiano il progetto indipendentista, sono addestrate e armate dalle Forze speciali della Guardia presidenziale emiratina. Le Sbf, tecnicamente sotto il controllo del ministero degli interni yemenita, costrinsero gli huthi a ritirarsi da Aden e adesso sono incaricate della sicurezza nelle aree “liberate”; le seconde, formalmente parte dell’esercito yemenita, sono in prima linea nelle operazioni di contrasto ad Al-Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap) organizzate, nel sud, da EAU e forze speciali statunitensi.

Con l’Arabia Saudita, i nodi al pettine
Tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi, il nodo non potrà che venire al pettine: i sauditi sostengono ancora Hadi e il governo centrale, mentre gli emiratini appoggiano Al-Zubaidi e gli indipendentisti (soprattutto i gruppi salafiti in chiave anti-Fratellanza Musulmana). A Taiz, grande città in bilico tra ‘filogovernativi’ e insorti, un tempo confine meridionale dello Yemen del nord, Abu Dhabi si appresta a fare ‘scacco matto’ contro i sauditi, addestrando 1500 soldati yemeniti (ad Aden e nella base militare in Eritrea) da dispiegare in città. Una mossa che sbilancerebbe i rapporti di forza definitivamente in favore degli emiratini, costringendo Riad ad abbracciare, nel sud, le posizioni del potente alleato: sono gli EAU a muovere le pedine militari.

Il fatto nuovo dei droni Usa
In ottobre, gli Stati Uniti hanno sferrato i primi due raid contro il sedicente Stato islamico. Teatro delle operazioni è la regione centrale di al-Bayda, dove Aqap è molto radicata: i qaedisti hanno finora egemonizzato la galassia jihadista yemenita. Dall’inizio della presidenza Trump, i bombardamenti contro Aqap/Is sono un centinaio. Se Washington e Riad si fossero applicati, con la stessa determinazione, a cercare di risolvere politicamente il conflitto in Yemen, i jihadisti non avrebbero margini così ampi per il reclutamento.