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Guerra di Bosnia

Mladić: Tribunale L’Aja, condanna a ergastolo atto finale

25 Nov 2017 - Alfredo Sasso - Alfredo Sasso

L’immagine di Ratko Mladić che – da tempo in condizioni di salute precarie – prima chiede e ottiene una pausa e poi inveisce con parole stentate e scomposte all’indirizzo dei giudici del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Icty) stride completamente con quel famoso video, impresso nella memoria dei più che hanno conosciuto in vari modi la guerra in Bosnia-Erzegovina, che lo ritrae deciso mentre fa ingresso nelle strade di una Srebrenica completamente vuota e conquistata, e che invece di mantenere il presidio in città indica con gesto sicuro la direzione verso Potočari, il villaggio dove si erano rifugiati migliaia di bosniaci musulmani cercando invano protezione dai caschi blu dell’Onu.

La sentenza di condanna
Come era prevedibile, le motivazioni del verdetto del 22 novembre ricalcano quelle della condanna di Radovan Karadžić un anno fa. Mladić è stato dichiarato colpevole di quattro “imprese criminali congiunte”: il genocidio di Srebrenica, i crimini contro l’umanità in altre municipalità, il terrore contro la popolazione civile di Sarajevo, la presa in ostaggio del personale Onu. Così come per Karadžić, solo un capo di imputazione (ma importante) è decaduto: l’accusa di genocidio per altre sei municipalità della Bosnia orientale e settentrionale.

La pena, però, è diversa. Karadžić fu condannato a 40 anni, perché si accolsero alcuni fattori attenuanti: il suo ritiro dalla politica, la buona condotta in carcere e qualche “segno di pentimento”. Per Mladić invece è arrivato l’ergastolo pieno, così come avvenne in passato per quattro ufficiali dell’esercito serbo-bosniaco (Beara, Galić, Popović, Tolimir).

Nel riepilogo della sentenza,  i giudici hanno demolito l’impianto difensivo che tentava di minimizzare il ruolo di Mladić e del proprio esercito come meri esecutori militari di decisioni politiche, scaricando implicitamente la responsabilità su Karadžić, sulle strutture di polizia o sui paramilitari. Nel testo della Corte, infatti, si ripete più volte che le azioni di Mladić erano così determinanti che, senza di lui, “i crimini non sarebbero avvenuti nello stesso modo”.

Il ruolo della Serbia
E c’è un elemento innovativo che, secondo alcuni analisti, potrebbe ancora orientare la giurisprudenza (e l’analisi storica) sui crimini in ex-Jugoslavia. Si afferma che Mladić era “in contatto con membri della leadership [politica] in Serbia e dell’esercito jugoslavo per soddisfare gli obiettivi dell’esercito serbo-bosniaco”. Questa formulazione potrebbe portare a riconsiderare, ancora una volta, il coinvolgimento diretto di Belgrado nei crimini di guerra in Bosnia-Erzegovina, un aspetto rimasto in sospeso dopo le assoluzioni del generale dell’esercito jugoslavo Perišić e degli ufficiali Stanišić e Simatović. A carico di questi ultimi è in corso il processo-bis presso il  “meccanismo residuale” (Mict) che si occuperà degli appelli e dei casi in giudicato mentre l’Icty de L’Aja si appresta ormai, il prossimo 31 dicembre, a chiudere i battenti.

Dell’eccezionalità di Srebrenica hanno approfittato, e ne approfitteranno, in tanti. In primis certi revisionisti che, di fronte alla mole inconfutabile di documentazione, ormai non possono negare l’evidenza (per capirci, anche l’ultranazionalista serbo Vojislav Šešelj ha ripetutamente riconosciuto, pur minimizzandolo, Srebrenica come “un crimine” e “il punto più oscuro della parte serba”) ma la presentano come un incidente di un percorso altrimenti legittimo.

Allo stesso tempo, però, va riconosciuto che la sentenza ha dichiarato colpevole Mladić non solo del terrore contro i civili di Sarajevo (smontando le teorie cospirazioniste sulle granate nella piazza del mercato centrale lanciate dall’esercito bosgnacco per attirare l’attenzione della comunità internazionale), ma anche di “deportazione”, “trasferimenti forzati”, “sterminio”, “omicidi” e “persecuzione” contro bosniaci-musulmani e bosniaco-croati nell’intero territorio della Bosnia-Erzegovina reclamato dalla Republika Srpska, secondo un’impresa criminale a cui Mladić aderì sin dal maggio 1992.

Le reazioni in Bosnia-Erzegovina
Nel giorno della sentenza, l’attenzione è cresciuta, e hanno fatto il giro del mondo immagini come quella delle madri di Srebrenica in piedi a braccia alzate davanti alla tv, sospese tra il conforto di un verdetto finalmente effettivo e la rievocazione traumatizzante della perdita dei loro cari.

Madri - Srebrenica
Le madri di Srebrenica all’annuncio della condanna

Le reazioni ufficiali e delle associazioni delle vittime (tranne, come si è detto, quelle delle “sei municipalità”) alla condanna all’ergastolo generalmente hanno espresso un certo senso di consolazione, se così si può dire, diversamente dalla pena a 40 anni di Karadžić, che a Sarajevo fu principalmente contestata perché considerata troppo lieve.

L’impressione è che ci sia un diffuso senso di sollievo anche per il completamento del ciclo di attività dell’Icty, dopo 25 anni che hanno visto accrescere sì la giurisprudenza internazionale, ma anche le distanze tra le memorie contrapposte. In generale, pare avvertirsi un clima di stanchezza, in particolare tra i più anziani, e di sovraccarico da memoria pubblica e memorie individuali-familiari, soprattutto tra i giovani. Un clima alimentato dal tanto, troppo tempo trascorso tra i crimini e la giustizia, nonché dalla stringente pressione dei problemi sociali quotidiani in Bosnia.

Ben diverse sono state le reazioni a Banja Luka, capitale della Republika Srpska (Rs). Già nei giorni precedenti, media e vertici politici avevano operato una glorificazione di Mladić che, seppure in chiara continuità con la linea degli ultimi anni, ha raggiunto nuovi livelli. “A prescindere dalla sentenza, tutti abbiamo la sensazione che, dato quello che abbiamo visto contro i serbi finora, Ratko Mladić resta una leggenda nel popolo serbo. Un uomo che ha offerto le proprie capacità umane e professionali al servizio della difesa e del popolo serbo dovunque si trovasse”, aveva commentato il presidente della Rs Milorad Dodik il giorno prima del verdetto.

Poco prima, la televisione pubblica della Rs aveva dato ampio risalto alle dichiarazioni del capo degli avvocati di Mladić, Branko Lukić, secondo cui la condanna sarebbe equivalsa a una condanna dell’intero popolo della Republika Srpska. “Mladić sarà ricordato nella storia e questa sentenza rafforza solo il suo mito tra la nazione serba, che gli è grata per averla salvata dalla persecuzione e dallo sterminio”, ha dichiarato dopo la sentenza il sindaco di Srebrenica Mladen Grujčić.

Memoria e mitocrazia
Eppure, uno dei principi fondanti dell’Icty, come spesso sottolineava il suo primo presidente Antonio Cassese, era l’individualizzazione dei crimini, per evitare che una colpevolizzazione collettiva ostacolasse l’elaborazione del passato e suscitasse nuove reazioni identitarie. L’apparato politico e mediatico della Rs è riuscito a rovesciare quest’impostazione, passando nel tempo da un linguaggio vittimista e difensivo (incentrato ad esempio sulla presunta parzialità del Tribunale a danno di imputati serbi) a uno apertamente aggressivo e rivendicativo dell’operato dei criminali di guerra.

È l’apoteosi di quella che alcuni analisti hanno chiamato “cementazione del mito” o “mitocrazia” sugli anni Novanta, ovvero la rigida imposizione delle interpretazioni “ufficiali” della storia nei media e nel sistema educativo, che garantirebbe la continuità dei cosiddetti interessi nazionali, e la riproduzione di modelli sociali intrinsecamente conformisti e autoritari.

Sia chiaro, il problema della mitocrazia coinvolge tutta la regione: dalle istituzioni della RS a quelle croate e croato-bosniache che hanno glorificato Dario Kordić e Ante Gotovina, da quelle bosniache-musulmane che esaltano la figura di Naser Orić a quelle della Serbia che proprio nelle scorse settimane hanno invitato un criminale di guerra che ha scontato una pena di 15 anni, Vladimir Lazarević, a insegnare all’accademia militare statale.

La mitocrazia è lo strumento delle istituzioni in quella che Refik Hodžić ha chiamato “guerra per la verità”, fondata sulla superiorità etno-nazionale e combattuta non con le armi, ma con discorsi e narrazioni sul passato in tutti gli spazi: pubblico e privato, laico e religioso, politico e civico.

Mladić ha perso la sua personale battaglia per la verità, ma fuori c’è ancora chi la sta proseguendo per lui, e ora toccherà soprattutto alle nuove generazioni scegliere se continuarla, abbandonarla o combatterne di nuove.

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso. Una versione integrale è stata originariamente pubblicata su OBC.