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Difficoltà politiche ed economiche

Kenya: elezioni, Kenyatta vince, ma il Paese è lacerato

22 Nov 2017 - Francesca Caruso - Francesca Caruso

L’infinito ciclo elettorale del Kenya sembra essersi concluso. Uhuru Kenyatta, attuale presidente, sarà ufficialmente confermato per un secondo mandato di cinque anni la settimana prossima, dopo aver ottenuto il 98 % dei voti alle ultime elezioni del 26 ottobre. Lo ha deciso, all’unanimità, la Corte Suprema, confermando la validità dello scrutinio del mese scorso, la cui legittimità era stata messa in discussione da tre petizioni.

Dopo la decisione della Corte, il leader dell’opposizione Raila Odinga non ha fatto, a caldo, nessuna dichiarazione ufficiale, mentre i leader del suo partito di centro-sinistra, la National Super Alliance (Nasa), hanno subito pubblicato un j’accuse: “Noi della Nasa – si legge in un comunicato stampa – abbiamo ripetuto diverse volte, prima ancora della decisione della Corte Suprema, che consideriamo questo governo illegittimo e che non lo riconosciamo. La nostra posizione non è cambiata con la decisione, che non è stata una sorpresa, della Corte dal momento che tale decisione è stata presa sotto costrizione. Noi non condanniamo la Corte, anzi simpatizziamo con essa”.

Le elezioni di agosto annullate e la rinuncia di Odinga
La profonda crisi politica del Paese è scoppiata dopo che il primo settembre la Corte Suprema aveva annullato le elezioni presidenziali dell’8 agosto che, nonostante si fossero svolte in maniera relativamente pacifica, erano state definite “poco chiare”. I risultati avevano visto Kenyatta vincitore con il 54 % dei voti su Odinga, suo storico rivale, che aveva invece ottenuto il 44 % dei voti.

In linea con la Costituzione, la Commissione elettorale (Iebc) aveva poi deciso di programmare un secondo round elettorale il 26 ottobre, dal quale però Odinga si è voluto ritirare invitando i suoi sostenitori a boicottare il voto. ‘Raila’, come lo chiamano in Kenya, ha giustificato la sua scelta sostenendo che le “irregolarità e illegalità” che avevano portato all’annullamento dello scrutinio di agosto si sarebbero ripresentate tali e quali.

Una settimana dopo, giusto per confermare il clima di tensione che si respirava nelle strade del Paese, uno dei commissari della Commissione elettorale era scappata negli Stati Uniti per le troppe minacce ricevute e, qualche giorno dopo, lo stesso capo della commissione, Wafula Chebukati, aveva dichiarato che, nonostante avesse formato un team diverso rispetto a quello di agosto, la Iebc non sarebbe stata in grado di “garantire elezioni credibili”.

Ma nonostante i diversi appelli da parte dell’opposizione politica e civile a posticipare la data del 26 ottobre – Odinga aveva addirittura chiesto a Kenyatta di formare insieme un governo di transizione di sei mesi –, Uhuru ha continuato diritto per la sua strada, inasprendo ancora di più la crisi politica, ma scongiurando, sicuramente, una crisi costituzionale: la Costituzione del 2010 non dice nulla su che cosa succederebbe se, entro 60 giorni dall’annullamento di un risultato elettorale, non si svolge un nuovo scrutinio.

Le elezioni di ottobre e le contestazioni dell’opposizione
Crisi costituzionale sventata a parte, le elezioni si sono svolte in un clima molto teso: prima e durante il voto, ci sono state diverse manifestazioni, soprattutto nelle roccaforti dell’opposizione, dove sono morte decine di persone. Kenyatta era praticamente l’unico candidato valido, dal momento che, ad agosto, nessuno dei suoi rivali ripresentatisi aveva superato la soglia dell’1 %.

Ad elezioni concluse, l’opposizione ha deciso di ritornare all’attacco, presentando tre petizioni firmate da due attivisti per i diritti umani e da un ex membro del Parlamento. Gli argomenti principali delle petizioni erano che in 27 roccaforti della Nasa i cittadini non erano riusciti ad andare a votare e che il tasso di partecipazione del 38 %, rispetto all’88 % di agosto, era una chiara dimostrazione che il popolo non vuole più Kenyatta. Il Jubilee, il partito di governo, ha risposto sostenendo che quando le elezioni si devono ripetere il tasso di partecipazione è sempre più basso e che, dal momento che in Kenya non è obbligatorio votare, la Costituzione non prevede una soglia minima di partecipazione per considerare legittimo uno scrutinio.

Un Paese lacerato e un presidente meno forte
La Corte Suprema ha dato ragione all’attuale Presidente che il 28 novembre giurerà nuovamente fedeltà alla nazione in un clima però molto diverso rispetto a quello in cui aveva giurato cinque anni or sono. Ora il Paese è profondamente diviso, tanto che nei dibattiti c’è addirittura chi parla di “secessionismo” – tema che peraltro Odinga ha affrontato durante il suo soggiorno degli Stati Uniti, all’inizio di novembre – e la legittimità del governo è messa in discussione da diversi fattori.

Primo fra tutti, dall’utilizzo della forza da parte della polizia: la stessa Amnesty International ha chiesto ufficialmente a Kenyatta di “proteggere i keniani e di rispettare i loro diritti”. La settimana scorsa, ha spiegato Amnesty, almeno cinque persone sono state uccise dalla polizia durante una manifestazione dell’opposizione a Nairobi, facendo così salire a 33 le vittime della polizia durante questo ciclo elettorale.

Inoltre, durante il mandato presidenziale di Kenyatta il settore del turismo è crollato – solo tra il 2014 e il 2015 è stato registrato un calo del 25 % –, a causa degli attentati terroristici perpetrati dalle milizie somale degli al Shabab. Gli attacchi, che sono iniziati nel 2013 in un centro commerciale di Nairobi e si sono poi susseguiti soprattutto nel centro-nord del Paese, uccidendo più di 400 persone, hanno pure frenato gli investimenti stranieri e cancellato migliaia di posti di lavoro, inasprendo ancora di più il risentimento nella popolazione e soprattutto tra le varie tribù.

La siccità registrata negli ultimi anni ha portato le tribù Masaii e Samburu, insieme ai loro greggi, ad occupare le proprietà di molti proprietari terrieri – che sono per la maggior parte bianchi, ovvero ‘muzungu’ – nella regione di Laikipia, al centro del Paese, creando così un’ulteriore frattura sociale e razziale che Kenyatta sta fronteggiando con il pugno di ferro: la settimana scorsa, il governo ha deciso di fare uccidere centinaia di bovini degli occupanti, scatenando così le ire dell’opposizione.

Infine, la competitività del Paese è profondamente colpita dall’alto livello di corruzione che pervade tutti i settori, in particolare quello della polizia e quello giudiziario, e che non è di certo diminuita con l’arrivo al potere del figlio di Jomo Kenyatta, il primo presidente del Paese e il simbolo della lotta contro il colonialismo. La strada di Uhuru sembra quindi essere in salita, ma lo è ancora di più quella dell’intero Paese.