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Equilibri e disequilibri

Emirati Arabi: ‘lunga mano’ su Gaza con placet saudita

22 Ott 2017 - Eleonora Ardemagni, Giuseppe Dentice - Eleonora Ardemagni, Giuseppe Dentice

La lunga mano degli Emirati del Golfo si estende, con il placet saudita, anche su Gaza, mentre Anp-Fatah e Hamas firmano un accordo di riconciliazione al Cairo, mediato dall’Egitto e sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti (Eau). Inserendosi nel vuoto geopolitico lasciato dal Qatar, grande finanziatore della Striscia, ma oggi costretto al ripiegamento dalla crisi interna al Consiglio di Cooperazione del Golfo, Abu Dhabi promette 15 milioni di dollari mensili di aiuti alla popolazione di Gaza, più la costruzione del nuovo impianto elettrico.

Doha aveva ospitato la conferenza programmatica di Hamas lo scorso maggio. Adesso, il movimento ha tolto dallo statuto i riferimenti alla Fratellanza Musulmana, invisa agli emiratini, compiendo così una vistosa inversione di rotta verso Abu Dhabi, che ricorda il repentino ‘cambio di campo’ del Sudan nel 2016 (dall’Iran ai sauditi), sempre per ragioni di budget security. L’asse geopolitico tra Emirati, Egitto (e Israele) non è mai stato così forte.

Prove di riconciliazione palestinese
L’accordo politico del 13 ottobre fra Hamas e Al-Fatah per il governo dei territori palestinesi segna un punto a favore della strategia egiziana di stabilizzazione del proprio vicinato. L’intesa del Cairo prevede un governo congiunto dei territori di Cisgiordania e Gaza, il ritorno nella Striscia dei funzionari dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) – assenti dalla guerra del 2007 -, nonché  la cessione dei controlli delle frontiere di Gaza all’Anp.

Il nodo del disarmo dell’ala militare degli islamisti, le Brigate Izzedin al-Qassam, rimane però irrisolto e allarma Israele. Il riavvicinamento tra Hamas e Anp mette comunque in luce le divisioni nel campo palestinese (vedi sicurezza) e le profonde fratture dentro il primo, in cui l’ala militare appare sempre più radicalizzata.

Il movimento della Striscia deve poi confrontarsi con una persistente crisi economica, peggiorata dal blocco degli investimenti qatarini: gli Eau si sono inseriti proprio in questo contesto. La détente fra Hamas ed Egitto è di reciproco interesse: i primi vogliono migliorare le relazioni con gli egiziani e soprattutto con gli altri Stati sunniti della regione (Arabia Saudita ed Emirati) in chiave economica, mentre i secondi puntano a stabilizzare il Sinai, interrompendo il flusso illegale di armi e beni via tunnel da/verso Gaza.

Dahlan, l’uomo chiave della strategia emiratina
In questo gioco di (dis)equilibri e di (ri)composizioni di alleanze, gli Eau si pongono in sintesi perfetta tra le esigenze securitarie egiziane (stabilizzazione di Striscia di Gaza e Sinai) e le ambizioni diplomatiche saudite (contenimento regionale dell’Iran). Infatti, l’obiettivo di Mohammed bin Zayed Al-Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, è ridurre l’influenza dei Fratelli Musulmani tra i palestinesi, come desidera Il Cairo, allontanando nel frattempo Hamas dall’Iran, blandendo così Riad.

L’uomo-chiave di questa strategia è Mohammed Dahlan, 56 anni, ex capo della sicurezza di Fatah a Gaza, esiliato ad Abu Dhabi dal 2011 e molto vicino agli Al-Nahyan. Le donazioni promesse dagli emiratini per Gaza passerebbero proprio da lui, così come l’attuazione dell’accordo del Cairo, grazie anche a una rete di relazioni personali con la leadership di Hamas. Inoltre, Dahlan ha costruito ottimi contatti con il generale libico Khalifa Haftar: la confinante Libia è un altro terreno di scontro geopolitico fra il duo Emirati-Arabia e il Qatar.

L’asse saudita-emiratino-egiziano (più Israele)
L’asse tra sauditi, emiratini ed egiziani (che non dispiace a Israele) si era già manifestato con la contro-rivoluzione del Cairo targata Al-Sisi. Ed è lo stesso fronte che appoggia l’ascesa di Haftar nei nuovi equilibri libici. Questo allineamento è anche marittimo: infatti, con il trasferimento delle isole egiziane di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita (giugno 2017), i sauditi controllano ora l’accesso al Golfo di Aqaba e, in caso di escalation, potrebbero interdirlo sia agli iraniani che ai qatarini, senza scontrarsi politicamente né con gli egiziani né con gli israeliani, preservando uno dei pilastri securitari del Trattato di pace di Camp David.

Abu Dhabi e la polveriera Sinai
Per i sauditi e soprattutto per gli emiratini, il Sinai e il passaggio tra Mar Rosso e Canale di Suez sono aree d’interesse nazionale: non solo per investimenti infrastrutturali in loco e navigabilità delle vie commerciali, ma anche per la necessità di assicurare un retroterra strategico alle nuove basi militari africane tra Gibuti (Arabia), Eritrea e Somaliland (Emirati). Questa visione olistica richiede però la messa in sicurezza dell’intera penisola del Sinai, ostaggio di violenze incrociate tra esercito egiziano, comunità beduine in parte radicalizzate e gruppi salafiti-jihadisti. Dal Sinai, le cellule jihadiste possono infatti accedere all’Africa Mediterranea (Libia orientale ed Egitto continentale) e al Vicino Oriente (Striscia di Gaza ed Israele). Pertanto, un re-engagement di Hamas è cruciale per la strategia egiziana, ma anche e soprattutto per i disegni geopolitici degli ambiziosi emiratini.