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Stato autoritario o di diritto?

Cambogia: repressione dell’opposizione e rischio spirale

22 Ott 2017 - Matteo Angioli - Matteo Angioli

Nel sud-est asiatico c’è un Paese di circa 16 milioni di abitanti ad un bivio: da un lato il precipizio autoritario, dall’altro una tortuosa salita verso la democrazia. È la Cambogia. L’esito delle elezioni comunali dello scorso 4 giugno indica che un numero sempre crescente di cittadini vuole la seconda opzione. Il primo ministro Hun Sen, al potere ininterrottamente da 32 anni, non la pensa però così. La perdita di quasi metà dei seggi nei comuni di tutto il Paese a favore del principale partito di opposizione, il Partito di salvezza nazionale cambogiano (Psnc), ha innescato una reazione di rabbia e terrore che il leader cambogiano adesso rovescia sui suoi oppositori politici.

La situazione è dunque in continuo, rapido deterioramento. Il governo ha intensificato la pressione sugli oppositori ricorrendo a intimidazioni, minacce, arresti. La pressione è divenuta repressione lo scorso 3 settembre quando, a notte inoltrata, è stato tratto in arresto Kem Sokha deputato e presidente del Psnc. A febbraio era subentrato al leader storico del partito Sam Rainsy, da anni in esilio a Parigi e costretto a dimettersi da tale carica dopo l’adozione di leggi ad personam che lo hanno trasformato in un fuorilegge.

Stato di diritto vs leggi totalitarie
Subdolamente, le autorità di Phnom Penh si giustificano con continui riferimenti alla salvaguardia dello stato di diritto, ma è evidente la strumentalizzazione di una terminologia e di leggi che nulla hanno a che vedere con la protezione della libertà e delle minoranze.

Il 14 ottobre, l’inviato speciale dell’Onu per la Cambogia, Rhona Smith, ha dichiarato a tal proposito che “lo stato di diritto va oltre la semplice applicazione della legge. Tutte le leggi devono rispettare i diritti umani e riflettere i principi di equità, giustizia e partecipazione pubblica, altrimenti si ha il governo attraverso la legge (rule by law) e non stato di diritto (rule of law)”. La legge può anche essere rispettata scrupolosamente ma essere al contempo una legge fascista, comunista, totalitaria.

Kem Sokha
Kem Sokha © Xinhua via ZUMA Wire

Da settimane fioccano le violazioni commesse dal governo di Hun Sen. L’arresto di Kem Sokha è stato disposto nonostante egli goda di immunità parlamentare per la cui revoca occorre un voto dell’Assemblea a maggioranza qualificata che non si è mai avuto. Kem Sokha è accusato di “tradimento” per collusione con forze straniere.

L’evidenza del presunto reato è stata fornita dal premier stesso, e consiste in un video risalente al 2013. Le immagini mostrano Kem parlare in un comizio pubblico dei sostegni da parte organizzazioni straniere. Ancora: al presidente del Psnc è stato impedito non solo di essere presente in tribunale quando il 25 settembre si è aperto il processo a suo carico, ma gli è stato anche negato il diritto elementare di avere colloqui confidenziali con i suoi legali.

Fra dissoluzione del Psnc e chiusura di radio e giornali
La repressione non investe solo figure politiche. Il giorno seguente l’arresto di Kem Sokha, il Cambodia Daily, principale quotidiano nazionale anglofono, è stato costretto a chiudere dopo 27 anni di attività per presunti debiti contratti e mai saldati con lo Stato. Sulla prima pagina dell’ultimo numero, il 4 settembre scorso, campeggiava il titolo “Descent into outright dictatorship”. Stessa sorte è toccata alle sedi di Radio Free Asia e Voice of America.

Infine, il 16 ottobre si è tenuto un voto in Assemblea nazionale che ha sancito la redistribuzione dei seggi del Psnc a partiti minori. Stiamo parlando di 55 seggi, pari al 44% del voto popolare, conquistati dal Psnc nelle elezioni del 2013 e che andranno suddivisi tra cinque forze che, combinate, raggiungono appena il 6%. Alla redistribuzione seguirà, imminente, la dissoluzione formale del Psnc richiesta dal ministero degli Interni.

Con questa mossa, il sabotaggio delle elezioni legislative del luglio 2018 sarà completo. Hun Sen potrà continuare a sostenere che la Cambogia resta una democrazia multipartitica, anzi – per dirla con parole sue – un paradiso per i partiti. Peccato che sia un inferno per quelle forze di opposizione che non si piegano alla sua azione corrompente. Il sofferto percorso democratico intrapreso dal Paese nel 1991, quando furono siglati gli Accordi di Parigi, sembra destinato ad interrompersi. Un duro colpo che non può che giovare alla Cina, soddisfatta nel veder la Cambogia tornare a gravitare appieno nella sua orbita.

Le reazioni della comunità internazionale
Oggi, il rischio che la Cambogia scivoli in una spirale di violenza si fa più reale. Con Hun Sen, ex quadro dei Khmer Rossi, sono rimaste al potere una condotta autoritaria e una cultura violenta che negli anni hanno cambiato forma, ma non sostanza.

Mentre il Parlamento europeo ha votato nei giorni scorsi una risoluzione urgente di condanna delle repressioni in Cambogia, Stati Uniti, Francia, Canada, Australia e Italia (dove Sam è stato di recente in audizione in Parlamento) si dicono “preoccupati”. È meglio di niente. Ma, quanti sono anche “occupati” a fermare la crisi? Mu Sochua, la vice presidente del Psnc fuggita dal Paese per evitare di essere a sua volta arrestata, chiede di far leva sugli accordi che i Paesi occidentali concludono con la Cambogia, e in particolare sul rispetto delle clausole che condizionano l’assistenza internazionale e i contratti commerciali al rispetto dei diritti umani e civili. È la stessa linea per la quale si era speso negli anni Marco Pannella, due volte in Cambogia, nel 2003 e 2008, per sostenere Sam Rainsy.

La guida dell’opposizione cambogiana si è riconosciuta in quella posizione. Purtroppo, invece, le leadership occidentali sono state le prime a venir meno al rispetto degli impegni assunti in quelle clausole di democrazia. È dunque un fatto di grande valore politico che Sam Rainsy e l’intera opposizione parlamentare cambogiana abbiano deciso di iscriversi al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito (Prntt). Per Sam Rainsy, i connotati transnazionale, transpartito e nonviolento devono caratterizzare l’azione del Psnc soprattutto in un momento in cui la violenza del regime cambogiano si fa particolarmente acuta.

Scongiurare la caduta nel precipizio diviene più difficile ogni giorno che passa, e perciò ancora più importante anche se, come diceva Pannella, si tratta di giocare l’appena possibile contro l’altamente probabile.

Foto di copertina © Wiktor Dabkowski/DPA via ZUMA Press