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Ricette per l'Eurozona

Ue: Mes anti-crisi, pro e contro la proposta Schaeuble

1 Set 2017 - Luigi Gianniti - Luigi Gianniti

La Bild, il celebre tabloid tedesco, ha lanciato nei giorni scorsi la notizia di una proposta cui starebbe lavorando il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble: utilizzare il cosiddetto ‘fondo salvastati’ (il Mes) “non solo in caso di fallimento, ma anche per migliorare le congiunture in periodi negativi”. Una proposta ripresa e sostenuta anche dalla cancelliera Angela Merkel il 29 agosto.

Che il ministro Schaeuble ritenga che il Mes possa avere un ruolo più forte nella prevenzione delle crisi dell’Eurozona non è una novità (si veda la sua intervista a la Repubblica dell’11 maggio 2017). Il Trattato che lo ha istituito nel 2012 nasce, del resto, per volontà della Germania, che di fronte alla grave crisi finanziaria ha in fondo subito la larghezza di strumenti messi in campo della Banca centrale, ma ha impedito che si sviluppasse un parallelo e complementare ruolo da parte delle altre Istituzioni dell’Unione europea e ha bloccato sul nascere qualunque sviluppo all’interno del quadro istituzionale dell’Unione di strumenti nuovi.

Il Mes, che cos’è e come funziona
Il Mes nasce come strumento non dell’Unione ma “degli Stati la cui moneta è l’euro”, sulla base di un accordo internazionale che disciplina l’ampia dotazione finanziaria nonché le modalità di funzionamento. Le decisioni più importanti del Mes sono prese dal Consiglio dei Governatori (composto dai ministri delle Finanze dei Paesi appartenenti all’area euro, ai quali il commissario europeo competente come anche il presidente della Bce si aggiungono solo come “osservatori”) “di comune accordo”, e cioè all’unanimità.

Lo stesso vale per le decisioni riguardanti la concessione di assistenza finanziaria a Paesi in difficoltà e la gamma degli strumenti utilizzati. Strumenti che – sempre se vi è il comune accordo – possono essere anche ulteriori rispetto a quelli previsti dal Trattato. In ogni caso, per qualunque decisione è necessaria “la presenza di un quorum di due terzi dei membri aventi diritto di voto che rappresentino almeno i due terzi del diritto di voto”.

Il diritto di voto è suddiviso tra i Paesi dell’eurozona sulla base del contributo percentuale che ciascuno Stato dà a questo fondo. Il contributo tedesco è oltre il 27 %, quello francese oltre il 20, quello italiano pari quasi al 18. È possibile ricorrere a procedure di urgenza con un voto a maggioranza qualificata dell’85 % dei voti. Così Germania, Francia e Italia sono in grado di bloccare decisioni del genere; e la Germania da sola, insieme a un piccolo Paese, può bloccare qualunque decisione, anche quelle adottabili a maggioranza semplice.

La Bce è autonoma dai governi, il Mes no
Mentre la Banca centrale si muove con decisioni assunte in piena autonomia (nelle quali – ed è accaduto – il rappresentante tedesco può anche essere messo in minoranza), il Mes è governato da meccanismi condizionati da veti nazionali e soprattutto opera in uno spazio giuridico altro rispetto all’ordinamento dell’Unione europea.

Quali sono gli obiettivi del Mes e come opera il modus operandi del MesNell’ordinamento tedesco il ruolo dei rappresentanti (nel Consiglio dei Governatori e in quello di amministrazione del Mes) è considerato, addirittura, una proiezione diretta della rappresentanza politica nazionale. Il Tribunale costituzionale tedesco ha infatti chiaramente precisato che tutti i componenti degli organi direttivi “sono responsabili verso i rispettivi Parlamenti nazionali”. Ogni decisione dei rappresentanti tedeschi nel Consiglio dei Governatori e in quello di amministrazione del Mes è dunque esercitata sulla base di una diretta responsabilità verso il Bundestag.

Gli obiettivi e il modus operandi del Mes
L’articolo 3 del Trattato, nel definire l’obiettivo dell’istituendo Mes, chiarisce che esso consiste nel “mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità” dei Paesi membri che si trovino “o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari”. Per far questo il Mes può “raccogliere fondi con l’emissione di strumenti finanziari”. Il Trattato definisce un’elenco di strumenti, ma contiene anche una clausola generale (l’articolo 19) che permette al Consiglio dei governatori di integrarlo. Dunque, senza cambiare il Trattato, è ben possibile quello sviluppo di cui parla il Ministro Schaeuble, per fare del Mes non solo uno strumento per la gestione delle crisi, ma anche di sostegno ai paesi che si trovino in condizioni congiunturali negative o anche addirittura “in casi di catastrofi naturali”.

Questi interventi possono svilupparsi però, come recita il Trattato (articolo 12), “sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, che possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche, al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”.

Nel preambolo del Trattato viene chiarito che la concessione di assistenza finanziaria nell’ambito dei programmi previsti dal Mes è subordinata alla ratifica del fiscal compact e in particolare al rispetto delle regole introdotte a livello nazionale per correggere automaticamente le deviazioni significative dall’obiettivo di medio termine o dal percorso di avvicinamento a tale obiettivo.

Il rispetto del nucleo portante delle regole del fiscal compact appare così essere la condizionalità essenziale delle azioni che il Mes può intraprendere. Ed è attraverso di esso in primo luogo che il meccanismo europeo di stabilità può acquisire quella “maggiore influenza nelle politiche di bilancio degli stati dell’eurozona” di cui parla la Bild.

Prospettive e conseguenze della proposta Schaeuble
La proposta per rilanciare la crescita dell’Eurozona, cui ci potremmo trovare di fronte in autunno dopo le elezioni tedesche, appare dunque chiara.

Il bilancio dell’Unione europea, per la sua dimensione e le sue rigidità, non ha nel medio periodo risorse sufficienti per promuovere quel rilancio degli investimenti europei che è stato promesso da ultimo nella campagna elettorale francese dal presidente Emmanuel Macron. Né è pensabile a breve una riforma dei Trattati (che richiede l’unanimità degli Stati, anche di quelli non euro).

Il Mes ha invece risorse (cui anche l’Italia ha ampiamente contribuito) oggi largamente inutilizzate. Il Mes funziona però con una logica tutta intergovernativa, dove gli Stati pesano sulla base del loro contributo finanziario, ed eroga assistenza sulla base di condizioni rigorose, prima fra tutte il rispetto delle regole del fiscal compact.

Il Trattato Mes infine non ha una clausola che ne auspica l’incorporazione nei trattati europei, come invece il fiscal compact. Dunque, in questa prospettiva, il dibattito animato in Italia su un possibile veto all’incorporazione del fiscal compact nei Trattati dovrebbe forse essere accantonato.

Piuttosto, si dovrebbe valutare con attenzione quanto dirompente possa essere l’ipotesi che un rilancio economico dell’Eurozona passi per la valorizzazione di uno strumento giuridico che vede i Governi, e dietro di loro i Parlamenti nazionali, essenziali protagonisti, riducendo la Commissione europea a mero esecutore delle decisioni di questi, assunte poi sulla base di una ponderazione che ordina gli stati secondo la rispettiva forza economica.

Uno strumento che sostanzialmente esclude dalla partita il Parlamento europeo, al quale non a caso il ministro Schaeuble si sforza di conferire comunque un ruolo: nella sua intervista a la Repubblica di maggio scorso, ricordava infatti di aver parlato con il presidente Macron dell’ipotesi che “con i parlamentari del Parlamento europeo si potrebbe creare un Parlamento dell’Eurozona, che potrebbe avere un potere consultivo sul fondo salvastati”.