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Energia e futuro

MO: causa petrolio, oggi instabile, domani forse di più

19 Set 2017 - Raffaele Perfetto - Raffaele Perfetto

Non tutti sanno che Churchill ha avuto un ruolo di primo piano nella diffusione del petrolio. Nell’aprile del 1912 la classe Queen Elizabeth della Royal Navy si muoveva solo grazie all’oro nero: era la prima. Le nuove navi militari avevano un vantaggio di circa quattro nodi sulle generazioni precedenti. E, si sa, la velocità in battaglia è fondamentale. L’utilizzo del petrolio sollevava, però, una criticità: la sua disponibilità in condizioni di pace e, soprattutto, di guerra.

La Prima Guerra Mondiale evidenziò questo problema in maniera lampante. E’ in questo periodo che il Medio Oriente diventa importante, strategico: gli accordi di Sykes-Picot (1916) e quelli della Linea Rossa (1928) sono anche figli della rilevanza acquisita dal petrolio.

Nel 2015 l’agenzia dell’Energia del governo americano Eia ha dichiarato che, dei circa 100 milioni di barili di petrolio prodotti ogni giorno, il 60 % si muove via mare: lo Stretto di Hormuz è la via più utilizzata – vi transita un terzo di tutto il petrolio che si muove via mare -, seguito dallo Stretto di Malacca, destinato però ad assumere una maggiore valenza strategica in vista dello sviluppo del mercato del gas via Lng.

Le cose stanno cambiando
Il cambiamento parte dagli Usa ed è innescato dal settore automobilistico: le auto elettriche. Ad oggi ve ne sono circa due milioni su un parco di circa 1.3 miliardi: meno dell’1%. C’è chi vede la transizione più o meno velocemente. Molti Paesi europei hanno già previsto il termine ultimo oltre il quale le auto diesel o a benzina non saranno più vendute: tra chi prima (2025) e chi dopo, non si va oltre il 2040.

Di conseguenza, a partire da un certo anno (non troppo lontano), assisteremo al declino della domanda di petrolio. Già Exxon, Shell e BP, con il loro valore di mercato superiore ai seicento miliardi di dollari, inseriscono nelle loro previsioni un picco di domanda, chi al 2030, chi al 2040. Dopo di che si scende.

Intanto qualcuno pensa che il Modello S di Tesla (la versione ‘economica’) sia la discendente del Modello T di Ford, che segnò il passaggio dall’etanolo al petrolio, e possa avere lo stesso ruolo nel cambiamento. Ironia della sorte, lo scorso aprile Tesla ha temporaneamente superato il valore di mercato di Ford, anche se di poco (due miliardi di dollari sui circa 60 totali).

Il ritorno delle tribù?
Se in Europa gli Stati tendono all’integrazione, sulla sponda Sud del Mediterraneo ci sono le tribù. Potremmo dire – parafrasando Nietzche – che lo Stato è una corda tra tribù e ‘super-Stato’. Nel suo ultimo libro, Maurizio Molinari affronta il tema delle nuove tribù in Medio Oriente e Nord Africa, così come in Occidente. Tuttavia occorre distinguere: in Occidente, la tribù può essere intesa da un punto di vista politico; nel Medio Oriente e nel Nord Africa assume connotazioni più forti, più profonde e più divisorie.

La disintegrazione degli Stati tenuti insieme da regimi dispotici e privi quasi nella totalità di legittimità popolare ha favorito la riaggregazione -come dice Molinari- attorno ad identità pre-statali (vedi la Libia, l’Iraq, lo Yemen, la Siria) e quindi il rafforzamento dei clan tribali.

Senza semplificare troppo, e soffermandoci sulle parole di Molinari “privi di legittimità popolare”, accade che in questi Stati collassati il clan inizi a farsi giustizia autonomamente. Risultato? Caos, polverizzazione e ritorno allo stato di natura o al “tutti contro tutti” di Hobbes e Locke.

Se nel Seicento dopo la guerra dei Trenta Anni i cittadini, sfiniti dai continui conflitti, sentirono l’esigenza di limitare parte dei loro diritti e poteri per trasferirli allo Stato sovrano, qui praticamente ci si muove nella direzione opposta.

Ai quattro quasi ex Stati citati sopra abbiamo corso il rischio di doverne aggiungere almeno un altro paio in seguito alle Primavere Arabe. E non possiamo escludere che spinte aggregative ‘esterne’ siano venute in aiuto per alcuni, anche per la loro importanza strategica energetica.

Investimenti: il sorpasso dell’elettrico su petrolio/gas.
Nel 2016 per la prima volta abbiamo assistito al sorpasso degli investimenti nell’elettrico con 718 miliardi di dollari contro i 649 miliardi del comparto ‘oil&gas’. Il Financial Times, parlando della futura possibile privatizzazione della compagnia petrolifera Saudi Aramco, indicava che le nuove policy ambientali potrebbero portare il valore di mercato dai due trilioni di dollari stimati inizialmente a poco sopra il trilione: parliamo di un decremento di circa il 50%.

Se da un lato il comparto energetico è in sofferenza, quello legato ai minerali per il mercato delle e-car (e l’indotto), cioè cobalto, nickel, litio e rame, vive un momento favorevole. C’è chi si aspetta che nel 2030 il 30% delle vetture siano elettriche. Forse è una previsione troppo ottimistica ma intanto la Glencore supera le aspettative del mercato con profitti (pretasse) di circa 2.45 miliardi di dollari solo per i primi sei mesi del 2017.

Quei metalli non si trovano in Medio Oriente. E’ ancora presto, ma intanto sorge chiara una domanda: come cambierà il peso geopolitico della Regione nella nuova Era del Rinnovabile?

L’autore ringrazia R. Melillo e G. Fortuna per il supporto ricevuto