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Direttive e sicurezza

Ue: galline, uova, insetticidi e meriti europei

28 Ago 2017 - Pier Virgilio Dastoli - Pier Virgilio Dastoli

A proposito di uova e di galline ovaiole, sul Corriere della Sera del 18 febbraio 2017 il politologo Angelo Panebianco ironizzava sugli “imballaggi delle uova europee”, per stigmatizzare gli eccessi di regolamentazione dell’Unione europea e in particolare dell’euroburocrazia.

Panebianco, come tutti noi, ignorava quel che covava (non ci potrebbe essere parola più adatta) negli allevamenti olandesi – e non solo – con l’uso del fipronil, un insetticida di cui tanto s’è parlato nelle ultime due settimane, e trascurava pure il vantaggio che i consumatori europei traggono dagli imballaggi delle uova e dalla identificazione dell’origine delle stesse.

L’elogio degli imballaggi e della tracciabilità
Il fondista del Corriere ignorava anche il fatto che le direttive e i regolamenti europei nascono da esigenze concrete, sono sottoposti al controllo di sussidiarietà dei Parlamenti nazionali – che già incidono sulla legislazione europea nella fase ascendente e nella fase discendente e che potrebbero incidere di più controllando di più i loro governi -, sono emendati dal Consiglio dei Ministri dell’Ue e dal Parlamento di Strasburgo con una doppia lettura da parte dei rappresentanti sia degli Stati sia dei cittadini.

Confidando nell’obiettività di Panebianco, attendiamo ora un suo elogio degli imballaggi delle uova europee con la richiesta di codici di identificazione per la provenienza delle uova anche nei prodotti alimentari derivati e l’avvertimento ai lettori che ci sono settori che incidono sulla vita dei cittadini europei in cui ci vuole “più Europa” (federale) e non più Stati nazionali (confederati).

Una direttiva con un tocco ‘spinelliano’
Autocitandomi, recupero un mio articolo sulle galline ovaiole scritto nel 2009 quand’ero direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea: ricordo che della proposta di direttiva sugli allevamenti di pollame mi occupai già nel 1977 come assistente di Altiero Spinelli, allora membro supplente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo.

Prendendo spunto da una lettera a La Stampa di un lettore, il signor Cipriano Perruquet (“Specchio dei Tempi” di Torino del 21.8.09), scrivevo: “Fa piacere vedere che il vuoto agostano permetta d’interessarsi alla legislazione europea … Sarebbe bene che cittadini, stampa e classe dirigente mantenessero la stessa attenzione anche per gli altri 11 mesi dell’anno sulla legislazione Ue, che spazia, come quella degli Stati membri, dalle regole a tutela dei consumatori alle norme sull’allevamento, dalla lotta al cambiamento climatico alla previdenza sociale, dal lavoro ai diritti umani”.

Norme che mantengono la loro validità
Venendo al punto, scrivevo nel 2009, “la direttiva 74/1999 prevede norme dettagliate affinché in tutta Europa gli allevatori di galline in batteria tengano gli animali in condizioni igieniche ed etologiche accettabili e soprattutto, per non falsare la concorrenza, alle stesse condizioni”.

“L’allevamento in batteria – proseguivo – è da anni al centro di discussioni e polemiche (anni fa si tenevano anche 22 galline – ventidue – per metro quadro). Tanto che l’allevamento in batteria sarà proibito dal 2012 e che già oggi molti consumatori preferiscono comprare uova di galline allevate a terra.  Anzi, se l’etichetta delle uova riporta il modo in cui sono state allevate le galline, il merito è proprio della legislazione Ue”.

Oltre a questa norma, c’è in quella direttiva anche l’obbligo di prevedere almeno 600 cm2 per ogni gallina (cioè uno spazio di 30 x 20, che a pensarci bene non è certo esagerato: come dire che un uomo o una donna debbono avere almeno uno spazio di, a occhio, tre metri per due). Oppure l’obbligo di prevedere mangiatoie, abbeveratoi e simili. Insomma niente di rivoluzionario, al punto che tutti i governi degli Stati membri recepirono pacificamente la direttiva (quello italiano con il Decreto legislativo 29 luglio 2003, n. 267).

L’iter delle direttive e la gaffe di Chirac
E’ bene ricordare che i testi delle direttive e dei regolamenti dell’Ue sono proposti dalla Commissione e sono poi esaminati dal Consiglio dei Ministri dove alti funzionari dei ministeri degli Stati membri modificano se necessario il testo. Da più di quindici anni poi, i deputati europei possono adottare degli emendamenti e molti importanti testi di direttive o di regolamenti entrano in vigore solo se governi e Parlamento sono d’accordo. Nulla di “imposto da Bruxelles”, dunque. Anzi, le statistiche dicono che oltre il 60% delle proposte della Commissione provengono da iniziative dei governi nazionali.

Si racconta che durante una riunione del Consiglio europeo, l’allora presidente francese Jacques Chirac abbia violentemente attaccato la Commissione per una proposta di direttiva sui formaggi a pasta molle e che i suoi funzionari lo abbiano faticosamente indotto a tacere, ricordandogli che la direttiva proveniva da una richiesta della Francia per facilitare l’esportazione del roquefort, del camembert e del caprice des Dieux. E, a proposito di formaggi, grazie all’Ue nessun Paese al di fuori dell’Italia può produrre ed esportare formaggi chiamandoli mozzarella, fiordilatte, grana o parmigiano-reggiano.