IAI
Ue/Germania

Bce: ricorso tedesco a Corte di Giustizia su QE

17 Ago 2017 - Stefano Cavedagna - Stefano Cavedagna

Il giorno di Ferragosto la Corte Costituzionale tedesca ha chiesto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea di pronunciarsi sulla conformità ai Trattati del Quantitative Easing, l’ormai celebre programma di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona, attuato dalla Bce sul mercato secondario con lo scopo di stimolare l’economia e di farla uscire dalla fase di stagnazione. La vicenda giudiziaria trae origine da alcuni ricorsi presentati da privati in Germania.

Non è la prima volta che dalla Germania partono tentativi di opporsi alle politiche espansive della Bce. Infatti, c’era già stata un’iniziativa – a vuoto – per bloccare le Omt (Outright monetary transactions), il programma lanciato nell’estate 2012 per riportare gli spread tra i titoli di Stato a livelli ordinari ed evitare il rischio fallimento di alcuni Paesi.

Perché in Germania si contrastano le politiche anti-crisi di Draghi
Sotto la presidenza di Mario Draghi, la Banca centrale europea, ormai da più di cinque anni, ha disposto politiche monetarie per salvare la tenuta della moneta unica ed evitare il rischio fallimento di alcuni Stati europei dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011.

Dopo una prima fase di cosiddetta ‘gestione della crisi’, le politiche della Bce sono diventate via via sempre più espansive. L’obiettivo è tuttora quello di rilanciare e stimolare la crescita nei Paesi più colpiti dalla recessione, tra i quali l’Italia, evitando la stagnazione economica ed il rischio di deflazione.

L’economia tedesca è stata la meno toccata dalla crisi dei debiti e dai suoi strascichi: i Bund tedeschi sono tra i più sicuri al mondo, tanto da essere considerati un bene rifugio. Le politiche ultra-espansive di Draghi risultano pertanto inefficaci in Germania e potenzialmente dannose: per questo i tentativi di aumento dell’inflazione impauriscono gli investitori tedeschi.

I titoli di Stato tedeschi hanno attualmente un rendimento decennale pressoché nullo. Un eventuale ulteriore aumento dell’inflazione li porterebbe a essere negativi, come già capitato in alcuni periodi del 2016, rischiando di generare una perdita per coloro che li possiedono. Quindi, gli investitori tedeschi non possono e non vogliono alcun aumento ulteriore dell’inflazione.

Va però notato che, in questo caso, né il governo tedesco né la Bundesbank hanno cavalcato i ricorsi di privati e la decisione della Corte Costituzionale di adire la Corte di Giustizia dell’Ue.

La risposta di Francoforte
La replica della Bce all’attacco proveniente dalla Germania si baserà verosimilmente sul fatto che tra i suoi compiti inderogabili c’è quello di garantire la stabilità dei prezzi e un’inflazione che tenda all’aumento del 2% annuo. Attualmente il livello d’inflazione è dell’ 1,26%, lasciando ancora un sensibile margine alla Banca centrale europea per portare avanti il suo programma di acquisti dei titoli di Stato.

Il presupposto giuridico del ricorso presentato alla Corte costituzionale tedesca si basa in primo luogo sulla tesi che l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce sul mercato secondario sia in realtà una forma di finanziamento agli Stati, di per sé vietato dall’articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione.

In secondo luogo, la Bce è accusata di effettuare manovre che hanno funzione di politica economica, quando, invece, il suo mandato prevede che si limiti alla sola politica monetaria.

La storica posizione della Corte
È molto probabile che la controversia possa concludersi come la precedente questione sull’Omt, quando la Corte di Giustizia di Lussemburgo, con sentenza del giugno 2015, sostenne che il programma Omt “prevede l’acquisto di titoli di Stato soltanto nella misura necessaria per preservare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria … e che questi acquisti cesseranno una volta raggiunti tali obiettivi”, facendo così cadere qualsiasi accusa avanzata di illegittimità.

Si tratta, cioè, di una misura di politica monetaria e, come tale, rientra pienamente nelle attribuzioni della Banca centrale europea.

Inoltre, non si potrebbe neanche prefigurare una sorta di finanziamento agli Stati, come espressamente vietato dai Trattati, perché il Quantitative Easing “mira ad incitare gli Stati membri a rispettare una sana politica di bilancio, evitando che un finanziamento monetario dei disavanzi pubblici … conduca ad un indebitamento eccessivo o a disavanzi eccessivi degli Stati membri”.

Il Quantitative Easing potrebbe quindi essere giudicato come pienamente legittimo, sempre che la Bce garantisca al proprio intervento “garanzie sufficienti per conciliarlo con il divieto di finanziamento monetario risultante dall’articolo 123”.

Prospettive future
La questione sollevata dal ricorso tedesco pone un quesito di prioritaria importanza riguardo agli indirizzi che vorrà prendere l’Eurozona e l’esito della vicenda, sicuramente, condizionerà il futuro riguardo alla tenuta economica dei Paesi che adottano l’euro fino a dettare anche le sorti della stessa moneta unica.

Se da un lato la Germania non può garantirsi una stabilità a fronte della sua grande crescita, i Paesi in difficoltà dell’Eurozona potrebbero trovarsi in una crisi deflattiva che li condanni alla stagnazione per oltre un decennio.

Il dilemma è pertanto quello di armonizzare le scelte di politica economica e appianare le differenze di vedute, evitando da un lato rischi per la Germania e dall’altro la crisi perenne delle altre economie minori.

Questa problematica nasce principalmente dalla difficoltà di conciliare un’unica politica monetaria con le 19 politiche economiche dei Paesi che adottano l’euro. Chiaro è che le scelte che verranno fatte nei prossimi mesi condizioneranno largamente il futuro dell’economia dell’Unione.