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Medio Oriente

Qatar: storie di ultimatum e principi ereditari

6 Lug 2017 - Francesco Bascone - Francesco Bascone

L’ultimatum lanciato una decina di giorni fa dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati contro il Qatar, e scaduto il 5 luglio, evoca – per quanto diversi siano i contesti – quello con cui poco più di un secolo fa Vienna reagì all’attentato di Sarajevo. Può sembrare un paragone azzardato, visto che nel 1914 il rigetto dell’ultimatum trascinò in un catastrofico conflitto tutte le grandi potenze dell’epoca, mentre oggi assistiamo a un braccio di ferro all’interno di una piccola organizzazione regionale araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Eppure alcuni esperti, soprattutto americani, non esitano a ipotizzare che la crisi possa sfuggire di mano (non probabile, ma possibile) e l’incendio propagarsi oltre i confini del Gcc. Un incidente fra forze saudiane e navi inviate dall’Iran per alleviare il blocco imposto al Qatar, incidente volutamente provocato o meno, potrebbe fare scattare un conflitto locale di medie proporzioni. Ma il pericolo di una sconfitta dell’Arabia Saudita potrebbe condurre a un coinvolgimento degli Stati Uniti. Ciò per le stesse ragioni che spinsero Bush senior ad attaccare l’Iraq nel 1991, cui si aggiungono ora il carattere impulsivo del presidente Trump e la fissazione di molti suoi collaboratori e di buona parte del mondo politico di Washington sull’ostilità all’Iran, abilmente fomentata dalla lobby pro-israeliana.

1914, 1999 e oggi: analogie significative e inquietanti
Le analogie non mancano, e sono significative. In entrambi i casi l’ultimatum comporta alcune richieste assolutamente incompatibili con la sovranità dello stato destinatario (Serbia, Qatar). E da questo punto di vista l’analogia si estende anche all’ultimatum rivolto alla Serbia nel 1999 dalla signora Albright: anche in quel caso, esigendo dalla Serbia non solo il ritiro delle sue forze da una sua provincia , il Kossovo, ma addirittura il libero passaggio dei militari Nato attraverso l’intero territorio nazionale, si puntava chiaramente a costruire un pretesto per la spedizione punitiva da tempo in preparazione, come osservò allora persino Henry Kissinger, solitamente propenso ad attribuire alla politica estera Usa eccessivo idealismo.
Nel 1999 Belgrado respinse l’ultimatum, come 85 anni prima. Cedette dopo 70 giorni di bombardamenti Nato perché la Russia (a differenza che nel 1914) non era in grado di intervenire militarmente in sua difesa. Il Qatar è in una posizione intermedia, ma più vicina a quella della Serbia nel 1914: non ha un grande protettore (come era allora lo zar), ma può sperare nell’aiuto dell’Iran ed eventualmente della Turchia.
Nel 2017 come nel 1914 il grande vicino (‘superior stabat lupus’) minaccia uno Stato piccolo ma ambizioso per costringerlo a togliere ogni appoggio a una organizzazione che considera sovversiva – oggi la Fratellanza Musulmana, allora la Narodna Obrana, con la sua propaggine terroristica, la Mano Nera – e ad impedire qualsiasi forma di propaganda ostile, attraverso stampa, scuole ecc. Nel caso del Qatar ciò significa soprattutto chiudere la prestigiosa emittente al Jazira.
Nel 1914 Vienna esigeva, comprensibilmente, l’estradizione di alcuni funzionari che avevano reclutato, armato e aiutato gli attentatori. Oggi Riad pretende addirittura che vengano consegnati fuorusciti genericamente bollati come terroristi; e che Doha, oltre a cessare ogni contatto con oppositori del regime saudiano, consegni tutta la documentazione di precorsi contatti.

Le esorbitanti condizioni saudite
Christopher Clark, nel suo magistrale ‘Sleepwalkers’, osservò che l’ultimatum di Vienna fu assai più moderato di quello, qui citato, di Rambouillet (1999). Ancora più ragionevole appare al paragone con quello saudita. Quest’ultimo va infatti ben oltre il modello austriaco nell’intimare al Qatar di metter fine alla cooperazione con l’Iran (limitandosi all’import-export di merci purché approvate dal Gcc!), espellere le truppe turche presenti sul suo territori, e allineare la propria politica estera, militare ed economico-finanziaria a quella degli altri membri del Gcc (si intende: Arabia Saudita e Uae).
In sostanza, L’Austria-Ungheria desiderava da tempo mettere sotto controllo la Serbia, focolaio di irredentismo slavo, ma vi si decise solo dopo che era stato superato ogni limite: l’uccisione del principe ereditario su istigazione e con la complicità di membri dei servizi segreti e altri funzionari di Belgrado. L’Arabia Saudita vuole imporre la propria egemonia al Qatar senza avere subito alcuna grave provocazione: la sola spiegazione sembra risiedere nel fatto che un altro principe ereditario, il trentenne Mohammed bin Salman, ha acquisito troppo potere.
Vienna fu spinta a prendere la fatale decisione dagli incoraggiamenti di Berlino e dalla sottovalutazione della propensione russa a intervenire militarmente, oltre che dal pernicioso timore di “perdere credibilità”, come si direbbe oggi, che ha prodotto tante guerre inutili, compresa quella del 1999 contro la Serbia. Analogamente, l’Arabia Saudita si è sentita incoraggiata dall’appoggio di Trump nella sua sfida all’Iran, ed evidentemente conta sul non-intervento dell’Iran in difesa del Qatar.
Il Kaiser, alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra, si pentì tardivamente di aver indotto l’alleato a provocare la Russia. Gli Stati Uniti non rischiano certo di scivolare in un nuovo conflitto mondiale, ma potrebbero comunque finire per pentirsi di una politica ottusamente anti-iraniana, destinata nel migliore dei casi a creare difficoltà per il moderato Rohanì e nel caso peggiore a rendere necessario un proprio intervento militare nel Golfo per difendere una Arabia Saudita troppo baldanzosa.