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Israele e Palestina: viaggio in due Stati (possibili?)

17 Lug 2017 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Con altri 50 attivisti ebrei di più Paesi d’Europa legati a Jcall (associazione di ebrei europei impegnata nel sostegno ad una soluzione ‘a due Stati’ del conflitto israelo-palestinese) ho compiuto il mese scorso un viaggio fra Israele e i territori. Un appuntamento denso di visite e incontri, dalla Knesset israeliana all’Anp di Ramallah, da Sderot sul limitare della striscia di Gaza a Hebron, con think tank e Ong, per ascoltare una pluralità di voci, comprendere opinioni e inquietudini, partecipare, con movimenti della società civile, ad azioni sul terreno.

Quest’anno, nella ricorrenza dei 50 anni dalla guerra del ’67 e dell’inizio dell’occupazione, vi era un’urgenza particolare: essere, in quanto ebrei della Diaspora europea, vicini agli animatori della campagna Siso – Save Israel, stop the occupation-, promossa dall’Appello di 500 israeliani agli ebrei del mondo, in una comune battaglia delle idee.

Yehoshua per una soluzione transitoria
Un sabato sera a Tel Aviv incontriamo Abraham B. Yehoshua, l’insigne scrittore, sempre arguto, bonariamente polemico e irriverente. Ci ripete quanto già espresso in recenti interviste: la presenza di circa 600.000 israeliani fra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, la stessa topografia degli insediamenti così intrecciata con le località palestinesi, gli ostacoli enormi allo sgombero delle colonie, il timore di una quasi ‘guerra civile’ che scuota e sconvolga Israele rendono molto difficile la spartizione della terra contesa come voluto dal paradigma ‘a due Stati’ che domina la scena politica dagli anni ’80 e soprattutto dagli anni ’90 con gli accordi di Oslo.

Come soluzione forse transitoria occorre alleviare le condizioni di oppressione dei circa 100.000 palestinesi abitanti nell’Area C – circa il 60 % della Cisgiordania, sotto il controllo pieno di Israele – e degli oltre 300.000 residenti arabi di Gerusalemme Est, accordando loro diritti di cittadinanza.

La seduzione dell’ipotesi confederale
Altri sostengono che, pur nel rispetto del principio di ‘due Stati sovrani per due popoli’ lungo i confini pre-67, il paradigma dominante negli ultimi 20-30 anni della separazione fra israeliani e palestinesi contraddice geografia dei luoghi e demografia – che vedono le due popolazioni frammiste sullo stesso territorio – nonché il legame affettivo-spirituale di ambedue i popoli con la terra. Propongono quindi di passare a un modello ‘confederale’ in cui israeliani e palestinesi, pur rispettivamente cittadini dei loro Stati ed elettori dei propri Parlamenti, godano di libertà di movimento e di residenza in un’unica ‘patria’ comune.

È un’ipotesi seduttiva, stretta fra il realismo dei fatti sul campo che spingono verso un esito del genere e l’utopia del ritenere che i coloni siano disposti ad alterare drasticamente il loro stile di vita, aprendo le loro comunità, accettando di essere soggetti alla sovranità palestinese, senza la protezione dell’esercito israeliano; e d’altra parte che gli israeliani accettino l’ingresso pur graduale di rifugiati palestinesi sul territorio di Israele.

Scambio di territorio per incorporare gli insediamenti
Insomma, l’interrogativo preminente per la possibilità dei due Stati riguarda i coloni e il loro atteggiamento. Gli assertori più coerenti dei due Stati insistono sul fatto che circa metà dei 120 insediamenti sono piccoli e remoti (in totale circa 30.000 abitanti). In altri 50 risiedono circa 100.000 coloni. Restano 15 insediamenti, detti, nel linguaggio degli addetti ai lavori settlement blocs, in un triangolo compreso fra Modiin Illit a nord di Gerusalemme, Maale Adumim a est e Gush Etzion a sud, dove risiedono oltre 400.000 israeliani (l’80% di coloro che vivono oltre la Linea verde pre-67).

La superficie di questi insediamenti occupa circa il 4% della Cisgiordania e uno scambio paritario in cui Israele cederebbe suoi territori vicini alla striscia di Gaza o nel sud vicino al Mar Morto consentirebbe d’incorporare quell’80%, e di evacuare gli altri 130.000 con il favore di adeguati indennizzi economici.

La posizione di Commanders for Israel’s Security
Una posizione affine è avanzata da Commanders for Israel’s security, un’associazione di ex generali dell’esercito, Mossad e Shabak. Riconoscendo che un accordo di pace non è oggi possibile per la debolezza e le divisioni in seno al mondo palestinese, il settarismo ideologico di Hamas, la frantumazione degli Stati nel Medio Oriente, essi ritengono che sia necessaria una fase transitoria che garantisca la sicurezza di Israele e consenta l’affermarsi nel tempo di un clima di fiducia che prepari un accordo di pace.

L’annessione fra il 3 e il 4% della Cisgiordania con scambio di territori, il ritiro dell’esercito e lo sgombero dei circa 130.000 coloni saranno rinviati al momento in cui si giungerà a quell’ accordo. Nel frattempo Israele dovrebbe accettare l’offerta di pace della Lega araba e la convergenza di interessi con il mondo sunnita contro l’espansionismo dell’Iran e la minaccia del sedicente Stato islamico; dichiarare di non nutrire pretese territoriali ad est della barriera; interrompere ogni attività di costruzione nelle colonie in quell’area; e soprattutto consentire lo sviluppo di attività edilizia ed economica nell’Area C della Cisgiordania così vitale per i palestinesi che vi abitano.

Le contraddizioni dell’opinione pubblica israeliana
Le inchieste sull’opinione pubblica in Israele descrivono un quadro complicato. Una minoranza di ebrei israeliani ritiene urgente porre fine all’occupazione ed è disposta ad agire contro lo status quo e in difesa della democrazia nel Paese, lesa dall’offensiva di sapore ‘maccartista’ della destra contro i media, la giustizia, l’accademia, le istituzioni culturali, le Ong. Una minoranza più ampia predica l’annessione dei territori e cela con ambiguità lessicale la sorte dei palestinesi che vi abitano: saranno annessi anche essi, ma senza diritti civili e politici, oppure espulsi, oppure spinti con lusinghe economiche ad emigrare, e dove?

La maggioranza fluttuante ammette che vi sia un prezzo da pagare per la pace, ma vuole che quel prezzo sia il minimo possibile, cioè che Israele mantenga il controllo sul massimo di territorio e conceda il minimo dei diritti ai palestinesi che resteranno sotto occupazione.

Per un complesso di ragioni – la separazione profonda fra le due società, la percezione prevalente in Israele dei palestinesi come il nemico omicida e ingrato, che non merita fiducia né i diritti di un popolo, la valutazione errata dei costi materiali ed umani del conflitto da un lato e dei dividendi della pace dall’altro, l’illusione che lo status quo possa essere sostenuto indefinitamente, il sentimento di insicurezza connesso con il ritenere che il conflitto arabo-ebraico sia un elemento permanente, quasi esistenziale della condizione di Israele -, larga parte degli israeliani considera che il rischio della pace con i suoi benefici incerti e lontani nel tempo ecceda il costo della non pace, di una normalità in fondo tollerabile, un’economia florida, una società vibrante, nonostante l’irrompere ricorrente della violenza e il degrado della democrazia nel Paese.

Le spinte dal basso della società civile
Come ci ha confermato Stav Shaffir, giovane parlamentare laburista in un incontro alla Knesset, il 55% degli israeliani (il 50% fra gli ebrei, l’80% fra gli arabi di Israele) appoggia i due Stati. È una quota declinante fra gli intervistati, ma resta solida malgrado la retorica ossessiva della destra circa la mancanza di partner e le nequizie infinite dei palestinesi.

Su questi strati d’opinione tendono ad orientare la loro azione nuovi movimenti di base, che nascono dalla società civile, ma faticano per ora a tradursi in azione politica: fra questi, Darkenu – volontari che agiscono quasi ‘porta a porta’ nelle periferie del Paese, fra gli elettori di destra, gli strati più marginali della società che non intravvedono il legame fra la loro povertà, le disuguaglianze acute nella società e il costo dell’occupazione – e Women wage peace – un movimento di donne nato appena l’anno scorso e che ha portato migliaia di donne, ebree ed arabe, a marciare per giorni nell’ottobre invocando la fine del conflitto.

In una visita a Sderot, la città scossa da anni dalla guerra di guerriglia condotta da Hamas, e ad Ofakim, una modesta città di sviluppo nel Negev, donne di questo movimento, di famiglie originarie dei Paesi arabi e orientate per tradizione a votare per la destra ci danno il senso del potere trasformativo di siffatte azioni dal basso.