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Accordi di Parigi

Clima: dal Senato la risposta italiana a Trump

2 Lug 2017 - Agime Gerbeti - Agime Gerbeti

Gli accordi sul clima di Parigi, senza obblighi, né sanzioni, da un lato hanno fatto gioire prematuramente gli ambientalisti di tutto il mondo e, dall’altro, dando l’idea di un risultato ormai “acquisito”, hanno fatto addormentare totalmente l’opinione pubblica sull’argomento, al punto che non se ne parlava più come se il problema non fosse più esistito.

Trump non parla francese
Sarà per questo che all’improvviso il presidente Usa Donald Trump ha deciso di scaldare la questione ritirando gli Stati Uniti dall’Accordo. Questa mossa non ha provocato alcuna sorpresa, essendo in perfetta coerenza con quanto affermato in campagna elettorale e con quanto fatto in questi mesi, a forza di decreti esecutivi, svuotando di ogni significato l’adesione degli Usa agli accordi di Parigi.
Il risultato di Parigi era il minimo, ma davvero minimo. comune impegno per le future generazioni, ma era comunque un accordo importante, del quale non si può che parlare al passato ora perché, se gli impegni concreti della pur volenterosa Cina cominceranno solo dal 2030, con l’abbandono degli Usa l’unico soggetto politico, l’Europa è rimasta l’unica area geo-energetica significativa ad assumersi impegni per la riduzione delle emissioni.

L’orgoglio ambientale europeo
Il problema climatico, cioè delle emissioni di CO2, è conseguenza dei vettori energetici utilizzati nella produzione industriale e dell’efficienza con cui tali vettori si utilizzano.
L’Europa ha pagato in questi anni un prezzo importante per dare l’avvio a un’economia sostenibile e per essere d’esempio al resto del mondo sulle tematiche ambientali (1), ha investito centinaia di miliardi in fonti rinnovabili, efficienza energetica ed Ets per decarbonizzare il proprio tessuto energetico e industriale. Il rapporto dei prezzi energetici per l’industria (tasse incluse) rasenta in Europa il doppio del costo in Usa e in Cina, che usano rispettivamente circa il 50% ed il 67% di fossili “a basso costo” (e alte emissioni) ossia carbone e metano (2). Ne derivano prezzi medi dell’energia significativamente diversi tra l’Europa e i suoi competitori economici.

L’Europa ci rimette e il Mondo pure
Dunque, è un impegno doloroso perché un mix energetico pulito ma costoso per l’Ue ed emissivo ma economico per gli altri concorrenti internazionali non può non avere effetti sulla competitività europea e sulla crescita industriale e dell’occupazione.
Ed è anche un impegno addirittura dannoso a livello mondiale, perché se anche l’Europa dovesse abdicare dal settore manifatturiero e industriale a favore di un’economia di servizi, non si emetterà di meno al livello mondiale, ma anzi si emetterà molto, molto di più: i cittadini europei consumeranno comunque beni della vita, auto, vestiti, giocattoli, etc. che verranno prodotti non dalla sostenibile industria europea alimentata a fonti rinnovabili, ma dalle emissive industrie cinesi e dell’America di Trump.
Stante il disimpegno delle altre aree geo-energetiche, ogni punto di mercato perso dalle industrie europee equivale a 2 punti di aumento delle emissioni globali. Dunque, se l’Europa perde la battaglia industriale, il Mondo perderà la guerra ai cambiamenti climatici.

Il Senato non è affatto morto
Una risoluzione del Senato italiano del 19/4/2017 va nella giusta direzione: “In generale, il sistema Ets non si è dimostrato capace di saper orientare – in senso virtuoso ed ecocompatibile – i grandi emettitori europei di CO2 verso l’efficienza energetica e un maggiore impiego di energie rinnovabili. La previsione di una riserva stabilizzatrice […] porterà a un aumento del prezzo delle quote di emissione […] e avrebbe soltanto l’effetto di rendere ancora più competitivi i prodotti altamente emissivi dei Paesi extra Ue, con un ulteriore effetto delocalizzativo della produzione industriale al di fuori dei confini europei (Carbon Leakage). La soluzione potrebbe essere identificata applicando un sistema di tassazione diretta del carbonio presente nei prodotti, in modo da rendere chiara l’applicazione di una fiscalità ecologica.”
Una presa di posizione che parte da lontano ed ha una portata potenzialmente di grande impatto. Con lungimiranza il Senato e il relatore senatore Scalia – che già un anno fa fu primo firmatario della mozione n. 1-00593, appoggiata trasversalmente – propongono di introdurre un’imposta da applicare in modo non discriminatorio sia ai prodotti interni che a quelli importati, sulla base del contenuto di anidride carbonica emesso per la produzione di tali beni, in modo da riconoscere i meriti ambientali delle produzioni manifatturiere Ue senza discriminare quelle extra Ue che rispettano gli stessi standard ambientali, innescando un meccanismo virtuoso di miglioramento della qualità ambientale dei prodotti e accelerando il raggiungimento degli obiettivi globali di decarbonizzazione.
I prodotti dell’industria devono competere sul mercato europeo non solo come costo di produzione ma anche per come sono stati prodotti, in base alla intensità emissiva: se un prodotto è stato fabbricato emettendo molto, allora dovrà essere tassato adeguatamente sul mercato europeo, che sia stato fabbricato in Cina, in Usa o in Italia; se emette poco verrà detassato proporzionalmente. Le emissioni industriali, puntualmente profilate, diventerebbero così uno dei parametri della competizione economica mondiale e contemporaneamente si valorizzerebbe – senza frontiere – quelle aziende che credono in uno sviluppo sostenibile, in un’economia a basse emissioni.
Questa proposta, denominata ImEa (3) (Imposta sulle Emissioni Aggiunte) è sostenuta dall’ Enea, da associazioni ambientaliste, da sindacati. L’Europa deve utilizzare la forza del proprio mercato per promuovere quelle produzioni che condividono i valori che si è autoimposta, per premiare gli impegni reali delle imprese sostenibili. E nel frattempo proteggere la propria industria e la forza lavoro europea. Un nuovo capitolo della lotta ai cambiamenti climatici. Con o senza Trump.