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Processo di Berlino

Balcani: radiografia in partenza per Trieste

9 Lug 2017 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

Rivitalizzare un dibattito sull’allargamento europeo verso i Balcani Occidentali tramite una serie di appuntamenti e un Summit annuale. È questo l’obiettivo del processo di Berlino che, lanciato dalla Germania nel 2014, vede ora coinvolti sette Stati membri dell’Unione europea (Ue) – Germania, Austria, Francia, Italia, Slovenia, Croazia e Gran Bretagna -, insieme ai sei ancora esclusi dal club: Serbia, Kosovo, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e l’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia (Fyrom).

Il processo non ambisce a sostituire l’iter istituzionale di adesione guidato dalla Commissione, ma semplicemente ad agevolarlo, favorendo non solo un dialogo tra le parti, ma promuovendo la modernizzazione delle infrastrutture economiche e fisiche dell’area ed una maggiore inclusione della società civile nei processi decisionali della politica regionale. Ad esempio, tra i risultati del Processo di Berlino c’è sicuramente da annoverare il Civil Society Forum, che da anni accompagna il Summit intergovernativo e il Regional Youth Cooperation Organisation (Ryco), che mira a riavvicinare i giovani della regione tramite progetti di cooperazione comune.

Il referendum serbo-bosniaco e le accuse all’Ue
Diversi fattori sono però concorrenti nel rallentare il processo di allargamento. Mentre l’economia della regione è ancora debole, solo due dei numerosi progetti infrastrutturali previsti dal Processo di Berlino sono stati effettivamente avviati. Allo stesso tempo i Balcani occidentali sono spesso teatro di instabilità politica e di dispute territoriali. Solo lo scorso settembre, la ‘Republika Srpska’ – entità costituente all’interno della Bosnia Erzegovina, provvista di un proprio governo, parlamento e sistema giudiziario -, aveva chiamato i propri cittadini alle urne per un referendumsulla possibilità di proclamare il 9 gennaio festa della Repubblica. Nonostante la Corte Costituzionale bosniaca avesse dichiarato illegale il voto perché discriminava altre minoranze, il referendum è stato portato avanti con la partecipazione del 56% degli aventi diritto al voto e oltre il 90% di consensi, dando cosi un duro colpo alla stabilità del Paese e minandone la sovranità.

In questo contesto, l’Ue viene spesso accusata di intervenire nella regione solo al fine di riportare la stabilità quando essa viene a mancare in uno dei sei Paesi, senza però occuparsi di promuovere un generale e corretto funzionamento democratico delle istituzioni locali, laddove vi sia un governo saldo.

Serbia, Albania e Macedonia: scontri dopo le elezioni
Ad esempio, nell’aprile scorso, Aleksandar Vučić, già primo ministro, è stato eletto presidente della Serbia. La sua nomina è stata seguita da numerose manifestazioni e proteste, nella quali il governo è stato accusato di brogli elettorali. Mentre le manifestazioni in strada hanno destato un limitato interesse tra i Paesi Ue, la vittoria di Vucic è stata accolta con grande benevolenza a Bruxelles, proprio perché l’ex premier è ritenuto un leader filoeuropeo, in grado di giostrare abilmente i rapporti del Paese con la Russia, senza minare il percorso di riforme necessario per l’ingresso di Belgrado nell’Unione.

Non tutto dipende però dall’Ue, che di fatto si è dimostrata più proattiva in altri Paesi, come ad esempio in Albania dove, a maggio, l’opposizione era arrivata a boicottare il Parlamento, minacciando di far saltare le elezioni legislative che si sono poi svolte a giugno, rinviate di una settimana.

La crisi è rientrata, anche proprio grazie alla mediazione europea, che ha favorito un accordo tra il primo ministro Edi Rama, leader del partito socialista e Lulzim Basha a guida del partito democratico (Dp, centrodestra). Secondo l’intesa, ai rappresentanti dell’opposizione è stata promessa una partecipazione più ampia all’interno del gabinetto di governo, in cambio del sostegno alle riforme per modernizzare il sistema giudiziario.

Anche la Macedonia è stata recentemente teatro di scontri politici. All’indomani delle elezioni (più volte rinviate) che lo scorso dicembre avevano visto trionfare il leader dell’alleanza socialdemocratica Zoran Zaev, il presidente Gjorge Ivanov si è rifiutato di concedere un mandato per la costituzione di un nuovo governo al neo-eletto, perché questi voleva formare una coalizione con partiti della minoranza albanese. L’elezione dell’albanese Talat Xhaferi (leader dell’Unione democratica per l’integrazione) a presidente del Parlamento di Skopje è stata così seguita da una rappresaglia in aula da parte di manifestanti, senza alcun intervento apparente dalla polizia. Anche in questo caso, la crisi si è risolta grazie a pressioni europee e statunitensi.

Verso un mercato unico regionale?
Oltre agli stalli interni ai singoli Paesi e alle dispute ancora in corso tra essi, la regione deve fare i conti con un difficile quadro economico. I Paesi dei Balcani occidentali hanno un Pil ancora molto inferiore ai livelli europei, con tassi di disoccupazione attorno al 21%. La ripresa economica potrebbe essere stimolata dai progetti di modernizzazione delle infrastrutture, come quelli proposti nell’ambito del Processo di Berlino, che mirano a migliorare la connettività fisica ed economica della regione in maniera da favorire scambi commerciali.

Tuttavia, la creazione di un mercato unico regionale, proposta che dovrebbe essere formalizzata proprio a Trieste, andrà sicuramente a sostenere non solo lo sviluppo economico, ma anche forme di integrazione regionali necessarie a velocizzare il processo di allargamento. Inoltre, i recenti trend positivi dell’economia globale e la ripresa economica dell’Ue, che è il principale partner commerciale dei Paesi dei Balcani, dovrebbero favorire uno sviluppo anche nella regione.

La crescita prevista dipenderà però da numerosi, fattori come la stabilità politica e l’implementazione delle riforme istituzionali. In questo frangente, il Processo di Berlino non permette soltanto un monitoraggio più stretto dei progressi dei sei Paesi e delle eventuali criticità, ma favorisce anche un dialogo tra le parti, necessario a rendere l’allargamento meno tortuoso. La membership europea ai Paesi della regione, che di fatto si trova già all’interno dei confini europei e che potrebbe subire sempre maggiori influenze da parte della Russia e della Turchia, rimane in effetti di importanza strategica per garantire stabilità e sicurezza all’Unione europea.

Resta però fondamentale un impegno politico concreto da parte dei governi dei Paesi dei Balcani occidentali, chiamati a promuovere riforme istituzionali, e dell’Ue nell’ingaggiare gli stessi a favorire processi politici più trasparenti ed istituzioni più democratiche. Altrimenti, ogni impegno sostenuto dal Processo di Berlino e dall’Ue rischia di rimanere di fatto un esercizio vuoto.


Fonte: European Western Balkans