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Dopo voti GB e Francia

Ue: il vento dell’antieuropeismo s’affievolisce

13 Giu 2017 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Sta davvero affievolendosi il vento dell’antieuropeismo? A guardare i risultati di questi ultimi mesi e giorni, la risposta è senza dubbio positiva. Gli elettori messi di fronte ad una scelta secca fra candidati filoeuropei ed euroscettici hanno alla fine optato per i primi con maggiore o minore entusiasmo.

Una galleria di risultati elettorali
In Austria è prevalso per due volte consecutive il verde e filoeuropeo Alexander Van Der Vellen; in Olanda il premier uscente Mark Rutte contro l’estremista Geert Wilders; per non parlare poi dello straordinario risultato ottenuto in Francia da Emmanuel Macron contro la ‘pasionaria’ eurofobica Marine Le Pen; risultato riconfermato nel primo turno delle legislative francesi non solo con l’incredibile crescita del ‘non partito’ di Macron, ma soprattutto con la quasi scomparsa del Front National.

Perfino nelle elezioni parlamentari britanniche la grande ondata euroscettica, che si era palesata nel referendum di un anno fa, ha evidenziato un chiaro indebolimento: i conservatori di Theresa May sono diminuiti di 12 seggi; per contro, i laburisti hanno avuto un buon exploit(+31), non proprio portando in alto la bandiera europea (Corbyn non è un euroentusiasta), ma almeno dimostrando che il vecchio referendum era stato un grave errore – altri erano e sono i problemi della Gran Bretagna.

Ancora più significativo poi l’azzeramento dello Ukip che nelle precedenti elezioni europee e soprattutto nella feroce campagna referendaria pro Brexit aveva ottenuto grandi risultati.

Umori confermati dall’ultime Eurobarometro
Questo diverso umore delle opinioni pubbliche nazionali era stato già parzialmente confermato dall’ultimo Eurobarometro di aprile (Designing European Future, Commissione, aprile 2017). In esso si segnala che circa la metà degli intervistati, il 47%, ancora crede nell’Europa, contro un 46% che continua a rifiutare l’idea di una maggiore integrazione. Ma il dato interessante è che i favorevoli sono cresciuti di 11 punti rispetto all’ottobre del 2016, poco più di sei mesi prima.

È evidente che questo mutamento nell’opinione pubblica si deve in parte al miglioramento della situazione e delle prospettive economiche, che si stanno manifestando in tutta Europa. Bisogna anche aggiungere, che, al di là dei dati economici oggettivi, è il ruolo dei leader a fare la differenza.

Il ruolo dei leader nell’Ue sotto assedio
Un Macron che rovescia il discorso degli euroscettici e punta decisamente al miglioramento del processo di integrazione europea ne è l’esempio più convincente. Atteggiamento che sta manifestandosi chiaramente anche in Germania in vista delle elezioni del 24 settembre. In effetti sia Angela Merkel, che il suo contendente socialista Martin Schultz, hanno messo al centro il tema del rafforzamento dell’Unione.

La ragione è abbastanza evidente. Oggi la Germania, ma con essa l’Europa, sono sotto assedio. A Nord, il difficile negoziato sulla Brexit; ad Est, le tentazioni semi-imperiali di Putin; a Sud la grande sfida dell’immigrazione e dell’instabilità in Medio Oriente e Nord Africa; e, grande novità, il problematico rapporto ad Ovest con Donald Trump.

Già Angela Merkel ha dichiarato che “l’Europa deve prendere il destino nelle proprie mani” e questo sarà il tono della sua campagna elettorale. Da qui, e dalla spinta di Macron, potrà nascere l’impulso di un rilancio di alcune politiche europee sia nel campo economico che in quello della difesa. Insomma, assisteremo con grande probabilità alla rinascita del vecchio ‘motore’ franco-tedesco.

L’Italia e l’euroscetticismo dei partiti e dei leader
E l’Italia? Rischia di essere ancora una volta il ventre molle dell’Unione. Lasciamo da parte, per una sorta di pudore nazionale, l’incomprensibile spettacolo sulla nuova legge elettorale. Torniamo per un momento alle statistiche della Commissione: in Italia solo il 39% sostiene l’Ue, addirittura un punto sotto l’euroscettica Gran Bretagna. I contrari si collocano al 48%.

Ma pur guardando con prudenza ai sondaggi di opinione, basta leggere le dichiarazioni dei partiti sull’Ue per rendersi conto che una larga maggioranza è quanto meno euroscettica: M5S, Lega Nord, Fratelli d’Italia, gran parte di Forza Italia non perdono occasione per criticare Bruxelles. E perfino il Pd, o meglio il suo attuale leader Matteo Renzi, non si dimostra particolarmente in linea con l’Ue.

Sembra di assistere ad una gara fra chi critica di più, senza mai porsi il problema di una realistica alternativa all’Unione. In questa confusione politica interna e di mancanza di strategia nei confronti dell’Ue non è neppure stupefacente che la gente non creda, come nel passato, nel valore dell’integrazione.

Il ventre molle e il rischio dell’esclusione
Ma attenzione, perché se l’Europa riparte sulla base di una rinnovata alleanza fra Parigi e Berlino, il rischio per noi è di rimanerne esclusi. O almeno essere relegati nel secondo cerchio di un’Unione che ormai si muove nella prospettiva di più velocità. Per un Paese fondatore come l’Italia, e cui Macron chiede insistentemente di esserci, perdere quest’occasione sarebbe deleterio.

Sarebbe opportuno, quindi, che le forze politiche nazionali o alcune di esse, in un soprassalto di ragionevolezza, riprendessero un impegno di sostanza e non solo di facciata sul futuro dell’Ue. Vediamo se gli accenni di ripresa dell’economia (il sondaggio della Commissione segnala un aumento di 4 punti, al 58%, in favore dell’euro) e un qualche chiarimento del quadro politico a seguito delle elezioni comunali di questi giorni non ci aiutino alla fine a riagganciare il treno dei nostri partner, ormai “en marche” verso un’Unione più forte.

Anche da noi, forse, il vento potrebbe allora cambiare direzione.