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Migranti e spazi d'eccezione

Mediterraneo: nuove geografie umane

25 Giu 2017 - Diego Bolchini - Diego Bolchini

La mobilità nel Mediterraneo dei rifugiati, tra campi istituzionali e campi spontanei, è stato uno dei temi affrontati dal XXXII Congresso Geografico Italiano, avente come filo conduttore “l’apporto della geografia tra rivoluzioni e riforme”.

L’evento, che s’è svolto a Roma in giugno, si tiene mediamente ogni 4-5 anni (l’ultimo s’era svolto a Milano nel 2012). Questa edizione ha permesso di sviluppare un’ampia serie di dibattiti e sessioni riguardanti migrazioni, narrazioni di realtà tra atlanti e mappe, geografia fisica e geografia umana.

Di particolare interesse è apparso il panel sulle Mediterranean mobilities dei rifugiati, tra campi istituzionali e campi spontanei. Muovendo da una prospettiva di geografia culturale associata ai luoghi di stazionamento/passaggio dei rifugiati in Europa, questi sono stati caratterizzati come “spazi sospesi di eccezione” caratterizzati da una bivalente dialettica securitaria/umanitaria. L’indicazione emerge dall’intervento del professor Claudio Minca, già docente alla Wageningen University, Paesi Bassi.

Aree di primo impatto: i casi di Libano, Giordania e Turchia
Fenomeno relativamente nuovo nell’Occidente europeo, il proliferare dei campi profughi visti come spazi di eccezione è invece esperienza e laboratorio socio-geografico da lungo tempo conosciuto in Paesi mediorientali come il Libano. Nel Paese dei Cedri esistono, infatti, da diversi decenni campi palestinesi gestiti dall’Unrwa. Veri e propri micro-cosmi complessi, suddivisi in aree interne secondo le diverse fazioni presenti (Fatah, Hamas e componenti minori), cui negli ultimi anni si sono sommate nuove pressioni migratorie dallearee di crisi contermini più recenti.

Proprio rispetto al flusso umanitario siriano, la Giordania, dal canto suo, ospita dal 2012 – tra gli altri – un enorme campo a Zaatari, che ha raggiunto transitoriamentele oltre 100.000 unità residenti, diventando di fatto la quarta città più popolosa del Paese. La Turchia accoglie a sua volta strutture di dimensioni rilevanti, con diversi campi oltre i 10.000 residenti e taluni – secondo stime Unhcr di maggio – oltrei 20.000/30.000 residenti.

Un arcipelago di presenze evanescente
La refugee geography rappresenta, di fatto, un settore di ricerca ancora relativamente pionieristico, che sta tuttavia consolidando i primi fondamenti teorico-concettuali in interazione con i diversi riscontri empirici sul terreno. L’apparire e sparire subitaneo di campi (alternativamente definiti in gergo jungles o no man’slands) come quello di Calais in Francia (con un picco di circa 10.000 residenti) posto a 5 km dal centro cittadinoo quello di Idomeni in Grecia (circa 8.000 abitanti) ha generato una serie di riflessioni sulla nuova scrittura territoriale di uomini e luoghi in Europa.

All’interno degli spazi di eccezione rappresentati dai campi di rifugiati le regole sociali e giuridiche del normale vivere appaiono affievolite e modificate. Le priorità e le esigenze sono diversificate e caotiche, tra ricerche di connessioni wi-fi e apparizioni di barberie improvvisate, generazione di micro-economie locali e writings su muri e superfici verticali di ogni tipo. Le ibridazioni si moltiplicano in modo inedito, come nel campo di Presevo in Serbia lungo la cosiddetta rotta balcanica, dove la lingua-pensiero cirillico e latina si mescola (o si scontra) con una pluralità di lingue-pensiero afghane e arabo-dialettali.

Anche la stessa descrizione della realtà di vita nei campi da parte di giornalisti e ricercatori incontra problemi etici e di genuinità di rappresentazione e interpretazione. È dunque evidente la necessità di sviluppare un nuovo pensiero geografico, indagando sui rapporti tra individui all’interno dei campi e sulle interazioni e retroazioni degli stessi rispetto alle corone urbane di riferimento in cui questi sono immersi o da cui sono separati e/o esclusi, a seconda del contesto specifico e della prospettiva ideologica adottata.

Descrizioni emozionali ed esigenze di nuove risposte
Lo scrittore irlandese Francis Hackett si esprimeva così quasi cento anni fa, in un lavoro datato 1918 dal titolo Ireland, a study in nationalism: “Credo in tutti i proventi di un sano materialismo: buona cucina, case asciutte, piedi asciutti, fognature, tubi di scarico, acqua calda, luce elettrica, buone strade, strade illuminate.Credo in tutto questo per tutti. Si può essere umanamente straordinari come santi e interiormente ricchi come poeti, ma lo si è nonostante queste privazioni e non a causa di esse”.

Più avanti nel tempo, dall’altra parte dell’Oceano, il sociologo e urbanista americano Lewis Mumford si è a lungo interrogato nel secolo scorso sulle pagine del ‘New Yorker’ sulla condizione dell’uomo e le culture e architetture delle città del XX secolo, viste come spazi di normalità quotidiana tra musei, teatri, ponti, parchi e grattacieli.

Oggi appare necessario sviluppare una rinnovata cognizione dei nuovi spazi mobili ed evanescenti rappresentati dai campi formali-istituzionali e informali-spontanei. Per loro natura liquidi e potenzialmente ubiqui, essi si pongono oggi in rapporto critico con le spazialità più statiche e comuni dell’urbanesimo europeo contemporaneo.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nell’intervento fatto presso la Società Geografica Italiana a maggio per i 150 anni dalla sua fondazione, aveva evidenziato le specificità delle nuove geografie globali che caratterizzano la contemporaneità. Solo un tentativo di nuova razionalizzazione degli inediti rapporti tra spazi, realtà territoriali e relazioni umane potrà aiutare agestire le “diversità condivise” tra comprensione, progettualità e possibile sostenibilità di lungo periodo.