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Elezioni legislative

Kosovo: successo dei guerriglieri, rebus governo

14 Giu 2017 - Cristian Barbieri - Cristian Barbieri

La turbolenta stagione delle elezioni ha raggiunto domenica scorsa anche il Kosovo: con un anno di anticipo rispetto alla normale scadenza elettorale, i cittadini del piccolo Stato balcanico si sono recati alle urne per il rinnovo del Parlamento.

L’esito ha visto prevalere la coalizione “guerrigliera” fra Partito democratico del Kosovo (Pdk) e Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) con il 34% dei voti, e ha fatto registrare un sorprendente exploit del partito filo-albanese “Autodeterminazione” (Vetëvendosje), giunto secondo con il 27% circa delle preferenze. Inaspettato da molti, invece, il pessimo risultato del partito finora al governo, la Lega democratica del Kosovo (Ldk), che si è fermato al 25%, nonostante fosse dato dalle proiezioni della vigilia come favorito.

Le elezioni tenutesi lo scorso 11 giugno sono state le terze ufficiali nella storia del Paese auto-proclamatosi indipendente dalla Serbia nel febbraio 2008, ma hanno fatto registrare un’affluenza di appena il 44%: piuttosto bassa per una nuova democrazia, con 683 mila votanti su un totale di un milione e 800 mila aventi diritto.

Questa bassa affluenza denota un’intrinseca sfiducia verso la classe politica, accusata più volte di corruzione endemica, ma è anche il risultato della forte migrazione di cui soffre il Paese; si stima infatti che circa un milione di cittadini viva al di fuori dei confini del Kosovo, Paese che è comunque abitato dalla più giovane popolazione europea con un’età media di 27 anni (in Italia è di 45 anni).

Il governo uscente, una grande coalizione formata dalla Ldk e dal Pdk e guidata dal leader della Lega democratica Isa Mustafa, è rimasto vittima di una mozione di sfiducia votata dal Parlamento lo scorso 15 maggio anche dagli alleati del Partito democratico. Pristina non è nuova a elezioni anticipate: nessuno dei governi finora eletti è riuscito a portare a termine il suo mandato.

Le macerie del conflitto
La maggior parte dei partiti del Kosovo affonda le radici nella guerra del 1998/1999. La Ldk, fondata nel 1989, è il più antico partito kosovaro: con ideali pacifisti, tentò, attraverso l’opera del suo leader storico Ibrahim Rugova, padre della patria, di raggiungere l’indipendenza dall’allora Jugoslavia di Slobodan Milosevič attraverso dialogo e mediazione.

Dopo aver guadagnato molta fiducia dal popolo del Kosovo sotto amministrazione Onu, il partito ora guidato da Mustafa sembra, dopo l’esperienza di governo, aver perso il credito costruito nei decenni scorsi. In gran parte, questo è dovuto alle necessità che hanno spinto la Ldk a formare una coalizione e a scendere a compromessi con il Pdk di Hashim Thaçi: una collaborazione culminata con l’elezione di quest’ultimo a presidente della Repubblica nell’aprile 2016.

Il Pdk che nasce nel 1999 come ala politica dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (famoso anche con la sigla inglese ‘Kosovo Liberation Army’, Kla) ha posizioni oltranziste verso la Serbia ma si è seduto più volte a trattare negli scorsi anni al tavolo con Belgrado.

Chi invece di trattative non vuol sentire parlare è Ramush Haradinaj, leader dell’Aak, due volte sotto processo e assolto per mancanza di prove dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia dell’Aja. Haradinaj è il più intransigente tra gli esponenti politici del Kosovo, soprannominato “Rambo” per i suoi trascorsi durante la guerra, per i quali pende su di lui un mandato di cattura internazionale Interpol richiesto dal governo di Belgrado.

Contro la politica di dialogo con Belgrado è anche il partito Vetëvendosje, guidato da Albin Kurti, carismatica e ambigua figura della nuova politica kosovara anti nepotistica, con forti legami nazionalistici albanesi.

Costituzione e minoranze
Il Kosovo è una repubblica parlamentare democratica e multipartitica. La sua Costituzione, adottata il 15 giugno 2008, è la più giovane carta fondamentale di uno Stato europeo, ed è una delle più avanzate nella protezione delle minoranze, assicurando alle stesse un’ampia rappresentanza all’interno delle sue istituzioni. Il potere legislativo è esercitato dall’Assemblea del Kosovo, organo monocamerale con 120 deputati eletti ogni quattro anni con sistema proporzionale puro mitigato da una soglia di sbarramento al 5%.

Il totale dei posti riservati alle minoranze è pari a venti seggi, di cui 10 per i rappresentanti della comunità serba, 4 per le minoranze rom, ashkali e egizie, 3 per le minoranze bosniache, 2 per le minoranze turche e un posto per la minoranza dei gorani.

Ipotesi alleanze
Le trattative per la formazione del nuovo governo sono già iniziate e dovranno, per legge costituzionale, concludersi entro 15 giorni dalla data di svolgimento delle consultazioni. Il numero di seggi necessari per raggiungere la maggioranza è pari a 61, con la coalizione Pdk-Aak che ne ha conquistati 40. Vetëvendosjene avrà 31, mentre 30 andranno alla Ldk.

Saranno quindi decisive le alleanze post elettorali con una situazione tripolare che ricorda da vicino le elezioni italiane del 2013, con un partito antisistema senza alcuna volontà di coalizione a dettare le condizioni delle intese. Sembra impossibile un’alleanza Pdk-Aak con Vetëvendosje, che imporrebbe a quest’ultimo di tradire il suo spirito anti-casta. Un governo fra Pdk-Aak e Ldk è una soluzione parimenti poco percorribile, visto che l’ultimo esecutivo si è sciolto proprio a causa di dissidi tra i due alleati. La coalizione più probabile – ma sul filo della maggioranza – potrà essere formata dalla Ldk con Vetëvendosje.

Le certezze prodotte dal voto sono due: la prima riguarda la necessità per la nuova coalizione di governo di puntare sul supporto delle minoranze, tra cui quella serba, per poter raggiungere la maggioranza. La seconda, ben più negativa per la stabilità dei Balcani, e di riflesso per l’Europa, è che a Pristina la rappacificazione con Belgrado sembra ben lungi dall’essere una politica in via di risoluzione.

I risultati elettorali hanno premiato con più del 60% delle preferenze partiti ostili alla mediazione con la Serbia senza un previo riconoscimento dell’indipendenza kosovara, e che non scenderanno a compromessi nell’ambito del dialogo Belgrado-Pristina.

Infine, da sottolineare il risultato di Vetëvendosje, spinto principalmente dai circa 150 mila giovani che hanno votato per la prima volta a queste elezioni: l’exploit del partito filo-albanese appare come un voto di protesta e punitivo verso un establishment di governo fatto di vecchi combattenti e che mostra come in Kosovo il vento del cambiamento stia tornando a soffiare.