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Legislative, primo turno

Francia: voto tra maggioranza e sopravvivenza

8 Giu 2017 - Isabella Ciotti - Isabella Ciotti

Lo chiamano le troisième tour: più che un appuntamento elettorale a sé, un vero e proprio terzo turno delle elezioni presidenziali. In effetti il voto per il rinnovo dell’Assemblea nazionale non solo è strettamente legato a quello per l’elezione del presidente, ma è, solitamente, nient’altro che la conferma del risultato della precedente consultazione.

In un sistema bipolare com’è – o meglio com’era, fino alla vittoria il 7 maggio di Emmanuel Macron – quello francese, gli elettori tendono a risintonizzarsi sulle stesse frequenze politiche del mese prima e la maggioranza dei seggi finisce per essere occupata da deputati allineati con il presidente. Ora che il bipolarismo è saltato, le cose non sono più così scontate.

L’incognita è soprattutto legata alla velocità con cui si è realizzata la svolta centrista dell’elettorato francese. Macron è sì riuscito a mettere ai margini la destra e la sinistra storiche, ma con un partito che è ancora allo stadio di debuttante: La République en marche – con cui si presenta alle legislative – è il figlio, con appena un mese di vita, di un movimento che ha da poco compiuto un anno. Senza contare che la meteora Macron si è accesa così velocemente anche grazie alla spinta anti-LePen che ha caratterizzato gli ultimi mesi della campagna elettorale.

Il rischio, qualora non confluissero sufficienti voti su La République en marche, è la cosiddetta coabitazione, come si definisce la situazione in cui maggioranza parlamentare e capo di Stato in carica appartengono a schieramenti opposti.

Si verificò sotto la presidenza di François Mitterand nel 1986 e nel 1993, e con quella di Jacques Chirac nel 1997; oppure, un’inedita, per la Francia, coalizione.Stando ai sondaggi, però, Macron dovrebbe seguire piuttosto il modello De Gaulle: le intenzioni di voto suggeriscono che il presidente otterrà una maggioranza simile a quella del padre della Quinta Repubblica nel 1968.

Presidenziali “mignon”
Come per l’elezione del presidente, il voto per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale si distribuisce su due turni, il primo l’11 giugno, il secondo il 18. I seggi da occupare sono 577, così come i collegi uninominali in cui è diviso il territorio francese. Se nessun candidato raggiunge il 50%, la sfida si sposta al secondo turno, tra i due o più candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5% degli aventi diritto al voto.

La possibilità di uno scontro a tre o a quattro è l’unica grande differenza tra legislative e presidenziali. Ed esattamente come per l’elezione del presidente, può succedere che al ballottaggio gli elettori che hanno visto sconfitto il proprio candidato decidano di utilizzare il loro voto più che per favorire la loro seconda scelta per sfavorire la terza.

Per questo l’estrema destra di Marine Le Pen, che oggi rappresenta almeno il 25% dell’elettorato, difficilmente potrà ottenere una percentuale equivalente di seggi alle legislative: è più probabile che gli altri partiti e rispettivi elettori si coalizzino, come per il ballottaggio con Macron, contro il Front National. Come nel 2012, quando il 13% di voti conquistati dal partito alle legislative non riuscì a tradursi in più di due seggi.

Per avere la maggioranza, Macron dovrebbe vedere vincere il proprio partito in almeno 289 collegi. Un capo di Stato che non sia sostenuto dall’Assemblea nazionale, in Francia, conserva il potere di decidere la politica estera e di difesa, ma non quello – da negoziare con gli altri partiti – di definire l’agenda di politica interna.

La République en marche e l’alleanza con MoDem
Un’ex torera professionista, un pilota intervenuto in Siria, un eccentrico studioso della matematica: sono solo alcuni tra i profili più caratteristici dei 526 candidati presentata da Emmanuel Macron. La vera originalità sta però nel fatto che si tratta – come nel 77% dei nomi scelti dal presidente – di personaggi estranei alla politica, o che non esercitano alcun incarico pubblico.

L’età media dei candidati è poi di 46 anni – contro i 60 dei deputati uscenti – a testimoniare che sull’idea di rinnovare il panorama politico francese Macron fa sul serio. È con questa squadra che il presidente spera di portare avanti la sua politica europeista e il suo programma di riforma del lavoro, sul quale – ha annunciato – ha già in mente di procedere per decreti, con l’obiettivo di superare entro la fine dell’estate un sistema che ad oggi “non crea occupazione né attrae investitori”.

Alleato de La République en marche, dopo qualche iniziale difficoltà, è il Movimento Democratico di François Bayrou, che ha ottenuto di presentare un centinaio di candidati nella stessa lista. Le circoscrizioni lasciate senza candidato non sono casuali: l’alleanza presidenziale non concorrerà dove sono schierate personalità già favorevoli a una collaborazione in Assemblea.

Marine Le Pen, “Voglio essere sola”
Consapevole di non avere il favore di altri partiti, il Front National corre da solo e schiera ben 571 candidati, quasi uno per ogni circoscrizione. Tra questi c’è la stessa Marine Le Pen: riluttante in un primo momento, la leader euroscettica si è infine decisa a concorrere per il seggio di Nord Pas di Calais, regione che le ha consegnato il 58% delle preferenze al secondo turno delle presidenziali. In generale, anche il Front National presenta una lista di giovani – età media 47 anni -,l’80% dei quali, tuttavia, già detentori di un incarico politico a livello locale.

C’era, inizialmente, una prospettiva di alleanza con il partito sovranista Debout la France, guidato da Nicolas Dupont-Aignan, ma l’accordo è stato presto sospeso. Quanto al programma, per il Fn la riforma del lavoro non sembra essere una priorità – almeno non quanto l’uscita dall’Unione europea e dall’Euro – e la proposta di Macron di realizzarla attraverso decreti sarebbe invece un tentativo di “colpo di Stato” al servizio delle grandi aziende.

La Destra in agitazione: Repubblicani e Udi
481 candidati, più i 146 dell’Unione dei Democratici e degli Indipendentisti, non bastano a rassicurare i Repubblicani, messi all’angolo dal ciclone Macron alle presidenziali e ora di fronte a un bivio: rivendicare l’identità di destra o scendere a patti con il presidente, che nel frattempo li ha attratti a sé nominando Édouard Philippe primo ministro e affidando a Bruno Le Maire e Gérald Darmanin i dicasteri dell’Economia e dei Conti pubblici. François Baroin, a capo della campagna repubblicana per le legislative, pende senz’altro per la prima ipotesi ed è anzi determinato a imporre a Macron una coabitazione con la “sua” destra.

Leggermente ritoccato il programma originario dell’ex candidato presidenziale, François Fillon. Resta la proposta di eliminare le 35 ore di lavoro settimanali e di riformare la tassa sul patrimonio, ma cambiano le posizioni su alcuni temi: tagli alla spesa pubblica più graduali, minore apertura verso i matrimoni gay, priorità alla creazione di“una vera Unione politica europea”.

La sinistra ambiziosa di Mélenchon
Per i sondaggi è ormai l’unica sinistra, sempre più avanti rispetto al Partito Socialista. Del resto è proprio l’obiettivo del leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon: diventare il punto di riferimento della sinistra a spese del vecchio, storico, partito, cui ha già sottratto un’ampia fetta di elettorato nella corsa all’Eliseo.

Anche la sua Francia ribelle fa il pieno di circoscrizioni, con una lista dicandidati giovani – ce n’eè uno di 19 anni -, per il 60% provenienti dalla società civile. Dovevano farne parte anche alcuni nomi del Partito Comunista, ma i rapporti tra le due sinistre sono andati deteriorandosi nel corso della campagna elettorale, fino al disfacimento dell’accordo.

Invariato il programma politico: garantire un salario minimo che favorisca i meno abbienti, abbassare l’età pensionabile, introdurre nuove misure a tutela dell’ambiente, rinegoziare i Trattati con l’Unione europea.Lo stesso Mélenchon è candidato a Bouches-du-Rhône, in Provenza, dove ha già riscosso un discreto successo alle presidenziali: neanche a dirlo, un vecchio bastione socialista.

Socialisti in crisi, ancora
Spinto sempre più al largo dall’estrema sinistra, la sua priorità ora è essenzialmente quella di sopravvivere. Il Partito socialista, in coda nei sondaggi, ha presentato oltre 400 candidature, lasciando le restanti circoscrizioni ai suoi alleati – i Verdi, l’Unione dei Democratici ed Ecologisti e il Partito Radicale di sinistra.

L’attuale programma politico abbandona alcune delle proposte dell’ex candidato presidenziale Benoît Hamon – come l’uscita dal nucleare – e si oppone, come già altri programmi avversari, all’idea del presidente Macron di riformare le regole del lavoro attraverso una serie di decreti.