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Primo anno di presidenza per Tsai

Taiwan: economia in crisi e gelo con Pechino

23 Mag 2017 - Stefano Pelaggi - Stefano Pelaggi

Ad un anno dalla storica elezione nella quale Tsai Ing-wen si aggiudicò, con una nettissima maggioranza, la presidenza di Taiwan, la luna di miele tra la leader del Democratic Progressive Party (Dpp) e la popolazione taiwanese sembra essere in crisi.

Da alcuni mesi, numerosi sondaggi rilevano un basso tasso di approvazione per l’operato di Tsai. Le manifestazioni e le proteste contro il governo sono frequenti, perlopiù legate al tema della riforma pensionistica e della tutela ambientale nelle contee abitate dalla popolazione aborigena.

I rapporti con Pechino sono ai minimi storici: non ci sono praticamente contatti diretti con la Repubblica popolare cinese, che ha descritto la situazione come una diretta conseguenza della mancata accettazione del cosiddetto “Consenso del 1992” da parte della presidente Tsai.

I cinesi hanno deliberatamente scelto di congelare le comunicazioni con l’esecutivo di Taipei e, contestualmente, hanno avviato una politica di ostracismo a livello internazionale, culminata con il mancato invito di Taiwan all’incontro dell’Assemblea mondiale della sanità (Ams, l’organo decisionale dell’Oms)che ha luogo dal 22 al 31 maggio a Ginevra.

Una situazione, questa, che sta suscitando diverse polemiche a livello internazionale per la evidente contraddizione con la natura apolitica della stessa Ams e perché la delegazione taiwanese partecipava, con lo status di osservatore, alla riunione annuale da ormai otto anni.

Crescita in calo e rapporti con la Cina
Anche il flusso di turisti cinesi a Taiwan – ma si trattadi un fenomeno esteso ad altri Paesi dell’area – ha subito un arresto colpendo molte piccole e medie imprese, mentre la partecipazione di Taipei a numerosi incontri internazionali è stata di fatto impedita da Pechino.

Tante aziende taiwanesi continuano ad operare in Cina senza aver subito alcun tipo di restrizione, ma i timori degli imprenditori legati ad una possibile recrudescenza delle relazioni tra i due Paesi sono crescenti. L’economia non mostra più i vertiginosi tassi di crescita degli scorsi decenni. La presidente Tsai ha recentemente annunciato un ambizioso piano di sviluppo per rilanciare l’economia taiwanese, ma la crisi è scollegata da motivazioni politiche o di attrito con Pechino.

Si tratta di una flessione dovuta, soprattutto, al calo della domanda cinese di tecnologia, legato all’evidente rallentamento dell’economia di Pechino, alla riduzione dell’obsolescenza dei prodotti e ad una saturazione del mercato. Le esportazioni di Taipei ammontano a più di due terzi della produzione economica del Paese, il 50% dei quali verso la Cina e Hong Kong. Più della metà delle esportazioni sono legate alla componentistica digitale, settore nel quale Taiwan sta scontando la concorrenza con gli altri Paesi della regione, Vietnam in testa.

Il governo vuole ridurre la dipendenza dalla produzione elettronica e sta investendo in settori quali la difesa, la robotica e le biotecnologie. Si tratta di aree che necessitano di massicci investimenti nella ricerca e che possono dare dei risultati solo nel medio e lungo termine; fino ad oggi, i maggiori successi sono arrivati dalla produzione, mentre gli obiettivi legati all’innovazione non hanno ancora dato i frutti sperati.

Anche le criticità interne sono numerose: i salari sono bassi, in particolare se confrontati con il mercato immobiliare di Taipei e delle principali città, che invece registra tassi di crescita esponenziali. L’occupazione giovanile è in declino, i tassi di natalità tra i più bassi al mondo e l’emigrazione qualificata verso l’estero ormai una costante.

Kuomintang, ritorno al potere?
La stabilità dell’esecutivo non è a rischio per l’immediato futuro. Lo scetticismo nei confronti del Dpp non ha finora portato alcun tipo di vantaggio in termini di popolarità al Koumintang (Kmt). Il più antico partito cinese – al governo di Taiwan dal 1949 al 2000 e, poi, dal 2008 al 2016 – è in profonda crisi dopo la sconfitta elettorale dello scorso anno e, sino ad ora, non si è mostrato capace di interpretare le sfide del futuro.

In particolare, non è riuscito a trasformarsi in un partito moderno, abbandonando le eredità dello scorso secolo, nel quale, comunque, ha promosso e guidato la piena democratizzazione del Paese. Il Kmt è percepito dalla maggioranza dei taiwanesi come il partito più adeguato per risollevare le sorti dell’economia, oltre che l’unicocapace di riaprire il dialogo con Pechino. Una dinamica che potrebbe essere decisiva in caso di un peggioramento della situazione economica.

Le fasce sociali che alle elezioni hanno sostenuto il Dpp – in particolare i giovani -, pur avendo mostrato segnali di delusione rispetto alle mancate o parziali realizzazioni di alcune promesse elettorali, non sembrano tuttavia disposte a scegliere un partito come il Kmt, apertamente pro-Cina.

Tecnologia e diritti umani
Taiwan, nonostante queste criticità, ha la forza di una vivace democrazia liberale e di una economia dinamica che rappresenta, tra l’altro, un nodo cruciale per la fornitura globale di tecnologia: realtà come la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company e la Foxconn sono tuttora le più grandi aziende mondiali rispettivamente nel settore dei semiconduttori e dei componenti elettronici.

Il Paese è una parte fondamentale della catena di fornitura globale di tecnologia e il Pil pro capite 2016, a parità di potere d’acquisto, è tre volte quello cinese. Ma Taipei rappresenta anche un esempio per la regione: le sue istituzioni democratiche hanno dimostrato la capacità di garantire un dibattito interno pienamente libero e una rappresentatività per tutti i cittadini.

Taiwan risulta da anni al primo posto tra tutti i Paesi asiatici sia nella classifica di Freedom House sul rispetto dei diritti umani, sia in quella dedicata al grado di libertà accordato ai giornalisti realizzata da Reporter Senza Frontiere. Al di là delle graduatorie, la democrazia taiwanese ha raggiunto un livello di maturità unico nel continente asiatico, e il governo cercherà di utilizzare l’evoluzione della sua società aperta proprio per aprire un dialogo con gli altri Paesi della regione.

Proiezione nel sud-est asiatico
Tsai vuole soprattutto diminuire la dipendenza economica dalla Cina e cercare una proiezione verso il sud-est asiatico, sia per la delocalizzazione delle aziende sia per le esportazioni. La sua New Southbound Policy è un ambizioso piano mirato alla costruzione di una fitta rete di interconnessioni economiche e culturali con i paesi dell’Asia e del Pacifico che, rispetto agli analoghi piani dei suoi predecessori Lee Teng-hui e Chen Shui-bian, è incentrato sui rapporti culturali e personali prima che economici. Quindi valori democratici e rapporti people-to-people come vettori del soft power taiwanese nel sud-est asiatico, una grande sfida con cui Taipei sta cercando di riposizionarsi nell’area.

La New Southbound Policy rappresenta lo snodo cruciale del futuro dell’esecutivo di Tsai Ing-wen: un successo nella proiezione di Taiwan nell’area Asia-Pacifico potrebbe infatti garantire all’isola un nuovo ruolo nel quadro geopolitico della regione in cui si giocherà buona parte dei destini mondiali del XXI Secolo.