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Ballottaggio

Francia: Macron e Le Pen, due diverse anime

5 Mag 2017 - Isabella Ciotti - Isabella Ciotti

Se c’è una cosa che accomuna i due candidati alla presidenza della Francia è il loro passato – in modi diversi – fuori dall’ordinario. Da un lato Marine, figlia di uno degli uomini più discussi della nazione, coinvolta a soli otto anni in un attentato alla villa di famiglia, un’identità politica e professionale ricercata con tormento e oggi messa al servizio della Francia più impaurita e primitiva.

Dall’altro Emmanuel, enfant prodige precoce anche nella scelta di sposare la sua professoressa di 24 anni più grande, una formazione e una vita così impeccabili da sembrare finte, un outsider della politica che propone di riformare il Paese riuscendo a non spaventare il sistema.

48 anni lei, 39 lui, Le Pen e Macron si presentano alla soglia dell’Eliseo in qualche modo ancora legati all’immagine della loro giovinezza. E con appresso un bagaglio di definizioni, simbologie (populismo contro europeismo, nazionalismo contro internazionalismo, isolazionismo contro liberismo) e anche cliché,confezionato dai media ma da loro stessi trainato. Tanto che, nell’ultimo dibattito televisivo,sono stati proprio i candidati a riaffibbiarsi l’un l’altro le solite etichette: a Macron quella di “freddo banchiere d’affari”, alla Le Pen quella di “ereditiera di un nome, incarnazione dello spirito di sconfitta”.

Saranno le urne, domenica, a stabilire quanto gli elettori hanno compreso di queste due diverse personalità e visioni. I militanti della sinistra radicale di Jean-Luc Melanchon – o almeno la maggioranza della sua “Francia ribelle” – hanno già espresso in un referendum interno al movimento l’intenzione di astenersi. Quanto all’elettorato nel complesso, i sondaggi sono ancora favorevoli al leader di En Marche e le proteste del Primo Maggio contro il Front National fanno pensare che, questa volta, i numeri rispecchino realmente la voce del popolo.

Marine Le Pen, l’ombra del passato e gli errori del presente
Macron non è ancora nato quando, nel 1976, davanti alla casa di Villa Poirier, dove vive la famiglia Le Pen, viene fatto esplodere un ordigno presumibilmente indirizzato al padre di Marine, Jean Marie. Il Front National al tempo ha appena cinque anni di vita e una forte connotazione razzista e antisemita. Avvocato penale, la Le Pen ha raccontato più volte di come il suo cognome abbia contribuito a isolarla anche in ambito lavorativo. Le cose cambiano nel 1998, quando entra in politica come consigliere regionale a Nord Pas di Calais, e ancor più nel 2002, quando la sconfitta del padre al ballottaggio contro Chirac e tutta la Francia ‘repubblicana’ la convince ad animare una profonda riforma del partito.

Il Front National di Marine Le Pen – presidente dal 2011 al posto del padre – anticipa gli slogan di Trump a favore degli operai e contro la chiusura delle fabbriche; promette di difendere la Francia dai diktat dell’Unione europea e dell’Eurozona; mette in guardia i francesi dal pericolo di un’immigrazione incontrollata. Nel 2015, mentre i leader Ue marciano a Parigi per commemorare le vittime della strage di Charlie Hebdo, la Le Pen – non invitata – organizza un corteo parallelo nella cittadina di Beaucaire, riscuotendo un discreto successo. “Per anni – dirà – abbiamo predetto quello che l’immigrazione di massa e l’islam radicale avrebbero causato”.

Marine è anche “donna e madre”, tiene a precisare nel suo spot elettorale. Carismatica e appassionata, ha uno stile e un temperamento che ricorda le altre donne di ferro del panorama internazionale, Theresa May e la “rivale” Angela Merkel. Non è, certo, una Hillary Clinton: i diritti delle donne e delle madri – con cui avrebbe potuto attirare l’elettorato femminile – non sono stati al centro della sua campagna, se non in un’ottica anti-islam: “Come donna – dice – vivo come una violenza le restrizioni alla libertà che si moltiplicano nel nostro Paese con lo sviluppo del fondamentalismo islamista”.

Quanto alla tutela dell’identità francese, punto forte del suo programma, la Le Pen ha commesso una gaffe proprio nella settimana del voto, riprendendo nel suo discorso per il Primo Maggio intere frasi già pronunciate dal candidato Repubblicano al primo turno Francois Fillon. “Un omaggio fatto di proposito”, hanno detto i suoi, senza però essere convincenti.

Emmanuel Macron,da meteora a stella luminosa
Nel 2016 il regista Pierre Hurel ha seguito per sei mesi il leader di En Marche, traendone un documentario dal titolo significativo: “Macron, la strategia di una meteora”. Quello che fra pochi giorni potrebbe diventare il nuovo presidente della Francia fino a due anni fa era – infatti – sconosciuto ai più. E proprio l’entrata in scena così improvvisa di quest’uomo apparentemente slegato dalla vecchia politica può aver contribuito a destare la curiosità di elettori e candidati avversari.

La politica non è l’unico campo in cui Macron è diventato adulto in fretta: al liceo ha la reputazione di studente brillante e a 16 anni ha già scelto anche la donna della sua vita. BrigetteTrogneux, professoressa di teatro, dopo un lungo quanto insolito corteggiamento, lascia marito e figli per fidanzarsi con l’ex allievo. Un amore, il loro, che ha tinto di rosa le ultime tappe della campagna elettorale e che pare avere fatto guadagnare a Macron ulteriori punti.

Formatosi all’Ena, l’École nationale d’Administration, a trent’anni è membro della Commissione Attali per il rilancio dell’economia, a trentuno banchiere per il gruppo Rothschild. Iscritto al partito socialista dal 2006, è il presidente Hollande a introdurlo alla politica, chiamandolo come suo consigliere economico. Ministro dell’Economia con Manuel Valls, la legge sulle liberalizzazioni che porta il suo nome viene più volte frenata, poi snaturata, in Parlamento. Dimessosi da ministro per correre da presidente, le sue proposte su industria e occupazione le ripresenterà una sera di aprile a un ristretto gruppo di sostenitori riunito ad Amiens: è lì che nasce En Marche, “né a destra, né a sinistra, ma per tutti i francesi”.

Tra le sue proposte più note, un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi di euro, l’alleggerimento della pressione fiscale, l’aumento dei rimborsi per spese sanitarie e l’estensione dei sussidi di disoccupazione. E, ovviamente, il rispetto degli impegni con Bruxelles. “Bruxelles siamo noi, l’Europa siamo noi”, sostiene convinto. È anche per questa sua fede nel progetto europeo, oltre che per il suo ottimismo – e per il suo centrismo – che Macron è stato ripetutamente accostato all’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing.

Ma l’inesperienza da meteora ha un suo peso: se in molti hanno apprezzato la sua calma e sobrietà, i suoi discorsi sono risultati a tratti freddi e di scarso impatto, specialmente se messi a confronto con quelli dell’agguerrita e trascinante leader dell’estrema destra. Il giorno dopo la sparatoria sui Campi Elisi, le sue dichiarazioni sono state meno incisive dei più aggressivi Fillon e Le Pen, più bravi di lui nella scuola della vecchia politica e della demagogia. D’altra parte questa è la sua prima campagna elettorale, e potrebbe comunque andargli bene al primo colpo.