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Politica estera del Dragone

Nord Corea: Trump e opinione pubblica cinese

26 Apr 2017 - Stefano Pelaggi - Stefano Pelaggi

Sin dai giorni immediatamente successivi alle elezioni statunitensi, Pechino ha guardato con sospetto e velato timore alle mosse di Donald Trump.

La telefonata con la presidente taiwanese TsaiIng-Wen ha suscitato grande agitazione sia in Cina sia negli Usa. L’inusuale approccio in politica estera di Trump ha colto di sorpresa il mondo intero, ma in particolare la leadership cinese è rimasta spiazzata dalla strategia comunicativa del presidente statunitense.

Nell’interpretazione della stampa cinese, l’incontro nella residenza di Trump a Mar-a-Lago con il presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato un nuovo corso nelle relazioni sino-statunitensi. Il meeting è stato presentato come un successo diplomatico, soprattutto nella chiave del riconoscimento del ruolo di Pechino nella politica internazionale.

La lettura che i media cinesi hanno dato all’incontro di Xi con il presidente Trump nella residenza privata in Florida è stata incentrata sul riconoscimento da parte di Washington dell’importanza del ruolo di Pechino nello scacchiere internazionale, sulla necessità di un dialogo continuo tra le due principali economie mondiali e sulla crescente interdipendenza economica tra i due Paesi. La Cina da anni sta cercando di presentarsi in patria e all’estero, seguendo una rivisitazione della filosofia confuciana, come una potenza benevola e responsabile che coniuga armonia sociale e interessi condivisi.

Cina potenza globale
Tutti gli articoli usciti in Cina dopo l’incontro con Trump hanno enfatizzato la figura di Xi Jinping come unico possibile intermediario di Washington, accentuando ulteriormente la dimensione globale della politica di Pechino dopo l’intervento del segretario del Partito Comunista a Davos nello scorso gennaio.

Non si tratta di una strategia esclusivamente mediatica: le recenti iniziative di Pechino (dalla istituzione della Asian Infrastructure Investment Bank all’ambizioso progetto della One Belt One Road, la nuova Via della Seta) mostrano chiaramente la volontà cinese di una proiezione globale sempre più intensa, che sembra ipotizzare un’alternativa all’egemonia statunitense nel mondo.

Anche la notizia del bombardamento in Siria, comunicata proprio durante l’incontro tra i due presidenti, non ha destato particolare attenzione in Cina. La strategia statunitense in Medio Oriente è stata interpretata dai media cinesi come l’ulteriore conferma di un attrito costante tra Washington e Mosca: una dinamica che comporterebbe un necessario rinsaldamento dell’alleanza tra Cina e Stati Uniti. Il bombardamento è stato descritto come l’inevitabile conseguenza della politica estera di ingerenza compiuta da Putin nell’area, comportamento che viene puntualmente confrontato con l’azione cinese.

Le tensioni con Kim e i fastidi di Xi
La proiezione globale dello sviluppo armonioso di Pechino è messa a dura prova dalle continue tensioni in Corea del Nord. I continui riferimenti del presidente Trump alla necessità di una mediazione di Pechino stanno minando l’immagine che la Cina ha faticosamente creato negli ultimi anni.

Alcuni analisti vicini alla leadership cinese hanno addirittura evocato un filo diretto tra Washington e Pyongyang. Una possibilità lontana dalla realtà ma che descrive in maniera accurata il fastidio che Pechino sta vivendo con la crisi nordcoreana: l’immagine di potenza benevola ed efficace, capace di trovare soluzioni armoniose nei conflitti internazionali, è a rischio.

La stampa cinese ha sottolineato la centralità di Pechino nella questione nordcoreana, senza tuttavia mostrare le criticità o le responsabilità delle Repubblica popolare. Un eventuale fallimento di Pechino, a ridosso dei confini nazionali e in una nazione che è anche il prodotto della politica cinese, peserebbe in maniera sostanziale sulla nuova proiezione internazionale della Cina. Un intervento militare statunitense in Corea del Nord, anche di bassa o bassissima intensità, sancirebbe un fallimento del progetto egemonico cinese minando anche l’immagine di Pechino nella regione.

Fra Pechino e Pyongyang è finita l’armonia
Le relazioni tra Cina e Corea del Nord sono profonde: tutti i libri di testi usati nella Repubblica Popolare descrivono accuratamente il sacrificio di tanti cinesi nella penisola coreana nel secondo dopoguerra e numerosi film sono stati realizzati sull’argomento. Tutti i cinesi sentono la Corea del Nord come un paese fraterno, ma negli ultimi anni l’atteggiamento dell’apparato politico sembra essere mutato.

Le dichiarazioni ufficiali nei confronti di Kim Jong-un mostrano un’irritazione sempre maggiore: già dall’inizio del 2017 è stata bloccata da Pechino l’importazione di carbone dalla Corea del Nord, un settore che rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento di valuta straniera per Pyongyang.

Un’ulteriore conferma del nuovo approccio cinese viene dalla gestione delle informazioni in rete. Molte notizie riguardanti Pyongyang (in particolare quelle sulle eccentricità di Kim Jong-un) sono state recentemente censurate dai principali motori di ricerca, mentre reperire sui media notizie sulla situazione nordcoreana è sempre più difficile in Cina.

L’interpretazione dell’opinione pubblica cinese è sempre un’operazione complessa: tuttavia, i sentimenti della maggior parte della popolazione sembrano contrari all’adozione del pugno di ferro nei confronti di Pyongyang, mentre le esigenze di realpolitik di Pechino suggeriscono una soluzione drastica nei confronti dello scomodo alleato.

Pechino si trova a dover calibrare esigenze di politica interna e ambizioni internazionali,di fronte ad una impasse inaspettata che rischia di minare sia il futuro della proiezione globale cinese sia la sua ambiziosa strategia di diplomazia pubblica. Mentre l’amministrazione Trump sembra aver in mano una carta decisiva per gli equilibri della regione.