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Elezioni presidenziali

Iran: il pendolo fra conservatori e moderati

27 Apr 2017 - Emanuele Bobbio - Emanuele Bobbio

Il 19 maggio si svolgeranno le elezioni presidenziali nella Repubblica islamica dell’Iran: i risultati saranno fondamentali per il futuro della politica iraniana nel Medio Oriente e nel mondo. Secondo le regole costituzionali, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, un gruppo di sei giuristi nominati dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha valutato diverse candidature e ne ha approvate sei, bocciando tra l’altro figure importanti come l’ex presidente Ahmadinejad.

I centri di potere e le alleanze
Le vicende politiche della Repubblica Islamica sono sempre state raccontate come uno scontro tra candidati conservatori e candidati riformisti. Analizzando la situazione più a fondo, è possibile identificare in Iran tre centri di potere: il clero sciita, i tecnocrati e l’apparato di sicurezza, militare e paramilitare. Nessuno di questi gruppi, a partire della fondazione della Repubblica nel 1979, ha mai avuto un potere tale da governare il Paese da solo, ma è sempre stato necessario costruire alleanze.

Tali alleanze hanno determinato politiche più conservatrici, quando erano tra religiosi e militari, o più riformiste, quando erano tra religiosi e tecnocrati. Le presidenze fino al 2012 sono state generalmente caratterizzate dall’alleanza tra il clero sciita conservatore e l’apparato di sicurezza militare, eccezion fatta per le presidenze Rafsanjani e Khatami. Nel 2012, l’elezione di Hassan Rohani ha rotto la continuità della predominanza delle forze conservatrici dei due mandati consecutivi del presidente Ahmadinejad, ricostituendo un’alleanza tra il clero sciita moderato e i tecnocrati con il favore dell’Ayatollah Khomeini, che ha definito fallimentare la linea dura del predecessore di Rohani.

I candidati e i punti di scontro
I candidati alle elezioni del 19 maggio sono sei, ma solo tre hanno un reale peso all’interno del Paese. Il primo è l’attuale presidente Hassan Rohani, il quale rappresenta i tecnocrati e il clero moderato: nonostante le difficoltà incontrate nel suo primo mandato, resta il favorito per la vittoria. Il secondo è Ebrahim Raisi, il quale ha sempre ricoperto ruoli molto importanti nel sistema giudiziario iraniano fino a diventare dal 2014 al 2016 procuratore generale della Rivoluzione Iraniana. L’ex ministro è il favorito del clero conservatore e di una parte delle forze armate.

Il terzo è Mohammad Bagher Ghalibaf, sindaco di Teheran e già ufficiale nelle fila delle Guardie della Rivoluzione Iraniane. l’ex militare è il candidato dell’apparato di sicurezza. Gli altri tre candidati rappresentano piccole fazioni riformiste e conservatrici, vicine ora alla società civile e ora ai militari, che non sembrano però avere possibilità di successo al voto.

Le previsioni ci dicono che il vero scontro sarà tra il presidente Rohanie Ebrahim Raisi, data la loro vicinanza all’Ayatollah Ali Khamenei, che resta senza dubbio la figura determinante della vita politica iraniana. Le due parti si confronteranno su molti temi ma i più centrali saranno sicuramente la politica estera e l’accordo sul nucleare fra l’Iran e i 5 + 1 – intesa appena rimessa in discussione dagli Stati Uniti -, l’economia del Paese e appunto i rapporti con gli Usa di Trump.

Le ragioni degli uni e degli altri
Il presidente Rohani, per essere rieletto, deve dimostrare che la politica di avvicinamento all’Occidente che è stata portata avanti non ha mandato un messaggio di debolezza del Paese, ma anzi lo ha spinto verso un nuovo ruolo di leadership nel quadrante mediorientale. La difficoltà per Rohani risiede nelle problematiche sollevate dalla completa attuazione dell’accordo sul nucleare.

L’Iran ha effettivamente rispettato l’accordo e le sanzioni sono state, in parte, tolte dal presidente Obama e dall’Europa, ma la fragilità dell’accordo, dopo l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha reso le maggiori banche e industrie multinazionali renitenti all’aprire filiali o firmare contratti con la Repubblica Islamica, percependo il rischio di rappresaglie o improvvise nuove sanzioni da parte di Washington.

I conservatori attaccano il presidente proprio su questo tema, rimarcando che l’Iran ha cessato ogni forma di sviluppo del programma nucleare militare senza però ricevere allo stesso tempo tutti i benefici che Rohani aveva promesso quando se ne discuteva a Vienna.

L’economia iraniana ha comunque tratto giovamento dall’accordo che, nonostante le difficoltà, ha aperto all’Iran una fetta di mercato del petrolio, risorsa di cui è un grande produttore. Inoltre l’intesa ha permesso alle industrie iraniane, e al governo, di sbloccare conti esteri rimasti congelati per decenni e di firmare contratti con partner occidentali, in particolare europei, che stanno spingendo l’occupazione e l’economia.

Si discute pure l’atteggiamento nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca. I conservatori, sia Raisi che Ghalibaf, propongono un comportamento più aggressivo verso Trump, che non perde occasione per attaccare il Paese degli Ayatollah e in ogni crisi internazionale sembra mandare un messaggio ostile. Rohani ha sempre risposto in maniera molto decisa, definendo il nuovo presidente un uomo inesperto e senza capacità e autorizzando un test missilistico a febbraio. I falchi di Teheran credono, però, che sia necessario tenere una postura ancora più aggressiva e non escludono la possibilità di una chiusura dello Stretto di Hormuz, unico accesso al Golfo Persico e punto di snodo del commercio internazionale del greggio.

L’elezione del nuovo leader supremo
La posta in gioco in queste elezioni non è solo la gestione della politica, dell’economia e delle relazioni esterne della Repubblica Islamica: si corre con discrezione anche per avere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader supremo. L’Ayatollah Ali Khamenei non gode di buona salute e molti ipotizzano che possa non arrivare alle prossime elezioni presidenziali iraniane.

Secondo la costituzione, il presidente è una delle tre figure, con il ministro della Giustizia e il capo del Consiglio dei Guardiani, che assume le funzioni della Guida Suprema dell’Iran alla sua morte. Questo non gli garantisce un potere formale sulla scelta del successore, ma gli dà un’influenza molto importante sull’Assemblea degli Esperti, organo religioso sciita deputato alla scelta del nuovo leader.

Le elezioni del 19 maggio dunque non saranno fondamentali solo per capire l’atteggiamento che l’Iran avrà per i prossimi quattro anni nel panorama mediorientale, ma potrebbero anche essere determinanti sulla nuova linea della Guida Suprema, che ha ripercussioni sututta la mezzaluna sciita, da Teheran fino a Beirut passando per Damasco e Baghdad.