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Primo turno presidenziali

Francia: En Marche verso una sovranità europea

26 Apr 2017 - Pasquale Lino Saccà - Pasquale Lino Saccà

La Francia ha votato al primo turno per il suo nuovo presidente: il ballottaggio sarà tra Macron e Le Pen, ma il dato significativo del 23 aprile è che il popolo francese non si è astenuto: il 78,7% è andato alle urne, rifiutandosi, però, di votare i due partiti storici del maggioritario francese.

Les Républicains, la destra gollista di questo secolo, e il Partito Socialista non vanno al ballottaggio: hanno deluso il loro elettorato non rispondendo ai veri e più percepiti bisogni, occupazione, protezione sociale e sicurezza. La tradizionale bipolarizzazione, LR e PS, non c’è più: gli esclusi hanno trovato come essere elettoralmente visibili.

Aspettiamo il secondo turno, consapevoli delle conseguenze dirompenti che avrebbe una vittoria dell’FN sia per la Francia sia per l’Unione europea. La storia ed i comportamenti di chi rappresenta la destra al secondo turno non vanno trascurati: il 25 Aprile ci serve a non dimenticare. La Francia, però, può aiutare a capire le contraddizioni ed i limiti dell’agire democratico, se riflettiamo anche sul referendum britannico per la Brexit e sul recente referendum in Turchia.

La belle saison?
Mentre parte della stampa anglosassone “inneggiava” alla Brexit, i francesi davano una lezione di cultura democratica, scegliendo coerentemente la via del dialogo e rifiutando “le colpe” dell’euro – meno di un quarto dava il voto all’FN, antiglobalista, xenofobo e convinto che la Francia possa affrontare da sola, senza l’Unione, le sfide di questo secolo. Sempre più soli i sudditi del Regno Unito e dell’Irlanda del Nord che, il 23 giugno 2016, si erano espressi a maggioranza risicata per una Brexit dall’Ue. La procedura d’avvio dell’articolo 50 e il relativo dibattito hanno smentito “le bugie” dei sostenitori della Brexit, chiarendo che il referendum “consultivo” rendeva necessario che si pronunciasse l’Alta Corte ed il Parlamento.

La May, viste difficoltà e rischi d’un approdo non semplice fuori dall’Unione, ha anticipato all’8 giugno il voto per la Camera dei Comuni, la cui naturale scadenza sarebbe stata nel 2020. Il 24 gennaio la Corte Suprema aveva confermato la decisione dell’Alta Corte, ribadendo che, prima di avviare l’uscita, il Parlamento doveva pronunciarsi: la Camera dei Comuni l’ha fatto e i deputati non hanno dissentito dal referendum, dichiarandosi favorevoli ad attivare l’art. 50 e ad uscire dall’Ue, così come i Lords.

Ma come conciliare un’Irlanda nell’Unione e un’Irlanda del Nord nella Brexit? La situazione della Germania prima della caduta del Muro agita gli irlandesi. Mentre la Scozia studia come rimanere nell’Ue, non è secondario considerare che chi ha votato Brexit tra venti anni non sarà più in vita, mentre i giovani hanno votato Remain. Ed è pure evidente che più si discute più si prende coscienza che rimanere conviene: le statistiche dicono che la sterlina si è svalutata rispetto all’Euro ed al dollaro; le importazioni comportano un aumento dei prezzi; e sono rilevanti i contratti di manodopera sottopagata e senza prospettive di miglioramento.

Rileviamo, invece, che, dopo il primo turno in Francia, le Borse hanno risposto positivamente e con “entusiasmo”. La stabilità porta bene, se la coerenza perdura. E ricordiamo che il 21 aprile 2002 oltre l’80% dei francesi votò Chirac presidente per evitare che Le Pen padre divenisse presidente: i socialisti, dopo l’eliminazione di Jospin al primo turno, votarono con realismo democratico, ma qualche anno dopo non seguirono Chirac nel referendum sulla Costituzione europea e votarono contro, affondando il progetto. Non commettiamo di nuovo l’errore d’interpretare il voto francese pro o contro l’Unione: distinguiamo le due sovranità.

Le temps perdu
I ritardi dell’Unione nel riformare le proprie Istituzioni per adeguarle ai cambiamenti e rendere politicamente gestibili gli allargamenti suggeriscono di non trascurare il referendum in Turchia che “giustifica” una Repubblica presidenziale senza suddivisione dei poteri e senza libertà di stampa, ben diversa dalla Francia, ma non lontana dai “nostri confini”. Come conciliare la democrazia con le svolte autoritarie? La Turchia per posizione geografica, confini condivisi, partecipazione Nato, non può essere lasciata sola: immigrazione docet.

Se guardiamo all’Europa con le dovute distinzioni, in comune c’è il superamento di sistemi elettorali che soffocano la richiesta di democrazia con sistemi di voto che permettano a tutte le istanze o a tutti i bisogni di essere rappresentati. Altro elemento comune è il non avere percepito le priorità o i cambiamenti, consentendole strumentalizzazioni nella convinzione che il voto potesse cancellare “i peccati” e innescando la sconfitta pur di non consentire ad altri di rappresentare la tradizione del partito.

Se guardiamo agli Usa, i democratici non hanno percepito il bisogno di cambiamento, affidandosi a una candidata che rappresentava la continuità. Quale voto, quindi, per lo sviluppo locale inclusivo e la democrazia in Europa e non solo? Dividendo il globo l’Occidente deve rivedere il maggioritario che esclude, l’Oriente deve intraprendere la via democratica non percorsa da alcuni suoi Stati. Le elezioni in Francia confermano che l’Unione deve avere una sua sovranità, per evitare il rischio che l’elezione in uno Stato metta in crisi il processo d’integrazione stesso: pace e benessere.

Una nuova chance per l’Europa
La presidenza di turno maltese del Consiglio dell’Unione europea, che politicamente si concluderà con il Consiglio europeo di giugno, consentirà di constatare e/valutare la risposta dell’Unione alle sfide interne ed esterne, mentre il G7 di Taormina sarà più realistico delle dichiarazioni elettorali del nuovo presidente Usa, che nel contesto Nato avrà prima riflettuto sugli squilibri di un cammino di recessione tipo Brexit.

Il Ceta, l’accordo di libero scambio tra Canada e Ue, sarà un ostacolo a un nuovo Commonwealth, mentre Il Mare Nostrum di Taormina e Malta confermerà che la democrazia è irreversibile. L’Unione dei piccoli passi resiste, ma le sfide intercontinentali suggeriscono che urge un cammino più spedito per evitare che le elezioni di fine settembre in Germania impediscano alle Istituzioni europee di decidere.

Le elezioni in Francia hanno permesso di capire che l’Ue è anche un’opportunità, che i cittadini europei non possono trascurare; Per creare sviluppo ed occupazione non serve rinchiudersi nei propri confini, ma dotare l’Unione di una politica economica che includa la politica fiscale con risorse proprie adeguate ed eviti la concorrenza di sistemi di prelievo che consentono elusioni e paradisi in terra.

Gli Anni Ottanta dal Vertice di Milano (1985) segnarono un’accelerazione verso una Comunità che con la caduta del Muro (1989) e il Trattato di Maastricht è diventata Unione. Delors rilanciò il ruolo d’iniziativa della Commissione in un contesto in cui Mitterrand e Kohl percepivano i rischi di non integrarsi e rafforzarsi rispetto all’incerto futuro della Russia, pur sempre potenza nucleare, dopo il dissolvimento dell’Urss.

Le sfide rimangono e i ritardi sono visibili, mentre l’Unione priva di una propria sovranità non parla con una sola voce ed è politicamente debole. I processi decisionali nazionali testimoniano che i confini sono solo mentali, mentre il processo d’integrazione insegna che la pace in Europa esiste, perché alcune politiche, non secondarie, sono in comune e hanno consentito ai più scettici di coglierne le opportunità.

Il cammino degli equilibri istituzionali con il Parlamento europeo eletto direttamente dal popolo e un Consiglio dell’Unione europea che rappresenta i governi nazionali abbisogna di un ulteriore approdo con una Commissione che abbia un rapporto più diretto con i cittadini. Di conseguenza, i commissari vanno eletti allo stesso tempo degli eurodeputati, in collegi che non siano solo nazionali, ma mettano assieme anche le regioni di confine – un ulteriore passo, perché lo sviluppo locale non riguardi un singolo Stato, ma l’Unione.

Dopo il secondo turno in Francia e le elezioni legislative (11 e 18 giugno), il G7 di Taormina, il Consiglio europeo (22 e 23 giugno) e la fine del semestre di presidenza di Malta del Consiglio dell’Unione europea (il 30 giugno 2017 si chiuderà il ‘trio’, 18 mesi di presidenza, Olanda, Slovacchia, Malta), potremo meglio capire quali risposte la nostra Unione vuole e saprà dare alla politica intercontinentale: ‘Quo vadis Europa?’, tra democrazia cooptante e democrazia dei “nuovi nobili”, con il superamento del bipartitismo nell’era della digitalizzazion e partiti e “nuvole” nell’Europa dei popoli, diversi ma democratici.