IAI
Testa a testa

Armenia: elezioni, tra incertezza e transizione

1 Apr 2017 - Simone Zoppellaro - Simone Zoppellaro

L’Armenia si appresta a eleggere un nuovo Parlamento questa domenica 2 aprile. Un voto ritenuto per diverse ragioni cruciale, che risulterà fondamentale per gettare luce sul futuro della piccola repubblica caucasica, che sta vivendoun momento di transizione e incertezza.

Questo per una triplice ragione. Si tratta innanzitutto della prima votazione dopo il contestato referendum costituzionale del 6 dicembre 2015, che ha sancito un passaggio da un sistema semi-presidenziale a uno parlamentare, da molti ritenuto un preludio a un’involuzione autoritaria del Paese.

Denunce di irregolarità e brogli hanno caratterizzato inoltre la vigilia del voto di domenica, con la possibilità di una nuova mobilitazione popolare sul modello di quanto avvenuto più volte negli ultimi anni, dalla protesta di Electric Yerevan del 2015 fino all’occupazione della stazione di polizia della scorsa estate, per non citare che i casi più noti.

Infine, da seguire con attenzione è anche l’esito incerto del voto, che potrebbe essere importante non solo a livello interno, ma anche nello scacchiere internazionale: legata a doppio filo a Mosca da un punto di vista militare ed economico, Yerevan non ha rinunciato infatti a una politica della complementarietà che mira a costruire un legame stretto di cooperazione anche con l’Europa.

Scontro fra personalità, più che fra politiche
Il voto di domenica si preannuncia come un testa a testa fra il Partito Repubblicano del presidente Serzh Sargsyan e l’alleanza guidata dall’oligarca Gagik Tsarukyan, leader del partito Prospera Armenia. Nulla di nuovo si profila, da questo punto di vista, in uno confronto basato largamente su alcune personalità predominanti e le rispettive clientele, anziché sui contenuti politici, piuttosto esili.

Le due forze, che potrebbero decidere di formare una coalizione, rappresentano il cuore dell’establishment politico ed economico dell’Armenia degli ultimi anni. Un classe politica largamente screditata, paradossalmente, quella che guida i sondaggi di questi ultimi giorni, come si evince dalla pressoché ininterrotta serie di proteste che hanno segnato lo scenario politico armeno degli ultimi anni. Uno dei limiti maggiori di questo tipo di contestazioni è stata l’incapacità dimostrata sinora di trasformarsi in una forza capace di presentarsi come un’alternativa di governo.

Sargsyan, da presidente a premier?
Se il Partito Repubblicano dovesse ottenere un buon risultato, potrebbe profilarsi quanto temuto da molti analisti: la riforma costituzionale approvata dal referendum già citato, infatti, potrebbe permettere al presidente armeno Sargsyan, il cui secondo mandato scade nel 2018, di mantenere e consolidare il suo potere, assumendo le vesti di primo ministro. Un ruolo, questo, che nel nuovo assetto istituzionale finirà per sostituire per potere e funzioni quella del presidente, che assume una veste in larga parte di rappresentanza.

Consapevole delle critiche e della sempre più diffusa sfiducia dei cittadini armeni, il Partito Repubblicano di governo ha cercato negli ultimi mesi di correre ai ripari, presentando un’immagine più accattivante impersonata dal nuovo primo ministro Karen Karapetyan, succeduto all’impopolare Hovik Abrahamyan. Da segnalare anche un uso inedito dei social media e il ricorso a celebri testimonial dello spettacolo e dello sport che hanno dato il loro contributo alla campagna elettorale del partito.

Anche in queste elezioni, come già avvenuto in passato, i media armeni e diverse organizzazioni internazionali hanno denunciato un sistema capillare di compravendita dei suffragi ritenuto capace di incidere in modo determinante sull’esito del voto.

Il peso del conflitto del Nagorno-Karabakh
Un altro elemento sui cui punta molto il Partito Repubblicano, fra le cui fila spiccano i nomi di diversi degli oligarchi del Paese, è quello del conflitto del Nagorno-Karabakh.

Il contrasto perdurante con l’Azerbaijan, che nell’aprile 2016 ha prodotto la peggiore escalation degli ultimi 25 anni con alcune centinaia di morti, è un elemento chiave della propaganda di governo, che presenta ogni possibile cambiamento del panorama politico ed economico come un potenziale elemento di destabilizzazione che potrebbe favorire Baku e mettere a repentaglio la sicurezza dell’intera nazione.

Ma l’Armenia ha anche una società civile estremamente preparata e innovativa che, seppure non abbia al momento canali di rappresentanza a livello partitico capaci di sfidare Tsarukyan o i repubblicani, potrebbe ancora una volta trovare il modo di arginare la deriva autoritaria che, negli ultimi anni, ha messo a rischio la tenuta della fragile democrazia armena.

Fra i dati positivi, si segnala un notevole fermento nei media (in particolare quelli online) e nei social media, dove il dibattito politico ed elettorale trovano canali di espressioni notevoli per qualità e libertà d’espressione. Un successo dovuto anche a uno dei pochi settori in rapida crescita dell’economia armena: quello delle tecnologie dell’informazione. Non a caso gli operatori di questo settore, vettori di un cambiamento culturale non meno che economico, sono risultati protagonisti di tutti i recenti movimenti di contestazione.

Una spinta dal basso che, accompagnandosi a un ricambio generazionale in parte già in corso nell’establishment politico ed economico armeno, potrebbe fare parzialmente da contrappeso ai fattori negativi qui brevemente illustrati, e contribuire a mantenere e sviluppare in futuro un legame sempre più forte con l’Europa e gli Stati Uniti da un punto di vista culturale, economico e politico.