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Scambi mondiali

Trump: una pericolosa deriva protezionista

13 Mar 2017 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Molti lavoratori e larga parte del ceto medio americani sono convinti che gli accordi di libero scambio stipulati negli ultimi decenni siano stati la causa del loro impoverimento. Il neo-presidente Donald Trump intende rassicurarli varando misure dirette a smantellare tal accordi e proteggere così gli interessi americani.

La lista è lunga: a partire dall’uscita dall’accordo Tpp (Trans-Pacific Partnership), che il predecessore Barack Obama aveva stipulato con altre 11 economie dell’Asia e del Pacifico; all’auspicata rinegoziazione dell’accordo Nafta; al congelamento dell’accordo transatlantico con l’Unione europea, Ue (Ttip).

La sfida protezionista di Trump
In tutti questi casi si vuole sostituire al tradizionale approccio multilaterale una logica di rapporti bilaterali con singoli Paesi, anche perché più efficace alla riduzione dell’attuale deficit commerciale americano.

L’altro obiettivo dichiarato della nuova Amministrazione Trump è riportare entro i confini degli Stati Uniti le produzioni di molti beni, soprattutto manufatti, oggi sparse nel mondo. A questo scopo si vuole disfare la complessa ragnatela delle catene globali di valore (Gvc), messa in piedi da moltissime imprese americane in questi ultimi tre decenni. Il dato trascurato è che oltre il 70 per cento degli scambi internazionali è oggi alimentato da queste catene di valore delle imprese americane e non.

A guidare queste politiche Donald Trump ha nominato alcuni tra i maggiori alfieri del protezionismo e nazionalismo economico americani, quali Peter Navarro, messo a capo del National Trade Council, e Roberto Lighthizer, scelto quale rappresentante commerciale degli Stati Uniti.

Gravi danni potenziali per il sistema globale
Alcuni non danno gran peso alle minacce di Trump. Sia perché dubitano possano essere mai attuate, per i contrasti già oggi esistenti all’interno del Congresso e della stessa Amministrazione americani. Sia perché, anche se attuate, non durerebbero a lungo, considerati i costi elevatissimi che gli stessi Stati Uniti finirebbero per sostenere.

In realtà si tratta di interpretazioni eccessivamente rassicuranti. Il presidente americano gode in effetti di elevati poteri e grande autonomia in tema di politiche commerciali. Quanto ai costi del protezionismo, essi sono certi e documentabili, ma potrebbe passare molto tempo prima che si manifestino.

In definitiva va considerato molto serio il pericolo di seri danni al sistema commerciale globale nell’ipotesi l’Amministrazione americana attui quanto promesso. Anche perché l’ordine commerciale globale imperniato sulla Wto era già stato scosso da tutta una serie di crisi e difficoltà, ancor prima di Trump, dopo il fallimento del Doha Round e in seguito all’ingresso di nuovi paesi protagonisti, quali la Cina.

La strategia della nuova Amministrazione americana potrebbe determinare così una ulteriore drammatica marginalizzazione del sistema di regole della Wto, aprendo la strada a una sorta di vero e proprio ‘far west’ commerciale.

La risposta della Cina e … 
Il rischio di una deriva protezionista che finisca per danneggiare tutti è dunque reale, e, certo, da non sottovalutare. Molto dipenderà, innanzi tutto, dalle scelte di Donald Trump e dell’Amministrazione americana. Ma assai importanti saranno anche le risposte che verranno dagli altri maggiori Paesi. E tra questi la Cina e l’Europa avranno un ruolo decisivo.

Trump ha minacciato di adottare drastiche misure protezionistiche contro Pechino. Il governo cinese è ovviamente pronto a rispondere, anche sul piano della Wto, ma non vuole farsi trascinare in un’azione di rappresaglia. È ben consapevole che un’escalation commerciale nuocerebbe a entrambe le parti e rischierebbe di alimentare una guerra commerciale dagli esiti imprevedibili. E gli stessi Stati Uniti rischierebbero la perdita di un enorme numero di posti di lavoro visto che una buona parte degli scambi con la Cina include oggi catene logistiche e reti di produzione di imprese americane.

L’altra mossa della Cina è stata far sapere in varie occasioni di essere pronta a impegnarsi a giocare un ruolo assai importante nella difesa e rilancio di un Sistema di scambi basato su regole certe e predefinite. Lo ha anche dimostrato rilanciando in questi giorni nell’area dell’Asia del Pacifico – dopo l’affossamento del Tpp da parte di Donald Trump – un altro accordo di liberalizzazione commerciale la Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership), che, a differenza della Tpp, esclude gli Stati Uniti e include la Cina, interessando oltre tre miliardi di persone.

… e quella dell’Ue
Anche l’Europa ha ripetuto a più riprese di voler evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, per gli effetti disastrosi che ne conseguirebbero per l’insieme dell’economia mondiale. Naturalmente, ciò non significa che l’Ue rinuncerebbe a rispondere con strumenti adeguati, sia comunitari sia legati alla Wto, qualora l’Amministrazione Trump decidesse interventi in violazione delle regole commerciali esistenti.

Nel mentre anche l’Ue sta esplorando varie strade per rilanciare e rafforzare i legami commerciali con una serie di Paesi sparsi nel mondo, a partire dai paesi asiatici e dell’America Latina, ai fini di sostenere il libero scambio e salvaguardare i mercati di sbocco all’esportazione. Certo in Europa servirebbero anche politiche economiche e sociali più efficaci del passato nell’ammortizzare e assorbire all’interno l’impatto dei processi di liberalizzazione commerciale sui cosiddetti perdenti, al centro delle elevate diseguaglianze esistenti. Ma qui la strada da percorrere è ancora lunga.

Per riassumere, nessuna voglia di rappresaglia da parte di Pechino e Bruxelles, ma articolate strategie di risposta tese sia a studiare contromosse in chiave di deterrenza e rimanendo nell’ambito delle regole della Wto sia a salvaguardare – rilanciando accordi con altri Paesi – l’apertura e la rete di scambi esistenti. È una direzione giusta lungo cui muoversi per contrastare le ansie protezionistiche di Trump. Ora va consolidata e non sarà facile.

Al riguardo sarebbe molto importante un rafforzamento delle relazioni – oggi molto tese – tra i due attori più importanti, Europa e Cina. Il tema più rilevante è come migliorare e espandere le condizioni di accesso ai rispettivi mercati, in tema di beni e servizi e soprattutto investimenti. Sarebbe un segnale forte, in grado di mostrare che una vasta e importante parte del mondo è impegnata a rafforzare l’apertura e l’approccio multilaterale delle relazioni commerciali, e non è affatto disposta a seguire gli Stati Uniti lungo la vecchia pericolosa strada del protezionismo.