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Elezioni e populismo

Olanda: quattro fattori per un voto pro-Ue

16 Mar 2017 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

Dopo le elezioni in Olanda l’Europa si interroga su come interpretarne i risultati. Il liberale Vvd, Partito per la Libertà e la Democrazia, ha conquistato 31 seggi, confermandosi primo partito olandese e probabilmente leader, per la terza volta, della coalizione di governo.

Il Vvd di Mark Rutte ha però perso consenso rispetto al 2012, ottenendo otto seggi in meno, mentre il movimento anti-Islam e anti-Ue, il Pvv (Partito delle Libertà) di Geert Wilders, resta secondo ma ottiene sei seggi in più.

Lettura europeista d’un risultato composito
Nonostante quella di Wilders sia una sconfitta parziale, le istituzioni europee hanno accolto la vittoria di Rutte come un trionfo europeo nella battaglia contro i movimenti euroscettici. Del resto, in un anno di appuntamenti elettorali in Paesi dell’Unione europea (Ue) chiave come la Francia e la Germania, le elezioni in Olanda erano viste come lo stress test della tenuta dei movimenti populisti europei.

Ma più che un trionfo schiacciante della retorica pro-europea, la vittoria del Vvd va vista come il risultato di quattro fattori.Il primo:nello scorso mandato, il premier Rutte ha dato un forte impulso alla crescita economica del Paese, che nel 2017 registrerà un aumento del Pil del 2% (nettamente superiore alla media europea).

Il secondo fattore che sembra aver inciso notevolmente sulla decisone degli elettori olandesi, è la fermezza con cui il premier ha gestito il braccio di ferro con la Turchia. Contrariamente a quanto ipotizzato da numerosi analisti, lo scontro con Ankara non ha favorito l’avversario Wilders, proprio perché Rutte è stato in grado di dare una risposta decisa alle ingerenze del governo Erdogan in un momento tanto delicato per il Paese.

Tra Islam e immigrazione
Terzo: la propaganda radicale anti-islam di Wilders non ha garantito maggiori elettori al Vvd di Rutte, ma non ha nemmeno giovato allo stesso Pvv. Per quanto fortemente sentito dalla popolazione, il problema dell’immigrazione in Olanda è legato a questioni concrete più che a un generale rifiuto dell’Islam. Le principali preoccupazioni per gli elettori sono il welfare pubblico, la sicurezza, la lotta contro il terrorismo e l’accesso all’educazione. Il problema dell’integrazione occupa, in questa scala, solo il nono posto.

Per questo, benché a tratti anche Rutteabbia adottato una retorica vagamente populista – sostenendo ad esempio che gli immigrati debbano integrarsi oppure andarsene – le sue dichiarazioni sono state meglio recepite dalla maggioranza dei cittadini rispetto a quelle di Wilders, che proponeva – facendo leva sul parallelismo tra immigrazione e Islam – di bandire il Corano senza invece dare risposte concrete ai cittadini.

Quarto: a favorire Rutte è stata anche le situazione politica globale. Il caos della Gran Bretagna post-Brexit e degli Stati Uniti post-Trump può aver spinto i cittadini olandesi a una scelta più oculata. Soprattutto di fronte al gran numero di riferimenti, circolati in questi giorni sui media internazionali, a una possibile Nexit, o uscita dell’Olanda dall’Ue, in caso di vittoria del Pvv.

Il voto un referendum pro-Ue
Un referendum sull’uscita dell’Olanda dall’Ue era, in effetti, il secondo punto del programma di Wilders. Sebbene parte dell’elettorato abbia forti dubbi sull’Ue, il 72% degli olandesi si sente europeo e non vuole che l’Olanda abbandoni né l’Ue né l’Eurozona; tutt’alpiù crede siano necessarie alcune riforme. L’Ue è poi un palcoscenico politico troppo importante per l’Olanda, cui garantisce una visibilità e un ruolo internazionale che da sola non avrebbe.

A elezioni fatte, resta da capire quale sarà la formazione di governo. È evidente che il Vvd dovrà cercare di formare una coalizione. Escluso qualsiasi tipo di accordo con Wilders, rimangono i Cristiani Democratici e i Democratici 66, con 19 seggi a testa.

Al Vvd mancano però 7 seggi per raggiungere la maggioranza di 76 alla Seconda Camera. Bisogna capire se il partito dei Verdi, vero grande vincitore delle elezioni, deciderà o meno di rischiare la propria acquisita legittimità in cambio di maggiore potere.

Per il governo, c’è da formare una coalizione
Forte dei suoi 14 seggi – 10 in più rispetto al 2012 – e di una campagna elettorale giocata sul nome del proprio leader, Jesse Klaver, e sul famoso slogan di Obama, “Yes we can”, è difficile che il partito si presti a una coalizione con il governo di Rutte, soprattutto vista la sorte toccata al Partito Laburista, che ha registrato solo 9 seggi, 30 in meno rispetto al 2012.

A far perdere legittimità al Partito Laburista, il vero grande sconfitto delle elezioni, è stata proprio la decisione di entrare nel governo di coalizione del 2012, sostenendo così i tagli al sistema di welfare olandese, un tempo orgoglio dei movimenti di sinistra, perpetrati dal Vvd.

Entrare o non entrare a far parte di una coalizione politica rimane il dilemma dei partiti moderni, che spostandosi troppo al centro o troppo agli estremi del panorama politico, rischiano di perdere elettori da una parte o dall’altra, minando la propria identità politica.

Al di là dei giochi di coalizione ed in conclusione, la vittoria di Rutte è sicuramente importante, sebbene parziale. La minaccia populista non è stata sconfitta, ma per il momento è allontanata.

In vista delle prossime elezioni in Francia, l’Olanda può dare una lezione importante. Nonostante i tagli al welfare, il Vvd ha assicurato una crescita economica al Paese e ha dimostrato di poter rispondere a minacce esterne in maniera ferma. Sembra essere questa l’unica vera strategia per contrastare i movimenti populisti.

In altre parole, nell’era delle post-verità, i partiti tradizionali, per poter contare, devono far fronte alle necessità del proprio elettorato e dei propri cittadini utilizzando i fatti più che la retorica.