IAI
Modifica Costituzione

Turchia: verso il referendum presidenziale

22 Feb 2017 - Bianca Benvenuti - Bianca Benvenuti

La data è stata fissata: il 16 aprile il popolo turco andrà alle urne per decidere con un referendum se approvare la modifica costituzionale proposta dal governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) per trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale, legittimando il già effettivo potere del presidente Recep Tayyip Erdo?an.

Un momento di svolta per Erdo?an
La riforma costituzionale cambierà la forma di governo del Paese, ampliando considerevolmente i poteri del presidente della Repubblica. La carica così riformata sarà rinnovabile per due mandati, di cinque anni l’uno; inoltre, al nuovo presidente sarà consentito di dichiarare lo stato d’emergenza, sciogliere le Camere, nominare ministri e funzionari del governo.

Secondo il nuovo assetto costituzionale, il presidente potrà mantenere il legame con un partito politico: una clausola essenziale per Erdo?an, che potrebbe così riassumere la guida dell’Akp, abbandonata dopo la sua elezione a presidente della Repubblica nel 2014.

Il partito di governo sostiene che la proposta darà al Paese un leader forte che potrà riportare stabilità in una Turchia martoriata da attacchi terroristici e da una guerra civile nel sud-est. Erdo?an si confermerebbe così uomo forte della Turchia, istituzionalizzando quello strapotere che ha costruito negli ultimi dieci anni.

In effetti, la proposta di riforma costituzionale è la cima della vetta nella scalata politica di Erdo?an, una proposta che ha il sentore di una riforma ad personam più che di un tentativo di riformare e dare maggiore stabilità al Paese. La riforma eliminerebbe in maniera definitiva il sistema di controllo politico, consegnando definitivamente la Turchia alla guida di una sola persona. A quel punto sarebbe difficile non utilizzare la parola dittatura.

Il fronte del Sì non è compatto
I diciotto emendamenti della riforma, approvati a dicembre dalla Commissione costituzionale, hanno ottenuto i voti necessari per essere sottoposti a parere popolare. Il partito di governo, che alle scorse elezioni ha ottenuto 317 seggi, ha potuto contare sull’appoggio del Partito del Movimento nazionalista (Mhp) per raggiungere i tre quinti del Parlamento necessari per far passare la riforma. Il Mhp, storicamente un partito ultranazionalista e lontano dagli ideali dell’Akp, è divenuto sin dalle ultime elezioni politiche il maggiore sostenitore del partito di governo in Parlamento.

Ma se la decisione di allearsi col più forte sembra politicamente accettata dai vertici di partito, non si può dire lo stesso della sua base. Molti sostenitori del Mhp sono, infatti, contrari alla riforma e potrebbero votare per il no: una frangia di deputati dissidenti si sono fatti portavoce di questo malcontento, lanciando la campagna “I nazionalisti votano No” lo scorso 18 febbraio. Anche tra i ranghi dell’Akp non c’è totale compattezza: alcuni conservatori non sono conviti della riforma, in particolare perché la considerano troppo personalizzata e su misura del presidente Erdo?an.

Molto più compatto il fronte del No, che vede schierati il Partito Popolare Repubblicano (Chp) e il filo kurdo Partito Democratico dei Popoli (Hdp), che ha boicottato le votazioni per la riforma come forma di protesta contro l’arresto dei suoi due co-leader. Secolaristi, kurdi, alcuni ultra-nazionalisti e (pochi) conservatori: se il fronte del No sarà in grado di fare delle proprie differenze interne la sua forza, questa potrebbe essere la sua carta vincente.

Una difficile campagna per il No
Il clima nel Paese è estremamente polarizzato e le pressioni da parte del governo sono molte. Il primo ministro Binali Y?ld?r?m ha in più occasioni dichiarato che il fronte del No è composto da terroristi che non vogliono l’unità del Paese. A poco sono valse le successive maldestre smentite per riportare l’attenzione sull’importanza di un voto popolare non condizionato.

Il messaggio di Ankara è chiaro: o con noi o contro di noi. Mentre continuano le purghe iniziate a seguito del tentato colpo di stato dello scorso luglio, gli arresti di giornalisti, accademici e funzionari pubblici ricordano ogni giorno quello che può succedere a schierarsi dalla parte “sbagliata”.

Il campo del No non avrà una campagna elettorale semplice. Mentre Erdo?an ha mobilitato tutte le risorse a sua disposizione, è anche chiaro che le purghe degli ultimi mesi lasciano pochi strumenti all’opposizione. Con la stampa e i media appiattiti sulle posizioni del governo, sarà difficile che la campagna si svolga in un clima di par condicio. Inoltre, uno dei protagonisti della campagna per il No, il filo kurdo Hdp, con i suoi leader e molti membri in prigione, non riuscirà ad esprimere a pieno la sua capacità di fare campagna contro la riforma.

Già sono stati registrati numerosi attacchi contro chi faceva campagna per il No: per citarne uno, il 12 febbraio Fahrettin Yoku?, presidente della Confederazione dei Sindacati turchi è stato attaccato ad Ankara con colpi di arma da fuoco dopo aver dichiarato di essere contro la riforma costituzionale. Il 25 febbraio il partito di governo Akp annuncerà pubblicamente gli eventi e iniziative a supporto del Sì, in un clima intimidatorio che suggerisce che il voto del 16 aprile sarà difficilmente un voto democratico.