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Asia-Pacifico

Trump: Tpp e frammentazione dell’economia

23 Feb 2017 - Stefano Pelaggi - Stefano Pelaggi

La prima grande mossa di politica estera economico-commerciale del neo-presidente Usa Donald Trump è stata la decisione di formalizzare il ritiro dal Trattato di libero scambio per le economie del Pacifico.

La Trans-Pacific Partnership (Tpp) era il principale strumento commerciale della politica obamiana nel Pacifico e rappresentava un tassello centrale nella cosiddetta strategia del Pivot to Asia. La scelta di Trump, quindi, conferma la volontà del presidente di adottare una nuova strategia di contenimento per la crescente espansione dell’economia cinese.

Trump ha finora fornito pochi elementi concreti per capire come intende promuovere il commercio nell’area del Pacifico. La scelta di favorire gli accordi bilaterali, più volte menzionata nei giorni immediatamente successivi alla decisione del ritiro dal Tpp, è legata alla volontà di aumentare la produzione in territorio americano su cui in il neo presidente ha incentrato la sua campagna elettorale. Una dinamica non inedita: da decenni gli Stati Uniti usano di fatto la leva delle restrizioni all’import per aumentare gli investimenti giapponesi, coreani e taiwanesi sul proprio territorio.

Alcuni analisti hanno sottolineato come eventuali accordi inter statali potrebbero costituire una modalità proficua, almeno nel breve termine. Gli Stati Uniti restano il principale importatore mondiale, con un deficit che nel 2016 ha superato 600 miliardi di dollari. In queste condizioni Washington si trova in una ovvia posizione privilegiata in qualsiasi trattativa bilaterale con le varie nazioni della regione.

Xi Jinping paladino della globalizzazione a Davos 
La volontà di Trump di proteggere i prodotti e le merci statunitensi potrebbe passare per una legge, già al vaglio dei legislatori repubblicani, per tassare le importazioni. Una soluzione che costituirebbe un enorme problema per Pechino: la sola ipotesi di una “border tax” ha già generato importanti reazioni nella regione del Pacifico.

Il recente intervento di Xi Jinping al 47° Forum economico di Davos, primo leader cinese a intervenire al WEF, è la diretta conseguenza dei primi passi dell’amministrazione di Trump: il presidente cinese, nell’inedito ruolo di profeta della globalizzazione, ha ripetutamente sottolineato la necessità di scambi economici sempre più aperti.

Gli analisti concordano sulla possibilità che la minaccia delle sanzioni nei confronti dell’import di prodotti finiti negli Stati Uniti potrebbe essere un modo per il presidente Usa di resettare le relazioni con Pechino da una posizione di vantaggio.

Il futuro del Tpp: Australia e Nuova Zelanda
Tuttavia, il futuro del Tpp senza Washington appare molto complesso: il ritiro del principale partner economico ha compromesso seriamente le prospettive dell’accordo. Da parte messicana e neozelandese la volontà di procedere all’attuazione del trattato senza gli Stati Uniti è stata espressa in maniera molto chiara.

In particolare la Nuova Zelanda, vera e propria promotrice dell’accordo prima che Washington se ne appropriasse, vuole continuare nella procedura di formalizzazione e implementazione del Tpp.

La posizione australiana è più complessa, i media hanno espresso ripetutamente l’idea che un Tpp 12 Minus One costituirebbe un totale impoverimento dell’accordo stesso, in quanto gli Stati Uniti restano il principale mercato dove si collocano i beni dei Paesi aderenti all’accordo.

Il supporto di Canberra nel medio termine a un Tpp senza gli Stati Uniti non è certo: il sostegno australiano è strettamente legato all’appoggio dell’attuale premier, mentre entrambi i principali schieramenti politici hanno espresso forti perplessità sul Trans Pacific Partnership.

Il Giappone e l’incognita Abe
Il ruolo del Giappone, che rappresenta la principale economia dei paesi che sostengono il Tpp, sarà fondamentale per il futuro dell’accordo. Nel mese di febbraio Shinzo Abe è stato ricevuto da Trump nel primo incontro ufficiale del neopresidente con un premier straniero; e il segretario alla Difesa statunitense James Mattis si è recato in Giappone.

A riprova della necessità sia di Tokyo sia di Washington di creare un nuovo canale comunicativo all’indomani della campagna elettorale in cui Trump ha rivolto numerose accuse al Giappone, di fatto riportando la competizione economica tra i due Paesi indietro di trenta anni.

Un Tpp senza la partecipazione degli Stati Uniti rappresenta, agli occhi di Tokyo, uno strumento senza valore che può fortemente danneggiare gli scambi commerciali nipponici sia con la Cina che con la Corea del Sud, grande assente dal Trans-Pacific Partnership.

Il Giappone ha chiaramente dichiarato, attraverso vari membri dell’esecutivo, che il Tpp svuotato dalla presenza statunitense non può essere considerato un’opzione plausibile. L’eventuale ritiro di Tokyo segnerebbe in maniera definitiva il fallimento dell’accordo: quindi, le esigue possibilità di sopravvivenza del Tpp sono legate a un allargamento degli Stati membri.

L’allargamento degli Stati membri
Le opzioni sono una inclusione della Cina e della Corea del Sud nell’accordo o addirittura un’ipotesi che prevede l’ulteriore ingresso dell’India, soluzioni fortemente appoggiate dai membri latino americani e dalla Nuova Zelanda.

L’idea di un Tpp che includa la Repubblica Popolare Cinese, che si configurerebbe come una vera e propria eterogenesi dei fini del progetto obamiano, presenta un elevato grado di complessità ed è stata evocata da vari attori in maniera provocatoria rispetto al ritiro statunitense.

La composizione del parlamento giapponese e la recente svolta in politica estera di Abe non sono compatibili con una accettazione dell’ingresso di Pechino nel Tpp: l’attuale esecutivo di Tokyo ha mostrato forti segnali di intolleranza verso qualsiasi tipo di accordo formale con la Cina.

Gli obblighi e le regole legate all’ingresso nel Tpp, particolarmente in materia di proprietà intellettuale, diritti dei lavoratori e interventi statali sui mercati, costituiscono degli elementi difficilmente superabili da Pechino.

La Cina ha sinora dimostrato uno scarso interesse nella gestione economica e politica con le organizzazioni e gli organismi internazionali: esemplare in questo senso il rapporto con l’Unione europea, ma anche la funzione sporadica e strumentale che Pechino adotta sia nei confronti dell’Asia-Pacific Trade Agreement sia dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, preferendo sistematicamente il canale della trattiva bilaterale.

L’estrema fragilità politica coreana non permetterebbe a Seul una mossa così radicale, in particolare per un accordo che è sempre stato giudicato come una cornice inutile e ridondante per l’economia della Corea del Sud.

Una eventuale adesione indiana sarebbe ostacolata dagli obblighi in materia di diritti umani e regolamentazione del mercato del lavoro, che sussistono anche per la Cina, e dalla possibile contestazione di molti Paesi membri che interpretano l’ulteriore allargamento come un indebolimento della capacità operativa del Tpp.

Possibili scenari futuri
La decisione di Trump ha creato una frammentazione nella direzione dell’economia del Pacifico e la Cina non è interessata a prendere il posto lasciato vacante dal suo principale competitor economico e strategico.

Piuttosto potrebbe voler creare una cornice legislativa per organizzare gli scambi commerciali nel Pacifico, diretta principalmente alle economie emergenti, in cui si troverebbe ad agire in un ruolo apicale, e lasciare agli accordi bilaterali la gestione degli scambi con le nazioni sviluppate.

In maniera da un lato di evitare una normativa eccessivamente rigida, incompatibile con le esigenze politiche e industriali di Pechino, e dall’altro di potere negoziare con le principali economie della regione in posizione di forza grazie all’enorme attrattività del mercato cinese. Una dinamica che sembra essere molto simile alla strategia economica e politica del presidente Trump.